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Fashion leasing: abiti in affitto

  • Alberto Guardabasso

fashion leasing

Foto: Eva Desnudo

Ad oggi, la risposta dell'industria della moda ai problemi legati al clima e all'ambiente, che nel complesso è un settore estremamente dannoso, è stata davvero irrisoria.

La nostra dipendenza da nuovi vestiti sta distruggendo il pianeta, ma i brand devono creare sempre più outfit se vogliono far crescere la propria attività e soddisfare gli azionisti. Infatti la sostenibilità non va a stretto contatto con i risultati economici.

L'impatto climatico del “fast fashion” è stato alimentato da un aumento vertiginoso del consumo di abbigliamento, che è più che raddoppiato negli ultimi 15 anni.

Il Boston Consulting Group e la Global Fashion Agenda prevedono che il consumo di abbigliamento aumenterà di oltre il 60% entro il 2030 e a quel punto si arriverà più facilmente ad un punto di non ritorno.

Chiaramente produrre più vestiti non è la risposta a questo problema, anzi ci vorrebbe un sistema che faccia consumare  vestiti senza produrre nulla di nuovo.

Così entra in gioco la “circular economy” o “economia circolare”, ovvero una nuova filosofia radicale che mira a bloccare il capitalismo senza nuocere all'ambiente.

Questo sistema teorico è basato sul riciclo continuo dei prodotti, al fine di proteggere l'ambiente.

Tuttavia, per poter riciclare ripetutamente i prodotti, si dovrebbe passare ad un sistema in cui paghiamo per utilizzare i prodotti, piuttosto che possederli.

Un modello che potremmo definire “fashion leasing” o “affitto d'abiti”, che creerebbe un chiaro incentivo per la sostenibilità, poiché i marchi più efficienti sarebbero quelli che hanno riciclato maggiormente nel tempo.

Potrebbe sembrare strano, ma la moda sta già arrivando all'idea di “affittare" gli abiti.

L'enorme successo delle piattaforme di rivendita come Depop e Grailed hanno dimostrato che i consumatori stanno già praticando nuove forme di consumo e che ci sono alcune startup in rapida crescita che stanno già facendo la differenza, come ad esempio quella londinese Higher Studio, diretta da Sara Arnold, che ha avviato la sua piattaforma dopo essersi licenziata da un lavoro in un marchio di lusso perché voleva essere parte della soluzione, e non il problema.

Higher Studio è un servizio di noleggio di marchi di lusso, che affitta outfit di brand del calibro di COMME des GARCONS e Maison Margiela.

I brand guadagnano per ogni singolo noleggio, quindi è molto importante che i loro pezzi siano conservati e trattati in modo da non rovinarsi; infatti il sistema fornisce loro un feedback su come i pezzi d'abbigliamento affrontano l'usura, cosa che non si otterrebbe con un modello di vendita tradizionale.

L'idea di un'economia circolare sta prendendo piede anche nei giganti del settore come ASOS, H&M e Kering, i quali hanno tutti firmato un impegno per la circolarità al Summit della moda di Copenaghen.

Anche Adidas e Nike hanno dichiarato di prendere l'impegno di questa nuova forma economica legata al mondo del fashion, anche se ad oggi non c'è una chiara azione su come questo sarà implementato.

Ciò che è chiaro è che abbiamo estremamente bisogno di nuove idee radicali se vogliamo uscire dal caos che l'industria della moda ha creato negli anni.

 

Di Alberto Guardabasso

 

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