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Noa Pathoven ha scelto l'eutanasia

  • Debora Cavallo

 noa pathoven

 

Ad Arnhem, nei Paesi Bassi, morire per scelta è possibile. Noa Pathoven è il nome di una ragazzina 17enne che ha scelto di morire. L’eutanasia è una pratica molto diffusa, un suicidio assistito, così viene definito. L’eutanasia è stato sempre oggetto, oramai da anni, di un dibattito molto accesso, che ha visto diversi Paesi schierarsi in prima fila per bandirla, o in casi diversi per proporre un cambiamento radicale legalizzandola.

I Paesi Bassi sono stati proprio il primo Paese a prevedere, nel 2002, la legalizzazzione dell’eutanasia approvando 2 anni più tardi il “protocollo di Gronigen” riferito all’eutanasia infantile. Una cascata a seguire: il Belgio, che nel 2003 ha seguito la stessa strada intrapresa dall’Olanda. Il Lussemburgo, nel Marzo 2009, ha legalizzato la stessa pratica con il limite per gli adulti e per chi possiede condizioni di salute degenerative.

La Svizzera che consente l’eutanasia attiva e passiva. La Francia, in modo più soft, consente le cure palliative introducendo nel 2005 il concetto di “lasciar morire”. Nel 2002, diversamente, la Gran Bretagna prevedeva l’interruzione delle cure introducendo il concetto di suicidio “per compassione”. Ancora, la Svezia che ha legalizzato nel 2010 l’eutanasia passiva, pratica tollerata anche in Germania, Finlandia e Austria.

La Norvegia, l’Ungheria, la Spagna, la Danimarca e la Repubblica Ceca consentono al malato di rifiutare le cure o l’accanimento terapeutico. 
Si può dire che nel grande dibattito l’eutanasia abbia preso piede, rimane bandita però, in Italia e in Irlanda dove è considerata illegale.
Il sentimento di illegalità lo si denota dall’apprendimento della notizia, il caso di Noa Pathoven, infatti, ha riscosso molto ramarrico portando molti giornali italiani a dedicare le prime pagine a Noa. Differenza sostanziale con i giornali olandesi, un caso di routine “Pathoven è morta in un letto d’ospedale nel salotto di casa sua”. La giovane ragazza aveva da poco pubblicato un’autobiografia intitolata “winnen of leren” (vincere o imparare), un ultimo grido d’aiuto, forse, un’ultima speranza per vincere, per avere il coraggio di resistere. Vincere su cosa? Noa all’età di 11 anni aveva subito un’aggressione durante una festa della scuola, poi ancora un anno dopo ha subito una violenza da parte di due uomini in un vicolo di una strada.

Un dolore che la ragazza ha portato con sé tanti anni senza mai parlarne a nessuno, se non con sè stessa. Riferiva i suoi pensieri ad un diario segreto, lo stesso diario che alle bimbe durante l’arco dell’infanzia tiene compagnia in modo, solitamente, allegro. Per Noa non è stato un diario di pensieri felici. Quello stesso diario oggi è stato trasformato in libro, quando ha avuto il coraggio di raccontare. “Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno”. Un coraggio liberato, forse, non più per sè stessa, ma per tutte quelle persone vittime di abusi, che come lei vivono quel dolore a cui voleva insegnare la forza di vincere, che lei sfortunatamente non ha avuto. Il libro di Noa si può interpretare sotto diversi aspetti, non è infatti solo una raccolta di pensieri, ma anche una denuncia. Una richiesta al proprio Peaese, l’Olanda, a cui chiede forse maggiore attenzione ed interesse, maggiore preoccupazione nel creare quelle strutture specializzate dove gli adolescenti con gli stessi problemi di Noa possano ricevere supporto fisico e psicologico. Per chi come Noa aveva il desiderio di lasciarsi morire. Ciò che la affliggeva non era solo un disturbo psicologico, ma anche fisico.

Aveva smesso di mangiare e bere. Fino al punto che i medici si sono visti costretti ad intervenire in modo drastico: nutrendola attraverso una sondina. L’assenza di sostengo nei Paesi Bassi per gli adolescenti che soffrono di queste patologie è un problema drammatico a cui Noa chiede riparo. La ragazza ha avuto molto coraggio ad esporre tutti i suoi pensieri e suoi gridi d’aiuto, anche se forse troppo tardi.

genitori

 

Per circa un anno e mezzo dall’accaduto, infatti, nemmeno i genitori hanno potuto aiutare Noa, non erano a conoscenza del fatto. La mamma aveva scoperto tutto trovando delle lettere di addio scritte da Noa, indirizzate proprio a loro, ai familiari, proprio a lei. Un modo straziante di scoprire il mondo che affliggeva Noa, il dolore che l’aveva perseguitata senza che nessuno sapesse, senza che nessuno l’aiutasse.

Domenica scorsa Noa ha smesso di soffrire. La ragazza descrive nel suo libro di aver vissuto “un inferno”. Soffriva di disturbi post-traumatici, depressione e anoressia, che l’avrebbero portata anche a tentare il suicidio svariate volte. Ricorda, infatti, lunghi ricoveri forzati. Una ragazza “difficile” a cui prestare perenne attenzione, questo aveva portato il Tribunale stesso ad emanare la decisione di mandarla in un centro di cura per impedirle il suicidio, Noa lo ricorda bene.

Racconta “Mi sento quasi una criminale, mentre nella mia vita non ho mai rubato una caramella da un negozio”.
Un continuo sentirsi fuori posto, questo ha spinto Noa a contattare una clinica specializzata dell’Aja per richiedere l’eutanasia, racconta “pensano che io sia troppo giovane per morire”. Dopo un primo rifiuto la domanda di Noa è stata accettata. Il 2 Giugno Noa ha smesso di soffrire.

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