Panoramica sui disturbi del sonno

  • Mirella Elisa Scotellaro

dormire foto pixabayI disturbi del sonno sono solitamente associati alla sola insonnia, ma questa idea - peraltro diffusa – non è corretta, poiché offre una visuale parziale del tema proposto.

Il riposo notturno, basilare per la salute, può essere segnato da una serie di problemi, in realtà portatori di disturbi diversi tra loro:

  • · Insonnie: difficoltà nell’addormentarsi e difficoltà di mantenimento del sonno;
  • · Parasonnie: turbe del sonno con risvegli parziali o temporanei.
  • · Alterazioni del ritmo sonno-veglia;
  • · Ipersonnie: addormentamento incontrollato e frequente nelle ore diurne.

L’approccio corretto per la ricerca di una soluzione dei disturbi del sonno dovrebbe preliminarmente indagare su patologie specifiche che abbiano effetti sul sonno medesimo, come ad esempio la sindrome delle apnee morfeiche (stati di apnea ricorrenti mentre si dorme, cosiddetti OSAS) che può sembrare cosa di poco conto, ma che invece può determinare considerevoli situazioni di rischio, con conseguenze sul funzionamento della funzione respiratoria e su quella cardiaca. Taluni disturbi del sonno, poi, possono aggravare a loro volta i sintomi di altre malattie, come accade per chi soffre di asma o di crisi epilettiche.

Come autorevolmente sostenuto dall’insigne neurologo Sudhansu Chokroverty, “l’insonnia in sé non deve essere considerata una patologia, bensì il sintomo di malattie fisiche o psichiche, o di squilibri psicofisici di vario genere, che debbono essere oggetto di accertamento in quanto hanno un impatto rilevante sul benessere personale.

Innanzi tutto va precisato che il sonno ha due grandi fasi: Fase NON-REM (sonno ortodosso) e Fase REM (sonno paradosso), che si susseguono nel corso della notte per 4/5 volte (cosiddetti cicli). La fase NON-REM, a sua volta, si compone di 4 stadi (1° stadio: addormentamento; 2° stadio: sonno superficiale; 3° stadio: sonno profondo; 4° stadio: sonno rigenerante per l’organismo). La Fase REM è quella dei sogni, quando gli occhi si muovono, crescono frequenza cardiaca e frequenza respiratoria; l’addormentato si agita, ma in questa fase gli ormoni prodotti dal corpo inducono paralisi e rilassamento muscolare. Un’equilibrata alternanza tra le descritte due grandi fasi garantisce il vero riposo.

L’insonnia insiste primariamente sul primo stadio, quello dell’addormentamento, che può diventare estremamente difficoltoso e prolungato, comportando di seguito una ridotta percentuale del sonno relativo allo stadio 4, cioè il periodo di massima profondità e riposo del sonno. Le accennate problematiche provocano anche una maggiore instabilità del sonno REM, per cui chi soffre di insonnia non soltanto non riesce ad addormentarsi, ma ha interruzioni del sonno e periodi di veglia che compromettono la qualità del suo recupero.

L’insonnia può essere transitoria, e quindi cessare allorquando si sia riusciti ad individuare ed eliminare le ragioni primarie che l’hanno determinata ma, una volta divenuta cronica, scatena una serie complessa di disequilibri che possono diventare ciascuno causa di ulteriore squilibrio.

Le parasonnie sono disturbi del sonno che interessano il sistema neuromuscolare e quello neurovegetativo. Tra questi, quelli più conosciuti sono:

  • · il terrore notturno, cioè il parziale risveglio dal sonno profondo in preda a una sensazione di terrore (capita di solito nei bambini);
  • · l’incapacità del bambino di trattenere l’urina durante il sonno nell’età in cui ha già acquisito il pieno controllo vescicale diurno;
  • · la cosiddetta “paralisi familiare del sonno”, cioè una temporanea incapacità (che può andare da pochi secondi ad un paio di minuti) di muoversi e di parlare al momento del risveglio, dovuta ad una anomala estensione della fase del sonno REM (talora di origine familiare);
  • · il bruxismo, cioè il digrignamento involontario dei denti quando si dorme;
  • · il sonnambulismo, cioè un disturbo di natura benigna che si presenta tra lo stadio 3 e lo stadio 4 del sonno “NON-REM”, con manifestazioni motorie dell’individuo talora anche notevolmente complesse come passeggiare o parlare. Queste avvengono in assenza dello stato coscienza del soggetto e di una interrelazione tra lui e le persone o l’ambiente circostante: in pratica il sonnambulo, pur avendo gli occhi aperti, dorme. Non è consigliabile svegliarlo, ma semplicemente proteggerlo da eventuali situazioni di pericolo. Le cause all’origine del sonnambulismo sono in parte sconosciute, ma nella maggior parte dei casi riguardano i bambini e vanno a scomparire spontaneamente. Sono più frequenti se c’è una predisposizione familiare, ma possono essere anche dovute a malattie neurologiche, disturbi della respirazione, turbe del ritmo sonno-veglia, febbre, situazioni di stress ed altro ancora, non escludendo l’ipotesi di assunzione di droghe o alcool se si tratta di adulti.

L’alterazione del ritmo sonno-veglia può essere dovuta a fattori differenti. Sappiamo che tutti gli organismi subiscono nell’arco delle 24 ore delle variazioni di temperatura, di ormoni, di frequenza cardiaca, ecc. (cosiddetto ritmo circadiano). Anche l’alternanza sonno-veglia si sussegue secondo un ritmo che si esprime nell’arco delle 24 ore, ed una sua alterazione genera conseguenze sui delicati equilibri fisiologici. Tra le principali cause che possono alterare il ritmo sonno-veglia, la rotazione dei turni di lavoro, la difficoltà del paziente nel prendere sonno in anticipo o in ritardo rispetto alle sue necessità, un ritmo sonno-veglia maggiore delle canoniche 24 ore, un ritmo sonno-veglia irregolare per deficitaria capacità organizzativa del ritmo stesso da parte dell’organismo, assunzione di farmaci o sostanze tossiche. Il risultato in ciascuno dei casi ipotizzati è la stanchezza del soggetto nelle ore diurne, accompagnata da difficoltà di concentrazione e possibile addormentamento improvviso.

L’ipersonnia si contraddistingue per la necessità del paziente di addormentarsi nelle ore diurne senza il minimo autocontrollo anche durante lo svolgimento di un’attività. Le sue prestazioni   cognitive e motorie risultano ridotte, ed accompagnate da difficoltà evidenti di un completo risveglio. Anche i ripetuti sonni diurni dell’ipersonne non sono tali da consentirgli un efficiente recupero psicofisico, e non di rado il paziente arriva al punto di non riuscire più ad attendere alle sue occupazioni giornaliere, neppure quelle basiche, entrando in uno stato di depressione o di ansia.

Conclusivamente può affermarsi che tutti i disturbi del sonno illustrati, specie se prolungati, non sono da sottovalutare e richiedono sempre adeguata consultazione medica.

Il presente articolo contiene indicazioni che in nessun caso possono sostituire il parere del curante.

Mirella Elisa Scotellaro

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