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Intervista a John Statz e alla dott.ssa Manuela Valenti di Emergency

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Domenica 20 maggio 2018 al Nuovo Teatro Ariberto Emergency ha festeggiato il suo 24esimo compleanno con una serata dedicata all'arte con il fine di finanziare il progetto Centro Salam di Cardiochirurgia di Khartoum in Sudan.

Intervista a John Statz

John Statz, dal Colorado, è arrivato in Italia per la prima volta nella sua carriera di artista per aiutare Emergency con la raccolta fondi.

Abbiamo avuto il piacere di conoscere meglio il cantante dopo il concerto emozionante, che ha alternato momenti di tenerezza grazie al sound e ai testi delle sue canzoni intensi e mai banali ad attimi di gioia rock con l'appoggio dei musicisti della Banda Fenice.


MF: Raccontaci qualcosa del Colorado e dei tuoi luoghi.
JS: Sono nato in Wisconsin ma vivo in Colorado. E' un Paese bellissimo, immagina grandi distese verdi e foreste ovunque e i segni della colonizzazione tedesca. Il Colorado è anche un grande deserto asciutto. Ho scelto di vivere a Denver, una grande città per nulla isolata e piena di gente, ma vicina alle montagne. Amo infatti praticare molte attività a contatto con la natura.


MF: Questo paesaggio a volte arido influenza le tue canzoni o trovi una fonte di ispirazione soltanto lontano dal Colorado?
JS: Le mie canzoni parlano molto del ritorno a casa e allo stesso tempo narrano dei miei viaggi verso posti lontani. Sento che la mia vita è uno spartiacque tra andare e tornare. Quando viaggio mi manca casa e quando sono a casa vorrei viaggiare.


MF: Perchè hai scelto di aiutare Emergency questa sera?
JS: La mia agente italiana mi ha parlato di questa raccolta fondi e ho pensato che è una causa importante. È terribile come tante persone muoiano per la mancanza di assistenza medica. Credo che io stesso dovrei fare di più per gli altri. Noi artisti dovremmo collaborare di più con organizzazioni del genere. Dovrebbe essere compito dell'artista essere impegnato e attivo socialmente.


MF: Quale messaggio ti piacerebbe fare arrivare al tuo pubblico? O la tua musica è solo questione di sensazioni ed emozioni?
JS: Credo che la mia musica abbia due obiettivi. Raccontare delle storie, storie che leggo, storie di attualità ma anche far conoscere alle persone chi sono. Raccontando le mie esperienze voglio che loro si riconoscano in queste, per condividerle.


MF: Credi che l'arte e la musica possano cambiare il mondo o abbiamo bisogno di grandi progetti concreti come quelli di Emergency per farlo?
JS: Penso che abbiamo bisogno di entrambe le cose. L'arte non può realizzare quello che queste organizzazioni fanno attivamente. Ma certamente la musica rende il mondo un posto migliore perchè riesce a trasmettere messaggi importanti.


MF: Ti piace la letteratura? The Fire Sermon, il titolo del tuo penultimo album non è una sezione di The Waste Land di Eliot?
JS: Esatto. Amo la poesia e sono stato attratto dall'elemento interrogativo di The Fire Sermon, che parla di amore e della mancanza di cura in amore. Il mio album parla di amore, di amore buono e cattivo, di come si brucia per amore.

MF: Progetti per il futuro? Tornerai in Italia?
JS: Sto per realizzare un nuovo album. Per l'Italia ancora nulla di ufficiale ma spero di tornare con un tour in autunno.

Il compleanno di Emergency

Il cuore è stato il tema della serata di Emergency. Il cuore come quell'organo trapiantato che ha permesso al fondatore di Benheart, azienda che realizza oggetti e capi di abbigliamento artigianali in pelle, di realizzare questo grande sogno.

Ragazzo arrivato dal Marocco clandestinamente in Italia otto anni fa, Icham Benmbarek scopre di avere una patologia cardiaca all'età di 28 anni. Grazie al trapianto, tuttavia, ha creato il brand Benheart, un'azienda ormai affermata in Italia e che sta trovando grandi spazi anche nel mercato internazionale, grazie, forse, al clima solidale tra gli impiegati e alla passione che è riuscito a trasmettere all'azienda.

Intervista a Manuela Valenti

Manuela Valenti, infine, referente per la pediatria della Me-dical Division di Emergency ci ha raccontato perché è stato scelto il Centro Salam di Cardiochirurgia come destinatario della beneficienza di questa sera.

"Quando abbiamo aperto il centro siamo stati molto criticati. Il Sudan è ancora un Paese dove le persone muoiono di malaria, molti si chiedevano che senso avesse occuparsi quindi di cardiochirurgia. Ma c'è un grande bisogno di cardiochirurgia in Africa. La cardiopatia e la malattia reumatica sono le cause più comuni di morte. Siamo riusciti a portare medicine di prima qualità. La mancanza di accesso infatti a un banale antibiotico contro lo streptococco, virus banale in Europa, è la causa più comune della malattia reumatica. I pazienti sono molto giovani, la metà di loro ha meno di 26 anni e credo sia significativo il nome del centro. Salam significa pace. Abbiamo infatti pazienti provenienti anche da Paesi i cui governi sono in guerra."


MF: Qual è la giornata tipo nel centro Salam?
MV: La giornata tipo è come quella in un ospedale italiano. Alle 8.30 si fa il giro, nel pomeriggio ambulatorio e la sera a casa. Non è come tornare a casa in Italia ma sono soprattutto le persone che si incontrano a fare la differenza. Alcuni pazienti che vengono per esempio dal Darfur si mettono in viaggio 3 o 4 giorni prima per arrivare in tempo ai controlli. Sanno che ci saranno check point per strada ma sono consapevoli dell'importanza delle visite. Il lavoro è uguale ma le problematiche sono diverse. Ferite da mine, mancanza di infrastrutture o di assistenza fanno sì che anche una banale gastroenterite diventi fatale.


MF: Qual è stata la missione che l'ha segnata di più?
MV: Quella in Afganistan, la prima. È un posto magico, meraviglioso. I colori, le luci, le persone... Quello afgano è un popolo fiero e forte, le donne sono straordinarie. Avevamo avuto la folle idea di aprire un centro di maternità. Dopo 12 anni abbiamo aperto un altro edificio dove ci sono più di 700 parti al mese. Nemmeno il Mangiagalli di Milano fa questi numeri. Per me è straordinario che in un Paese dove la donna ha pochi diritti e di solito partorisce a casa, gli uomini si fidano di noi al punto da far partorire le loro mogli nel nostro centro.


MF: Cosa l'ha sorpresa o scioccata nelle sue prime missioni e cosa adesso invece non la disturba più?
MV: A certe cose non ti abitui mai. Come all'idea che un bambino può morire per una gastroenterite perchè non si arriva in tempo in ospedale o non si hanno i soldi per le cure. Mantengo la stessa curiosità dell'inizio. Adesso cerco di capire meno le cose che accadono, le osservo e basta.


MF: Qual è la più grande soddisfazione e il più grande dolore nel suo lavoro?
MV: La più grande recente soddisfazione per me è constatare quando stiano imparando i colleghi nazionali. Fiore all'occhiello di Emergency è infatti anche la formazione del personale nazionale. I centri di pediatria, ginecologia e chirurgia sono diventati dei centri di specialità proprio grazie alla qualità della formazione. Il più grande dolore è non riuscire a rassegnarsi all'idea che un bambino muoia solo per la sua sfortuna di essere nato nella parte sbagliata del mondo.


MF: Cosa potrebbe consigliare a chi volesse intraprendere una carriera simile alla sua, non solo come medico ma in luoghi o situazioni di "emergenza" simili?
MV: Suggerirei di capire bene il lavoro delle organizzazioni che si scelgono e le loro relazioni con i governi locali. Consiglierei di avere sempre l'atteggiamento di chi sa chiedere permesso, perché entriamo in casa di altri e non vogliamo fare gli eroi o i colonizzatori. Emergency richiede anche personale non medico e tutti, anche coloro che si occupano delle apparecchiature devono avere il training giusto.


MF:Vuole aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
MV: Ci tengo a ricordare che Emergency vuole soprattutto diffondere una cultura di pace. È importante farlo nelle scuole e nelle università. Perché siamo sempre più convinti che ogni guerra è inutile e da scellerati.

 

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