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Intervista a Paolo Malaguti candidato al premio Strega 2016

malaguti 1Nato a Monselice, in provincia di Padova, nel 1978, Paolo Malaguti vive ad Asolo e insegna lettere a Bassano del Grappa.

Negli ultimi anni Malaguti si è affermato anche come scrittore di romanzi e racconti pubblicando per la casa editrice Santi Quaranta Sul Grappa dopo la vittoria (2009), Sillabario veneto (2011)I mercanti di stampe proibite (2013). 

Il suo ultimo romanzo, La reliquia di Costantinopoli, edito da Neri Pozza e tra i dodici candidati al Premio Strega 2016, racconta la presa di Costantinopoli e la caduta dell’Impero romano d’Oriente dal punto di vista di Gregorio Eparco e del suo amico ebreo-veneziano Malachia impegnati a salvare le reliquie della cristianità.

La città di Costantinopoli, allora bellissima e decadente, sempre viva ma sull’orlo del precipizio, è lo sfondo alla narrazione delle gesta dei due uomini che, nella ricerca di queste reliquie, sono mossi da sentimenti diversi.

Alla fine i protagonisti ritroveranno cinque reliquie: la coppa dell’ultima cena, la lancia che ha trafitto il costato di Gesù in croce, la corona di spine, la parte superiore della croce e i chiodi per fissare il Cristo sulla croce stessa.

Ma che fine hanno fatto queste reliquie ora, dopo tanti anni? Dove sono? E quello che cerca di scoprire anni dopo un giovane monaco, basandosi sul diario di Gregorio.

Oltre alla bellezza delle descrizioni e allo svolgimento della storia, una particolarità del romanzo di Paolo Malaguti è un dialetto veneziano del tutto particolare, quasi letterario, che modella il modo di pensare e agire dei due protagonisti.

Come definirebbe Paolo Malaguti?

Domanda difficile! Professionalmente posso dire di essere un insegnante con la passione della scrittura. Caratterialmente spero di poter dire di essere una persona alla mano e disponibile!

Nato a Monselice, vicinissima ad Arquà Petrarca, ha studiato a Padova terra di Tito Livio, Ruzante e Ippolito Nievo, vive sul Grappa, terra di grandi scrittori come Goffredo Parise, Guido Piovene, Giorgio Saviane, Andrea Zanzotto, e che ne ha ispirati altri, uno su tutti Hemingway.

Solo un caso oppure crede nel destino? Si sente un predestinato?

No predestinato direi proprio di no… Anzi, riconosco al mio percorso di scrittura una dose non indifferente di casualità, forse sempre presente in ogni esistenza. Mi piace scrivere, ma ho iniziato a pubblicare perché un mio caro amico mi ha letteralmente obbligato a spedire un mio racconto ad alcune case editrici, e ho ricevuto delle risposte positive… Altrimenti non mi sarei mai sognato di provarci! Piuttosto, mi piace sottolineare come di certo appartenere a un territorio porti inevitabilmente a tracciare delle “rotte culturali” che ti segnano… Sono figlio di madre veneta e padre emiliano: questa doppia radice si è riflessa, credo, anche nei miei gusti letterari, e di conseguenza nel mio modo di scrivere. Amo molto Meneghello, Mario Rigoni Stern, andando indietro di certo Ruzante, ma anche Teofilo Folengo, e, per il lato “Oltrepo”, sono letteralmente innamorato dei libri di Guareschi e periodicamente amo rileggermi almeno il primo tomo de “Il mulino del Po” di Bacchelli!

Qual è il legame con la sua terra?

È un legame che mi piacerebbe fosse più profondo… Come ho provato a dire nei due “Sillabari veneti”, appartengo alla generazione nata e cresciuta tra anni Settanta e Ottanta, figlia del benessere, della crescita economica, della televisione… il mio orizzonte dell’infanzia era l’appartamento in città, non lo spazio aperto e il contatto diretto con la terra della campagna dei miei nonni. Mi sono accorto tardi, ormai adulto, di quanto avevo già perso e di quanto stavo perdendo, e da lì è partito il lavoro di “recupero” della mia narrativa. In un certo senso mi sento come un emigrato culturale che ritorna a casa dopo tanti anni, e riscopre la bellezza profonda nascosta in luoghi apparentemente normali, come una periferia, o una campagna di pianura.

Monte Grappa-Montello con i ricordi della Grande Guerra ancora vivi, dall'altra la dolce ed elegante Asolo e la placida marca trevigiana. A quali di questi si sente più affine e da quali è ispirato maggiormente?

Il Monte Grappa e Asolo sono terre adottive, cui sono arrivato a 26 anni. Anche se ormai vivo nella pedemontana trevigiana da dodici anni, sento come casa mia ancora la pianura, Padova, i quartieri attorno alla stazione in cui sono cresciuto. Ad ogni modo, guardando all’oggi, sebbene Asolo sia ovviamente bellissima e raffinata, oltre che ricchissima di proposte culturali, è il Monte Grappa lo spazio che senz’altro preferisco: permette la solitudine, offre scenari mozzafiato a mezz’ora di auto dalla pianura urbanizzata, è ancora percorso dalle tracce violente e feroci della guerra… è uno spazio magico, e così complesso che non puoi mai dire di conoscerlo fino in fondo!

malaguti 2Com’è nata l’idea di Sillabario veneto e Nuovo sillabario veneto?

Il “Sillabario veneto” è nato dalla scrittura di “Sul Grappa dopo la vittoria”, mio primo romanzo. In quel libro faccio parlare i protagonisti in dialetto, e mi ha stupito enormemente vedere quanta fatica facevo a scrivere in veneto, nonostante avessi vissuto tutta la mia infanzia a stretto contatto con i miei nonni materni. Da questa constatazione dolorosa è partita una riflessione sui perché di questa perdita linguistica. La risposta è stata semplice: i miei genitori avevano deciso di non insegnarci il dialetto, ritenendolo evidentemente un codice linguistico da tenere nascosto, da evitare, di cui quasi vergognarsi. Visto però che dietro a quelle parole perdute si nascondevano anche oggetti, emozioni, relazioni, per evitare di perdere del tutto la mia “memoria linguistica familiare” ho iniziato, prima per scherzo e poi, parola dopo parola, con maggiore convinzione, a “studiare” le parole della mia infanzia, quelle che emergevano con più forza dalla mia memoria, scoprendone le radici e al tempo stesso traendone spunto per raccontare le esperienze del mio rapporto col Veneto (inteso come codice linguistico e come spazio sociale). La speranza era che, al di là dell’interesse linguistico ed etimologico, i lettori potessero almeno un po’ riconoscersi in quelle esperienze che raccontavo… E a quanto pare è andata così.

Il “Nuovo Sillabario veneto” è la continuazione del primo: ospita 30 parole nuove, frutto di nuovi studi e nuovi incontri linguistici di questi anni, e, in più ospita il “racconto” di cinque luoghi del Veneto recente, importanti per me, ma, credo, non soltanto per me. Credo che il “Nuovo Sillabario” sia in qualche modo più ancorato, rispetto al primo, a una dimensione di analisi sociale del Veneto degli anni Ottanta e Novanta, nella quale cerco di cogliere le metamorfosi degli spazi e della lingua, sempre in un tono che spero di aver mantenuto ironico e leggero.

I suoi ricordi di Bibione sono davvero affascinanti, ne ha uno in particolare da condividere?

Bibione è stata la meta principale, anzi quasi l’unica, delle vacanze estive della mia famiglia per parecchi anni. Credo che molte famiglie italiane, durante gli anni Ottanta, adottassero questa forma di “ferie stanziali”, sempre nello stesso posto, sempre nello stesso lembo di spiaggia, in una sorta di ritualità delle vacanze. Al di là degli spazi più ovvi che ho amato, come la spiaggia o la “rivista” serale dei negozi e delle giostre, mi piace ricorda due cose: da un lato attraverso la “lente” di Bibione ho intravisto la metamorfosi sociale dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino: ricordo bene, nei primi anni Novanta, le prime famiglie che arrivavano dall’est Europa a fare le ferie sull’Adriatico. Per noi era una grande novità: eravamo abituati a sentirci inferiori ai tedeschi, più ricchi e con le macchine più grosse delle nostre, e ora guardavamo con un pacato senso di superiorità le famiglie che, da poco entrate nel capitalismo, non avevano i teli da mare colorati, né l’ombrellone, e stavano in spiaggia su dei grandi lenzuoli… Ora mi rendo conto di quanto fosse ipocrita e piccolo-borghese quel sentimento: non erano nemmeno passati vent’anni da quando su quelle stesse spiagge erano gli italiani a mostrarsi nella stessa situazione di “benessere embrionale”… Ma si sa, quando si tratta di ricordarsi di quando si stava peggio, abbiamo la memoria corta!

Un altro ricordo di Bibione che mi piace condividere è legato all’ambiente della biblioteca: non avevamo la televisione nell’appartamento, quindi la sera, al di là delle partite a briscola o scala quaranta, potevamo soltanto leggere. Per me è stata una manna: è stato a Bibione che ho incontrato libri importantissimi per la mia formazione, primi tra tutti “Dracula” e “Il nome della rosa”.

Il suo romanzo "I mercanti di stampe proibite" del 2013, si snoda tra cultura, arte, storia e geografia linguistica in un curioso e quanto mai azzeccato connubio tra lingua veneta e italiano erudito. Sebastiano Gecele, il protagonista di mestiere fa il "pertegante", quello che oggi con una forzatura sarebbe un po' il rappresentante. Qual è il suo rapporto con il viaggio, con i viaggi in generale e qual è quello che ricorda maggiormente? E il posto che vorrebbe visitare?

La letteratura è bella anche perché ti permette di fare dei viaggi fantastici senza muoverti dal divano di casa. Sul fronte opposto, ho amato molto “I mercanti” perché durante la loro scrittura ho viaggiato assieme a Sebastiano Gecele, in Francia, Spagna, sud America… E mentre raccontavo, ad esempio, la sua paura nell’attraversare un tratto di jungla nei pressi di Cartagena, mi piaceva assaporare l’impressione di essere lì. Era la stessa emozione, però amplificata, di quando da piccolo ho letto per la prima volta Jules Verne o Salgari. Mi piacerebbe viaggiare di più, e questa credo sia una cosa abbastanza frequente. Uno dei miei sogni nel cassetto è poter acquistare un Volkswagen California, un camper puro, e partire per qualche mese, senza mete prefissate, costruendo la rotta tappa dopo tappa. Il viaggio che, per tanti motivi, ho amato di più è stato forse quello a Istanbul, da cui è nato il romanzo “La reliquia di Costantinopoli”… Città magnifica, complessa, ricca in modo incredibile di tesori insospettabili, e abitata da gente cordialissima.

Ha svolto delle ricerche particolari per i suoi romanzi storici?

Ogni romanzo è nato da una ricerca, in verità abbastanza casuale all’origine: ho in mente un contesto storico di massima, o un fatto attorno al quale mi piacerebbe far ruotare un romanzo; inizio dunque a raccogliere materiale, anche in modo disordinato, saggi, studi di vario tipo, magari cataloghi di mostre sul tema, e poi inizio a leggere. Se le cose funzionano, a un certo punto m’imbatto in un fatto preciso, o in una persona, o in un luogo, che mi sembrano particolarmente interessanti, in qualche modo mi sembrano ricchi da un punto di vista narrativo. E parto da lì. Non pianifico molto la trama, la sviluppo un po’ alla volta, mi piace lasciarmi portare dalla storia, senza progettazioni eccessive. Ovviamente questo comporta dei rischi di squilibrio, di disordine, d’incongruenze, ma insomma, il gioco vale la candela, perché così mi diverto molto in fase di prima stesura.

“La reliquia di Costantinopoli” candidato al premio Strega, è ambientato nel 1500, con le tensioni tra il mondo cattolico e mussulmano, qualcosa che si ripete a distanza di secoli nell'attualità?

In qualche modo sì, in qualche modo no. La caduta di Costantinopoli in mano ai turchi di Maometto II ha segnato senz’altro un cedimento della civiltà occidentale / greco-romana / cristiana (è sempre difficile decidere come chiamarci!) di fronte a un vicino / nemico che ha poi continuato con un’avanzata che arriverà, a fine Seicento, fino alle porte di Vienna. E sicuramente anche oggi la civiltà occidentale sta accusando il colpo, sia a livello economico, sia a livello culturale, sia sul fronte militare, contro culture “altre” che sembrano voler mettere in discussione in modo radicale il nostro stile di vita.

Il parallelo però a mio avviso finisce qui, e le differenze, che non sono poche, paradossalmente vanno tutte a vantaggio del contesto del 1453. Giusto un paio di esempi: l’anno dopo la caduta di Costantinopoli, Venezia e Genova sono già alla corte di Maometto II, per negoziare i termini della ripresa dei commerci sulle rotte navali del Mediterraneo orientale. O ancora: Maometto II garantì da subito, a chi sopravvisse alla prima ondata di saccheggio, la libertà di culto, dietro il pagamento della tassa prevista dalla legge coranica, e, infatti, a Istanbul sopravvive una comunità ortodossa, mentre di lì a poco fiorirà una grande comunità ebraica. In altre parole: oggi l’ISIS si presenta come un nemico che non accetta dialogo, nella sua propaganda parla di distruzione, di cancellazione assoluta e violenta di tutto quanto non è coincidente con la propria cultura. Cinquecento anni fa non c’erano “nemici assoluti”: l’altro era comunque qualcuno con cui potevi (e in un certo senso dovevi) dialogare, confrontarti, magari anche con la spada, ma sempre, poi, nell’ottica della convivenza.

E' un romanzo d’avventura dalla forte tensione narrativa, in cui il protagonista Gregorio Eparco, va alla ricerca dei reperti cristiani nelle chiese, nei sotterranei, spingendosi anche dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli. E' stato ispirato da Indiana Jones?

Beh, quella saga ha contribuito non poco all’immaginario della mia generazione, quindi credo che qualche cliché, il trabocchetto, l’inganno, l’inseguimento notturno possa essere derivato anche da lì. Di certo riconosco di aver fatto anche direttamente riferimento a “Il nome della rosa” di Eco, e alla plasticità e concretezza narrative del collettivo Wu Ming (gli autori di “Q” e “Altai” per intendersi), che amo molto. Ci sono infine dei rimandi forse ancora più profondi, ripescati dalla mia memoria di lettore bambino e adolescente, ossia l’avventura “pura” salgariana, la letteratura del terrore di Poe e la letteratura d’indagine di Arthur Conan Doyle.

Com’è passato da una piccola casa editrice come Santi Quaranta alla Neri Pozza?

Ancora una volta credo ci sia una buona dose di fortuna e di casualità. Dopo l’uscita de “I mercanti di stampe proibite” ho stretto un contatto con un’agente letteraria. All’epoca avevo appena iniziato a scrivere “La reliquia di Costantinopoli”, e non sapevo né con chi l’avrei pubblicata, né tantomeno se sarebbe stata pubblicata. Quella che ora è diventata la mia agente ha proposto il progetto di romanzo ad alcune editrici, e la Neri Pozza ha risposto bene.

Lei è un under40, che accanto all'attività di scrittore ha quella d’insegnante di Lettere al liceo “Brocchi” di Bassano del Grappa. Come ci si approccia alla Generazione Y, (conosciuta anche come Millennial Generation)? Quali sono le maggiori differenze che trova con il suo essere stato adolescente e come sentono gli studenti di oggi quello che è accaduto sul Grappa e il loro rapporto in generale con la storia?

Mi approccio divertendomi molto. Insegnare, come tutte le professioni, ha dei lati meno affascinanti e più complicati (la burocrazia, lo scarso riconoscimento sociale e/o economico giusto per dirne due!), ma ha un lato formidabile: ti fa lavorare con i ragazzi. E questo è in sé divertente, perché ti obbliga ad avere un atteggiamento di costante apertura alla critica e al dubbio, ti obbliga a non dare per scontato nulla, in primo luogo che una cosa sia interessante solo perché interessa a te. Ogni volta che mi ritrovo a ridere con i miei studenti durante una spiegazione (e per fortuna per ora mi capita spesso, non tanto perché sia divertente io, quanto perché lo sono i ragazzi) penso che è un bel lavoro quello che non solo ti permette di trattare argomenti che ami (la letteratura ovviamente), ma ti permette di farlo anche con il sorriso.

Ci sono delle costanti nell’adolescenza, che mi piace riscoprire di anno in anno nei miei studenti, prima fra tutte la curiosità verso il mondo e la “voglia di fidarsi”, che hanno i ragazzi a quell’età. Ci sono delle belle differenze tra i figli degli anni Ottanta e quelli del nuovo millennio. Prima fra tutte, oggi gli studenti mi sembrano parecchio più svegli, mi ricordo che ai miei tempi era davvero difficile trovare qualcuno che mettesse in discussione il verbo dei docenti. Oggi, per fortuna, gli stimoli culturali vengono da tante direzioni (a volte forse troppe!) e quindi i ragazzi sono in genere mentalmente più aperti, più ricettivi ma al tempo stesso più critici.

Il rapporto dei ragazzi con la Storia dipende molto dagli incontri che le loro famiglie o gli insegnanti fanno fare loro. Non è vero che i ragazzi sono ignoranti o superficiali. Chiunque di noi lo sarebbe, se non potesse far tesoro di stimoli dai quali partire per una maturazione. Ad esempio è chiaro che trattare la Grande Guerra solo sul libro di storia ha un impatto; trattarla facendo anche leggere “Niente di nuovo sul fronte occidentale” provoca reazioni più ampie e profonde. Se oltre a ciò li porti a camminare tra le trincee, o a vedere con i propri occhi quanti siano 30.000 morti sepolti in un sacrario di montagna, a fargli scorrere i nomi sulle lapidi, a fargli fare il calcolo che gli fa capire che quel soldato, quando è morto, aveva la loro età… Ecco, allora i risultati saranno davvero belli.

E’ emozionato all’idea di essere tra i 12 finalisti del premio Strega?

La decisione della candidatura allo Strega è arrivata dalla Neri Pozza come un fulmine a ciel sereno, ed è stata una bella botta. Poi è arrivata anche la bella notizia dell’ingresso nei 12 finalisti… Un’altra botta. In verità sto ancora facendo un po’ di fatica a prendere le misure con questa dimensione… Sono stato alle prime presentazioni dei 12 finalisti, a Sanremo e a Benevento, e trovarmi di fianco ad Affinati, o a Moresco, o in lizza con Sermonti, ovviamente mi fa venire un po’ di capogiro. So che è un’opportunità che mette in luce la fiducia della casa editrice nei miei confronti, e il mio impegno, adesso, è rivolto a meritarmi questa fiducia, promuovendo il libro, accompagnandolo fin dove arriverà, con tutte le mie forze. Poi, in tutta sincerità una parte di me continua a domandarsi quanto mi merito di tutto ciò. In un certo senso, più che dei miei meriti o dei meriti del libro, sono certo della gratitudine che ho verso chi ha proposto e promosso il libro!

Quali sono i suoi progetti futuri?

Ovviamente spero di poter continuare a scrivere ancora a lungo! Al momento sono ancora nella fase iniziale della ricerca e dello studio, quindi è un po’ presto per capire se la direzione è quella giusta, anche se alcuni primi segnali sono incoraggianti… Posso anticipare che, se le cose vanno per il verso giusto, anche il prossimo libro sarà di narrativa storica, ma con un passo in avanti, rispetto a “La reliquia di Costantinopoli”, verso il passato più recente. Incrociamo le dita!

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