Maria Luisa Frisa: moda italiana, immagini, Instagram e sostenibilità
Questa è un’intervista a Maria Luisa Frisa – critica e fashion curator – registrata mentre lavorava al progetto “Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971–2001”, promosso da Camera Nazionale della Moda Italiana. Anche se il contesto è legato a una mostra del passato, le sue risposte restano sorprendentemente attuali: parlano di capi iconici, di lavoro nella moda, del potere delle immagini (Instagram incluso) e di sostenibilità senza slogan.

L’idea di “Italiana” in due righe
MF: Stai lavorando a “Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971–2001”: qual è la tua idea?
MLF: La mostra vuole definire la qualità e gli elementi costitutivi della moda italiana: un momento di riflessione sul passato e una piattaforma privilegiata per valutare i cambiamenti della società. Attraverso oltre 120 abiti, e ovviamente tutte le icone del Made in Italy, voglio raccontare lo sviluppo della moda italiana, una moda pragmatica che ha influenzato lo stile a livello mondiale.
Un capo iconico per ogni decennio
MF: La mostra copre 1971–2001: ci dici un abito iconico per ciascun decennio?
MLF: Per gli anni ’70 direi gli abiti leggeri con le stelle di Walter Albini, portabilissimi anche oggi: un look etereo e sognante nato in un momento storico in cui le donne combattevano per affrancarsi dai ruoli subalterni.
Per gli anni ’80, mi viene in mente l’immagine della donna lavoratrice e di conseguenza la giacca Armani: un capo indispensabile che coniuga professionalità e femminilità.
Negli anni ’90 c’è la rivoluzione di Prada con l’utilizzo del nylon per capi eleganti: come dimenticare l’allora onnipresente zainetto delle sciurette milanesi?
A sancire lo stile del nuovo millennio furono invece gli abiti bianchi con oblò di Tom Ford per Gucci: sensuali ed essenziali.

Consigli a chi vuole lavorare nella moda
MF: Sei anche docente e ti occupi di formazione: cosa consiglieresti a un giovane che sogna di lavorare nel mondo della moda?
MLF: Preparati a lavorare duro perché è un settore competitivo, ma le opportunità non mancano per chi si impegna. Meglio lasciar perdere atteggiamenti da primadonna e usare creatività: molte professioni nel mondo della moda nascono dall’oggi al domani e non è nemmeno facile definirle, eppure sono attività interessanti e ben retribuite. Quindi non resta che darsi da fare e trovare il proprio ruolo.

Instagram e sovraccarico di immagini
MF: Ti sei occupata anche di fotografia di moda: cosa pensi di Instagram e dell’affollarsi di immagini in rete? Siamo diventati tutti artisti?
MLF: Attualmente la società vive di immagini: oggi più che mai, l’abito fa il monaco. Attraverso i social diventa facile costruirsi una vita ideale, trascendendo se stessi e rappresentando la vita di chi vorremmo essere attraverso scatti studiati. È un fenomeno affascinante che rischia però di farci diventare tutti voyeur, avidi fruitori di scatti di vita di sconosciuti.
Credo sia importante mantenere la consapevolezza dell’uso che si sta facendo di queste immagini, tenendo ben presente che sono foto studiate e selezionate e che non rispondono alla realtà. Da parte mia, dopo essermi molto interessata agli aspetti visuali, sto riscoprendo il potere evocativo del racconto: nel mio libro “Le forme della moda” ho riservato poche pagine alle foto; anche a lezione preferisco far scatenare l’immaginazione dei miei studenti partendo dalle parole.

Sostenibilità: sogno o lavoro concreto?
MF: Nel sistema moda parli anche di sostenibilità: cosa ne pensi? È un sogno realizzabile?
MLF: Il rispetto delle regole è il punto di partenza. Il rispetto dell’ambiente e del benessere dei lavoratori deve essere un requisito irrinunciabile. Ci sono linee guida chiare e condivise da rispettare. Come consumatori dobbiamo fare la nostra parte, innanzitutto informandoci per non farci incantare da facili etichette (come “biologico” o “sostenibile”) ma cercando di capire l’effettivo impatto di ogni nostra scelta quotidiana. Siamo tutti responsabili.

FAQ
Questa intervista è ancora attuale anche se legata a una mostra del 2018?
Sì: perché non parla solo dell’evento, ma di capi iconici, lavoro nella moda, cultura dell’immagine e sostenibilità. Temi che oggi contano più che mai.
Qual è l’idea più utile per chi vuole lavorare nella moda?
Che il settore è competitivo ma pieno di possibilità per chi è disposto a costruire competenze, lavorare duro e non ragionare “da primadonna”.
Perché “il potere evocativo del racconto” è importante nella moda?
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