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Patologie autoimmuni: grave errore sottovalutarle

  • Mirella Elisa Scotellaro

patologie autoimmuniIl sistema immunitario ha la funzione di proteggerci dalle malattie, ma può talora cambiare bersaglio e finire con il colpirci piuttosto che difenderci.

Il patrimonio immunitario di ogni organismo è deputato a creare anticorpi per combattere eventuali agenti estranei (virus, funghi, batteri, ecc.) che possono penetrare al suo interno e comprometterne l’integrità. In alcuni casi, però, si verifica un errore del meccanismo immunitario, per cui quel medesimo sistema che dovrebbe proteggere il self, invece di preservarlo, lo aggredisce fabbricando “autoanticorpi”, che non riconoscono cellule o tessuti dell’essere vivente di cui pure sono parte, quindi lo attaccano.

In condizioni di normalità, l’organismo ha la capacità di reagire all’insorgenza di autoanticorpi mettendo in campo una risposta di tolleranza immunologica mediante le cosiddette “cellule T regolatorie” ma, se il processo regolatorio fallisce, si instaura una infiammazione generatrice di affezione autoimmune, non di rado anche difficile da individuare ad un primo approccio clinico, in quanto produttiva di sintomi comuni a molte malattie - endogene o esogene - differenti tra loro per eziologia e decorso.

Solo in Europa, l’argomento trattato riguarda il 4% della popolazione e individua due grandi categorie di patologie autoimmuni, precisamente quelle sistemiche che finiscono per interessare tutto il corpo (ad esempio l’artrite reumatoide), e quelle invece confinate ad un organo o un tessuto ben preciso (ad esempio la psoriasi). La distinzione, tuttavia, può perdere la sua rilevanza se si considera che spesso le malattie autoimmuni localizzate possono estendersi ad altri organi o tessuti.

Studi autorevoli in materia hanno confermato questo trend, così come reso noto dalla rivista Autoimmunity Reviews che ha pubblicato gli esiti di una ricerca molto accurata, condotta su ammalati di “tiroidite autoimmune” in doppio cieco, cioè con una metodologia d’indagine in cui né gli sperimentatori, né i pazienti, sanno quale sia il gruppo di soggetti a cui è somministrato un farmaco e quale invece sia il gruppo a cui è somministrato un placebo: i risultati proverebbero che gli ammalati di “tiroidite autoimmune” rischiano di contrarre ulteriori patologie autoimmuni in percentuale 5 volte maggiore rispetto ad altri pazienti.

E’ un dato da non ignorare. Senza voler creare allarmismo, ma nell’ottica di una opportuna prevenzione e salvaguardia della salute, va sottolineato che:

  • i rischi legati alla mancanza di cure delle turbe del sistema immunitario dirette contro il self non sono affatto trascurabili se si pensa alla possibilità quintuplicata per tali pazienti di contrarre patologie anche molto gravi quali appunto la sclerosi multipla, il diabete mellito di tipo 1, la polimialgia reumatica, il lupus eritematoso sistemico, la gastrite cronica autoimmune e diverse altre importanti malattie (circa 80), talvolta in grado di condizionare pesantemente le aspettative e la qualità di vita delle persone che ne sono affette;
  • la creazione di autoanticorpi può influire sull’insorgenza di malattie psichiatriche come ad esempio la schizofrenia, nonché di alcune malattie degenerative come ad esempio l’Alzheimer;
  • l’alterazione funzionale del sistema immunitario scatena le allergie, oggi sempre più diffuse.

Non si conosce ancora con esattezza che cosa determini le malattie autoimmuni, anche se alcuni studiosi sono propensi a pensare non tanto ad un’unica causa scatenante, bensì ad una genesi multifattoriale, quindi alla combinazione di più fattori riconducibili in primis alla predisposizione genetica, ma pure a fattori esterni sfavorevoli, ad uno stile di vita particolarmente stressante o ad un’alimentazione non equilibrata, in specie se carente della vitamina D. In tale direzione si muove la PNEI (Psico Neuro Endocrino Immunologia, una nuova scienza nata negli anni Ottanta da una pubblicazione di Robert Ader) che studia il corpo umano nella sua interezza e nel suo rapporto fondamentale con l’ambiente.

Con particolare riferimento all’elemento dello stress, una ricerca dell’Università d’Islanda condotta su un milione di pazienti svedesi ha evidenziato che 100 mila fra questi, a cui erano stati diagnosticati disordini mentali conseguenti a prolungate situazioni di stress, hanno poi contratto una patologia autoimmune (risulta stilata in proposito una lista di ben 41 malattie autoimmuni di cui alcune sensibilmente invalidanti come diabete di tipo 1, artrite reumatoide, morbo di Crohn, ecc.). E non v’è dubbio che il coinvolgimento di una fascia così ampia di pazienti nei test eseguiti sia tale da far ritenere più che fondata l’intuizione di una relazione diretta tra stress e disfunzioni del sistema immunitario.

In conclusione, è bene che il soggetto affetto da autoimmunità non sottovaluti mai il suo problema, e consulti fin dai primi sintomi uno specialista che lo indirizzi verso terapie personalizzate, idonee ad assicurargli la migliore assistenza e la migliore qualità di vita possibile. Naturalmente, un ricorso tempestivo al medico sarà a tutto vantaggio del paziente e di un percorso di cura fruttuoso.

Mirella Elisa Scotellaro

Nota Bene: questo articolo ha finalità informative di carattere generale, e non può in nessun caso sostituire le valutazioni del medico.

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