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Stefano Chiodaroli, il cabarettista "terrorista"

  • Giulia Gotelli

 

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 È diventato famoso con il suo Panettiere, ma Stefano Chiodaroli non è solo questo: cabarettista e attore poliedrico, ha portato in scena maschere comiche, drammatiche, dark. Ma la dimensione che lo fa sentire libero resta il palco di un teatro, dove può essere se stesso fino in fondo. Lo abbiamo intervistato durante la prima serata di Risate da Oscar al teatro Oscar di via Lattanzio, la rassegna organizzata dalla KarmArtistico di Francesco Ruta. 

Parliamo di Breaking Bread: il titolo è ispirato alla famosa serie tv?

«Il titolo è sicuramente ispirato da Breaking Bad, ma anche dal fatto che c’è ancora il Panettiere nel mio spettacolo, dove ci sono sempre meno personaggi e mi avventuro sempre di più verso uno stand up. Mi piaceva questa allitterazione fra Breaking Bad e Breaking Bread e allora l’ho sfruttata».

È la prima volta che lo porti in scena?

«A Milano sì, ma lo spettacolo che porto in giro è sempre fatto da una parte di repertorio che sai che la gente poi ti chiederà e poi da cose nuove. Tante cose sono sparite: un tempo facevo Tempesta Ormonale piuttosto che Ornello l’ex fotomodello ma poi li ho lasciati in disparte perché mi piace di più la sola parola. La maschera in teatro non serve per nascondere ma per svelare delle parti di me, è uno strumento per raccontare».

Cosa ci dobbiamo aspettare dal monologo, inserito di recente?

«Niente che abbia un senso compiuto, il monologo è veramente una serie di suggestioni che si inseguono. Non apro mai una riflessione su me stesso, tutto quello che butto nel monologo è personale, ma è un personale che viene ingigantito e diventa paradossale per essere divertente. Parlo del sequestro della patente: è vero che mi hanno portato via la patente ma l’ho sublimato in un racconto».

Di solito interpreti commedie, ma con Hamburger hai affrontato una storia noir, mentre sullo schermo hai portato il giallo di Vallanzaska. Quale ruolo senti più tuo?

«È come dire: ti piacciono più le mele o le pere? Tutte e due. Nella comicità sono assolutamente libero di essere me stesso fino in fondo, non c’è oscenità che mi precluda, mentre raccontare un dramma è un lavoro a togliere cose che nella comicità lasceresti andare. Anche perché nella comicità, il clown è una dimensione di nudità che non posso far trapelare quando faccio parti oscure o da duro. Amo entrambi come due figli».

Porterai Hamburger a Busto Arsizio, e a Milano?

«Magari sì. Hamburger è uno spettacolo un po’ particolare, è la storia di un giustiziere-serial killer quindi non è proprio una passeggiata di merende. Lo facciamo io e Gloria Anselmi, lei è una modella prestata al teatro e io sono un comico prestato al dramma. Sono tre salti mortali. Poi quando uno lo vede dice: "Oh mamma!" È veramente una cosa molto forte perché poi la violenza è sempre tosta».

Come affronti il passaggio fra un genere e l’altro?

«Quando sono in teatro o faccio lo stand up di cabaret, so precisamente come fare e anche fisicamente che tipo di attitudine devo interpretare. Quando lavoro sotto altre regie mi affido totalmente al regista perché ciò che magari per lui è nero per me è bianco. È molto importante la visione che il regista ha di te perché ciò che per me magari è sbagliato, per lui è un capolavoro. Sembro così indisciplinato, in realtà sono il più disciplinato degli attori».

Hai avuto anche parti sul grande e sul piccolo schermo: teatro o tv?

«Il teatro è sempre bello: nello spettacolo live c’è un rapporto diretto con le persone e l'energia è reale, immediata. La televisione consuma la tua immagine e non dà niente, è un rapporto che va sempre tenuto a bada, perché devi cibarti di lei prima che lei si cibi di te. Come Milano. Il cinema rimane per sempre. Mentre la televisione ha un consumo immediato e una cosa che hai fatto sei mesi fa è già vecchia, quando fai cinema la cosa bella che fai è imperitura».

In molti ti hanno chiesto cosa pensi della scena di cabaret milanese... 

«Non è migliore né peggiore, cambia come i gusti delle persone. Ho due figlie che guardano gli stand up americani ma sanno a memoria i miei spettacoli, povere. Cerco di non tediarle con le mie cose teatrali ma mi conoscono talmente bene che quando inizio una frase sanno già come va a finire. Sono un uomo prevedibile. Il cabaret è cambiato. Quando abbiamo fatto Zelig e Colorado venivamo da vent’anni di vita sulla strada e siamo approdati alla tv commerciale nel momento in cui era al suo massimo. Abbiamo portato quindi vent’anni di repertorio, una ricchezza emotiva e di esperienza immensa dentro a una tv che era nel massimo del suo potenziale commerciale. Adesso tutto quel potenziale di racconto è esaurito perché abbiamo raccontato molto, la tv ormai non è più un interlocutore privilegiato perché se la guardano solo i vecchi alla casa di riposo o mia madre mentre stira la domenica sera. La comicità  e il cabaret rimangono ma cercano nuove vie e nuove risorse, perché il bisogno di far ridere rimane. Prima ha trovato la strada del cabaret, non è detto che sia la stessa in futuro. Magari sarà uno stand up più duro come quello degli americani con un pubblico meno familista che è poi il luogo del cabaret. Dire e fare l’indicibile con un pubblico che lo sa apprezzare. Il cabaret è diventato uno spettacolo per famiglie. I cabarettisti sono dei terroristi, non sono dei massaggiatori di bambini».

Affronteresti nuove forme, come le serie tv?

«Assolutamente, se me lo propongono e se mi pagano! La serialità è interessante. Io mi muovo in quella direzione, scrivendo sceneggiature. Adesso sto scrivendo la sceneggiatura di un film assieme a Donato Pisani e Riccardo Paoletti si intitola Otto settembre e la stiamo proponendo a vari produttori: è una commedia nera ambientata a Milano. Il mio umorismo è sempre stato nero: la gente ride ma io non riderei. Sono una persona solare ma non sono come Gabriele Cirilli che dice: “Ho fatto la battuta!”. Io faccio la battuta e poi la lascio andare al suo destino».

Cos'hai provato la prima volta sul palco e cosa provi ogni volta, ora?

«La prima volta è stato a un provino di Zelig. Era il 25 ottobre 1995 ed era un mercoledì mattina alle 11. Poi ho scoperto di essere molto emotivo e i primi dieci, quindici anni di vita professionale avevo il terrore. Ero di quelli che: “Dov’è Stefano?” Ero in bagno per l’ansia incontrollabile. Non era una reazione lucida perché sapevo cosa dovevo fare. Adesso sono riuscito a governarla e rimane come desiderio di restare concentrato ma all’inizio ero devastato dall’emozione di salire sul palco».

Hai commentato il tempo concesso ai comici per gli sketch, che è passato da un'ora circa a pochi minuti...

«È il linguaggio della tv: con uno sketch di due, tre minuti sono sicuri che la gente non cambi canale. D'altro canto la gente è confortata dal fatto che tu duri due o tre minuti perché se non gli piaci si dice: "Aspettiamo l’altro, arriva il mio beniamino". Questo va a incidere sull’ansia dell’artista perché tu magari piaci molto agli autori, arrivi, fai il tuo pezzo ma magari in quel momento l’Inter ha fatto gol su un altro canale, su Canale 5 c’era il momento del limone intorno al falò di Temptation Island, era finita la pubblicità e tu perdi improvvisamente d’ascolto. La settimana successiva, nella migliore delle ipotesi vieni messo in fondo alla scaletta, altrimenti sparisci in toto. È un sistema che hanno inventato per conservare il ritmo e non perdere gli ascolti televisivi, ma che svilisce e non permette di conoscere la qualità dello spettacolo di una persona, infatti hanno creato un mondo di gente assolutamente performante sui tre minuti ma che non è in grado di gestire uno spettacolo da un'ora».

Molti youtuber comici sono approdati alla tv: cosa ne pensi?

«È una cagata. Credo che ogni cosa vada affrontata per quella che è la sua natura. Se io vado a vivere con un lupo selvatico, devo adattarmi al lupo selvatico. Non è detto che se sono un ottimo youtuber poi io sia un grande attore televisivo, o uno stupendo intrattenitore di piazze. Ogni strumento ha le sue dinamiche, le sue necessità, il suo pubblico. Non è vero che il pubblico del web ti segue in massa sulla tv generalista o al cinema, ogni luogo ha il suo linguaggio. Aver fatto bene una cosa non costituisce referenza per farne bene un’altra, te la devi guadagnare sennò poi trovi due come noi che ti infamano. Anch’io mi sto mettendo sul web assieme a un amico».

Quindi tu passi da un canale all’altro!

«Sì, ma affrontando ogni cosa per quella che è la sua natura. Se esco con una signora anziana le do il braccio e camminiamo, se vado a correre a Lambrate metto le scarpe da ginnastica e corriamo. Ogni cosa ha un ritmo, un sapore diverso. Mi sono accorto che tutte le cose del Panettiere che erano mie sono state sempre in qualche modo mediate dalla tv quindi sto postando settimanalmente su Instagram e Facebook, per poi inserirle in un canale Youtube, i miei pezzi uncensored».  

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