Quando pensiero non fa rima con parola

  • Simone Passerini

discussione foto pixabayVi è mai capitato di pensare qualcosa, ma non riuscire ad esprimerlo?

No? Allora significa che sto diventando vecchio. In realtà (benchè sia vero che sto invecchiando) la discontinuità di flusso, tra pensiero e parola è una realtà dei nostri tempi, che ha come causa principale (se non unica) l’esasperata ed esasperante frenesia delle nostre giornate, e la distorsione tecnologica.

Da quando, infatti, lo sviluppo digitale è stato snaturato in una sorta di dittatura che scandisce le nostre giornate, noi non abbiamo più tempo per riflettere. Sia chiaro, l’evoluzione è fondamentale per migliorare l’uomo. A patto che l’uomo governi il fenomeno, e non si faccia governare; cosa che invece, oggi, accade.

Il rispondere in tempo zero è diventato motivo di vanto.

Si confonde la reattività, l’essere “sempre sul pezzo” con la superficialità.

Questa tendenza, indotta dalla società moderna confonde sia i giovani che non si abituano ad approfondire i temi, sia i meno giovani, che tendono ad appiattirsi sul nozionismo più spinto. Questo contesto, per certi versi tragico, non è altro che la deriva di una società che non ha più tempo, ed usa in modo sbagliato la tecnologia.

Basta farsi poche domande, per capire che il mutamento genetico delle convenzioni sociali è compiuto.

Perché non si leggono più giornali? Perché facebook cede quote di mercato ad instagram? Perché si leggono pochi libri?

Semplice. Purtroppo. Perché non abbiamo più voglia di fermarci a riflettere. Quindi, è più facile guardare che leggere. E' meglio un tweet, di un testo da capire. Comprendere qualcosa, mettendoci la testa ed il tempo, sembra una pratica inutile, sorpassata.

Questo atteggiamento, però, genera il corto circuito tra pensiero e parola. La fretta fa tutto il resto, minando drammaticamente il nostro flusso di coscienza. Accade, quindi, che ciò che pensiamo, quando si deve tradurre in parole, si blocca, perché quando apriamo la bocca per esprimerlo, il nostro cervello è già proiettato su altro.

Tutto questo è pericoloso, e il pericolo non è mai da sottovalutare. Una società che non pensa più, che non riesce più ad esprimersi, che qualifica un pensiero solo per immagini o con superficialità, è l’anticamera dell’abbandono di quel valore fondamentale che è base del sapere, e del conoscere: la curiosità. Sottovalutarne l’importanza e la potenzialità; trattarla un po’ come fosse un ferro vecchio, vuol dire castrare il presente, e distruggere le basi per un futuro fatto di donne e uomini capaci di capire. La storia si fa, non si subisce. Dicono i saggi. Senza curiosità, senza la naturale voglia di capire, il tempo si subisce, non si scandisce.

Riscopriamo, quindi, in noi stessi la sete di conoscenza. Solo così saremo padroni del nostro domani.

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