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Ale e Franz al Teatro Galleria di Legnano

alefranz locandinaTanti Lati Latitanti. Calcano il palco del Teatro Galleria di Legnano sabato 25 novembre ALE e FRANZ con il teatro gremito e uno spettacolo che da tre anni a questa parte spopola in tutta Italia e sfiora la provincia, per dirigersi fino al centro della Penisola.

Partiamo con ordine. La premessa è che non avevo avuto modo, prima d’ora, di assistere alla rappresentazione in prima persona. Ale e Franz salgono sul palco con una serie di sketch: dapprima Maria Brambilla, tanto attesa dal suo amante, si ripresenta anni dopo per un incontro galante, invecchiato più che invecchiata sotto il nome di Mario dopo un incisivo weekend esotico di riconversione sessuale; poi Sant’Antonio e San Michele alle prese con un povero ladruncolo disperato a caccia di una grazia a buon mercato; gli anziani signori alle prese con un matrimonio che sfida gli anni e una vivace arguzia capace di vincere la défaillance di un fisico in deperimento; l’amante degli animali, amante dell’idea di possedere un cane più che seriamente interessato al suo benessere, e il suo incontro con un becchino di sesta generazione con una reale lugubre passione per il suo lavoro.

Ale e Franz strappano risate al loro pubblico, dissacranti, sacrileghi, battuta su battuta senza esclusione di colpi. Tra una scena e l’altra, gli interpreti si dibattono sui temi esistenziali sotto un albero spoglio avvolto nella nebbia e nella notte; la goliardia si fa più sottile e misurata. Quella è la vita vera, esente dall’artificio comico, cui Ale e Franz ridono e si dibattono come noi tutti, poveri e talvolta disperati, ci dibattiamo tra l’amore, la vita, la morte, la fede.

Mentre ci si accinge al termine dello spettacolo, una figura, familiare ai più, si staglia sul fondale: le parole di Alda Merini, fredde come il ferro delle catene, che ci stringono in una realtà di cui ora possiamo solo ridere e che alla fine riderà di noi. La Terra Santa è la raccolta da cui è stato estrapolato il passo di Alda Merini, memoria degli anni trascorsi in manicomio, strappa l’applauso del pubblico che dimentica le risa di poco prima e torna alla poesia. E’ più difficile ridere ora, più difficile prendersi in giro realizzando la precarietà che ci attanaglia nella nostra condizione alla quale non possiamo esimerci e a cui, nonostante le risa che ci fanno sentire forti e risolti, ci dovremo arrendere.

Ale e Franz tentano di sollevarsi con il furore popolare al di sopra dei grandi temi della vita, dove ridere è l’arma per sentirsi liberi, ma, nonostante l’indiscusso talento, l’effetto è ora stridente al confronto con un mostro sacro dall’umanità inarrestabile.

Alla fine dello spettacolo ci viene spiegato di come le voci udite durante i dialoghi all’albero fossero le voci degli ospiti dell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano, raccolte ed estrapolate da un testo che non vedrà mai la luce. Gli interpreti tentano di riconciliarsi con una sfera più intima, avvicinandosi ad Alda, ai malati con umanità indiscutibile certo, ma forse non con quella sensibilità che da un artista, seppure comico, anzi forse a maggior ragione perché comico, è auspicabile. Far ridere, oltre che una buona tecnica, presuppone una grande confidenza con la sfera intima dell’uomo, ma anche una vicinanza emotiva alle sue paure, alle sue difficoltà che permetta di esorcizzarle. Non si avverte l’appartenenza degli interpreti a quella realtà sulla quale sentenziano scherzosamente e questo, purtroppo, è sufficiente a rompere la magia catartica di cui la comicità è essenziale strumento.

Ale e Franz sono dei bravi interpreti capaci di calcare il palco con naturalezza e savoir faire, forse in questo caso penalizzati da una struttura narrativa parzialmente incompiuta; lo spettacolo risulta comunque divertente e godibile dai più, anche se forse, lontano dalla perfetta misura dei limiti oltre cui spingersi.

Plauso sicuramente per lo sketch inerente la vecchiaia, vera chicca di tutto lo spettacolo. Assolutamente da brevettare l’idea del parabrezza bifocale. Scena brillante e delicata.

Nel complesso spettacolo piacevole anche se con qualche riserbo; dubbia la necessità di spiegare alla fine il leitmotiv dello spettacolo, tacita ammissione di una struttura narrativa poco fruibile al grande pubblico.

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