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Barbablù, il mostro prende vita al teatro Carcano

  • Giulia Gotelli

 barbablu mario incudine x web cs«Io sono quello che sono per me stesso, e per nient’altro». Un’ammissione di totale consapevolezza, un lampo di lucida follia pervadono la mente di Barbablù, che si consegna ai fratelli dell’ultima sposa, la sopravvissuta, conoscendo il destino che gli hanno riservato: la morte. Una morte vista come una liberazione da se stesso, da quel mostro che da tutta la vita gli striscia sotto pelle, gli ringhia nelle vene e da cui, finalmente, può distaccarsi. Trentasei anni, un’esistenza macchiata da crimini efferati e dalla solitudine, dalla totale incapacità di amare anche la più perfetta delle compagne. Compagne a cui chiedeva “soltanto” una cosa: l’obbedienza, la totale abnegazione, la rinuncia di sé in nome di un amore tossico e impietoso, capace di donare soltanto prigionia, e morte.

È questo il personaggio ricreato dalla penna della siciliana Costanza Di Quattro per la regia di Moni Ovadia e fatto carne attraverso l’interpretazione di Mario Incudine, artista eclettico in grado di passare dalla narrazione al canto, accompagnato da musiche di sua composizione ed eseguite live da Antonio Vasta con pianoforte, fisarmonica e cornamusa.

Barbablù è un monologo noir, è la fiaba che prende vita su un palcoscenico e ne travalica i confini. È la trasposizione della mente di un omicida seriale che si racconta al pubblico, apre le porte di quel che rimane della propria anima nera di sangue ormai secco, sangue che lui stesso ha versato “allontanando dalla vita” le proprie spose. Vendetta, punizione, atto di misericordia: ogni donna che incrocia lo sguardo del ricco nobiluomo il cui volto è sfigurato da una folta barba cobalto è vittima inconsapevole di una tragedia annunciata. Sposare Barbablù è come offrire il collo a un sadico boia.

Sette donne, sette fiori di differente estrazione sociale che il protagonista della fiaba di Perrault strappa dall’epoca fatata in cui fluttuano prendendo possesso dei loro corpi, recidendone la libertà in nome di un amore che in realtà è incapace di donare. Una sola riesce a conquistarlo e ne paga il prezzo con la vita, come coloro che l’hanno preceduta, come coloro che la seguiranno: Barbablù le dà la morte nel sonno, stringendole le mani attorno al collo. E soltanto quando lei, unica in grado di amarlo d’un sentimento reale e puro come i suoi occhi cerulei, esala l’ultimo respiro, il mostro avverte una lacrima, una soltanto, solcargli la guancia. Iris doveva morire, come le altre: arrivare a capire chi fosse davvero l’uomo che aveva acconsentito a sposare le avrebbe arrecato una delusione cocente, e Barbablù non era disposto a vedere lo sguardo di lei tingersi di disprezzo.

Una fiaba che si muove in un remoto passato che viene ricreato sul palco del teatro Carcano, dove riprendono vita le vittime del mostro. Vittime a cui viene data voce, viene ricostruita la loro storia, il motivo per cui hanno deciso (o sono state costrette) a cedere a Barbablù e alle sue voglie. I corpi delle sette donne, alcune preadolescenti, vengono ricreati con feticci che ne riprendono alcune caratteristiche: un manichino “incinta” di un palloncino, una parrucca di lunghi capelli biondi, un libro macchiato di sangue.

Ma il mostro non è stato dimenticato, è reale, è attuale. Sopravvive in ognuno di noi, dormiente, finché qualcosa non risveglia la sua sete di morte, il suo bisogno di sopraffazione nei confronti di soggetti più fragili, marionette nelle sue mani, di cui, alla fine, strappa i fili. Barbablù è l’indifferenza, la violenza, il desiderio di obbedienza. È il tarpare le ali delle proprie compagne, l’incapacità di provare affetto, o amore, per chi abbiamo al nostro fianco, è distacco da chi ci offre supporto, è sfruttare il cuore che ci viene donato prosciugandone le energie fino a causarne il decadimento.

La morale di Perrault è che la curiosità è un difetto. Un difetto che, se portato agli estremi, può portare alla morte. Se le mogli di Barbablù non fossero state curiose, sarebbero sopravvissute? È questa la domanda che viene posta al pubblico, un parallelismo con l’attualità: se la vittima di una violenza non avesse provocato il proprio aggressore con un abbigliamento giudicato non consono, sarebbe stata risparmiata? Se una donna avesse rinunciato a se stessa per obbedire al proprio compagno, lui l’avrebbe lasciata in vita? Se non avesse deciso di interrompere una relazione tossica, avrebbe rassicurato l’ex partner che la riteneva “sua”?

 Teatro Carcano 

Corso di Porta Vittoria, 63

Dal 19 al 24 novembre 

Orari: da martedì a giovedì e sabato ore 20.30 - venerdì ore 19.30 - domenica ore 16.00

Prezzi: posto unico numerato € 18,00 - over 65 € 15,00 - studenti e under 26 € 13,50

Info e prenotazioni: tel. 02 55181377 - 02 55181362

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