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Vitalizi dei politici e pensioni d’oro: privilegi indecenti o legittime indennità?

vitalizi politiciI vitalizi dei parlamentari sono rendite a vita, vengono erogati per legge costituzionale a deputati e a senatori alla fine del mandato elettorale, mentre i vitalizi dei consiglieri regionali sono stabiliti da leggi regionali, ferma restando - sia per gli uni, sia per gli altri - la necessità di alcuni requisiti di base legati  alla durata dell’attività svolta e all'età dai rispettivi titolari (60 anni, massimo 65).

C’è da precisare che il vitalizio non è un trattamento pensionistico ordinario poiché fare il politico, a termini di legge, non è considerato un lavoro, e pertanto non possono esservi applicate le norme sul pubblico impiego, così come normalmente accade nella pubblica amministrazione.

L’intento del legislatore era in principio apprezzabile, e si proponeva di consentire l’accesso alla politica anche per chi non avesse sufficienti mezzi economici, ma nel tempo questa nobile finalità è degenerata dando luogo a situazioni lontanissime dallo scopo iniziale, al punto che – considerati i numeri impietosi dell’Inps, i quali evidenziano oggi rendite parlamentari corrisposte in quantità doppia rispetto a quanto effettivamente versato a tempo debito dai loro titolari – ormai rappresentano la stragrande maggioranza quelli che guardano ai predetti vitalizi come ad anacronistici privilegi. Qui di seguito, si riportano dati eloquenti:

  • 20 milioni al mese circa corrisposti ad ex parlamentari (tra cui banchieri e imprenditori di per sé già ricchissimi); 
  • Oltre 40 milioni annui di assegni di reversibilità a mogli, figli e fratelli dei parlamentari deceduti;
  • Milioni di euro a pioggia su governatori e consiglieri regionali (a tutt’oggi impossibile fare una media nazionale dei loro compensi);
  • Milioni e milioni di euro di reversibilità annualmente ai familiari di consiglieri regionali deceduti: tanto per fare qualche esempio, in testa la Regione Sicilia con 6 milioni di euro; la Campania con 1,700 milioni di euro, mentre il Lazio, dal canto suo, magnanimamente ha esteso il vitalizio anche ai non eletti.

A tutto ciò deve aggiungersi che fino al 31/12/1011, stipendi ed altre indennità erano cumulabili con ulteriori redditi. Tra gli ex parlamentari più “retribuiti” risultano il Prof. Giuliano Amato (perennemente alla ricerca di nuove poltrone da occupare), con ben 31.411 euro mensili di vitalizio; Luciano Violante, con 9.363 euro; Alfonso Pecoraro Scanio, che deve accontentarsi – si fa per dire – di 8.836 euro. E la lista completa sarebbe lunghissima … Al riguardo, Montecitorio e Palazzo Madama, nel rivendicare la propria autonomia di bilancio, si sono affrettati a specificare che i trattamenti di fine mandato degli onorevoli parlamentari non sono in carico all'Inps, bensì ai bilanci delle rispettive camere, dimenticando forse che l’asse della questione non si sposta di molto, tenuto conto che pur sempre di denaro pubblico si tratta, la cui gestione scellerata rappresenta comunque un danno per la collettività, specie in tempi di crisi. L’espressione forse più eclatante, che ormai fa scuola nel serpeggiante mondo del parassitismo politico, resta il caso di Luca Boneschi (Partito Radicale), onorevole per un solo giorno nel lontano febbraio del 1984, ricompensato a vita con immeritato e congruo assegno per quel suo impegno-lampo al servizio del popolo italiano. Al di là del caso singolo, tuttavia, non può negarsi che i politici, senza differenza di appartenenza a questo o quel partito, fino a tutto il 2011 hanno assaltato la diligenza del denaro pubblico con una voracità ed una faccia tosta che fanno davvero gridare allo scandalo, protetti da una impenetrabile normativa che loro stessi si sono dati ad uso e consumo di esigenze corporative. In questo contesto inquietante, si inserisce la beffa istituzionale del vitalizio che non è stato interpretato dallo Stato quale prestazione pensionistica, lasciando che migliaia di ex parlamentari, i quali avevano mantenuto la copertura previdenziale ex art. 31 della Legge 1970/300 fino al 1999, per 45 lunghissimi anni incassassero di fatto una sorta di doppia pensione, naturalmente a spese dei contribuenti.

A cominciare dal 1° gennaio 2012, la musica per alcuni versi è cambiata – se non altro per placare l’indignazione di coloro che una pensione, invece, debbono accantonarsela davvero - perché il calcolo dei nuovi assegni viene finalmente effettuato con il metodo contributivo, come sarebbe stato giusto che fosse da sempre. Coloro che ancora risultano “esodati”, nonché la moltitudine dei titolari di pensioni minime, costretti a vivere senza riscaldamenti, senza adeguate cure mediche e centellinando gli spiccioli per fare la spesa di generi di prima necessità, ringraziano di cuore, anche se vengono elegantemente sollecitati a non parlare di casta perché, a dire dei diretti interessati, “la casta non esiste, semplicemente non c’è”: è solo un’espressione offensiva e demagogica, un’invenzione dell’antipolitica e dei cosiddetti “rosiconi” … e poi, a sbandierare ai quattro venti le situazioni di miseria e di fame si corre il rischio di essere tacciati di  “populismo”, la qual cosa è niente affatto “cool”.. o almeno, così pare stando alla sensibilità di lor signori!

Parlano così, oltre ai vari politici, anche quei 100.00 appartenenti all'elite dei pensionati d’oro - tra vertici militari, ex alti dirigenti pubblici e papaveri di Stato di ogni ordine e grado - che vengono a costare alle casse pubbliche oltre 13 miliardi all'anno. Non è dunque da meravigliarsi se nel nostro Paese, mentre crescono le diseguaglianze, cresce anche nelle masse quel sentimento incontrollato di indignazione mista a rabbia, sempre più diffuso e pressante, che ultimamente sfugge persino alla gestione dei governanti, oltre che all'influenza  dei media.

Fonti: Inps, Statistiche della Previdenza e dell’Assistenza Sociale. Monitoraggio dei flussi di pensionamento.                                           

Mirella Elisa Scotellaro

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