I tre grandi di Spagna alla Fabbrica del Vapore Milano
Tre dei massimi esponenti dell’arte mondiale del XX secolo sono i protagonisti della mostra in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano.
Di Pablo Picasso (1881-1973), Joan Mirò (1893-1983) e Salvador Dalì (1904-89) sono esposte circa trecento opere negli spazi di via Procaccini, raccolte in modo da celebrare coloro che il titolo della mostra chiama “I tre Grandi di Spagna”, in virtù delle loro comuni origini iberiche. Curata da Joan Abellò, Vittoria Mainoldi e Carlota Muiños, la mostra, in programma dal 1° novembre 2025 al 25 gennaio 2026, intende farci scoprire come, da una comune origine, si siano poi potuti sviluppare tre linguaggi, tre stili e tre messaggi differenti che hanno creato le avanguardie artistiche più significative del Novecento e senza i quali queste, con ogni probabilità, non sarebbero mai esistite. Basti pensare a quanto Picasso abbia contribuito alla nascita del Cubismo, prima di attraversare tante altre tendenze artistiche, così come a quanto Mirò sia stato importante, alla pari di Kandinskij e Klee, per l’Astrattismo e all’apporto di Dalì nel gruppo surrealista parigino. Insomma, potremmo, a tutti gli effetti, parlare di tre pilastri dell’arte mondiale. La mostra ha il pregio di riunire opere note e meno conosciute, con l’obiettivo di creare un immaginario dialogo tra le loro arti e di indagare un percorso artistico segnato anche dalle grandi tragedie del Novecento. Anche in questo caso, si parla, nel titolo, di “Tre visioni. Un’eredità”.
Si potrebbe, a tutti gli effetti, parlare di “tre grandi di Catalogna”, in quanto i tre artisti iniziarono la loro carriera a Barcellona. Mirò e Dalì erano catalani, ma Picasso, nato a Malaga, vi si trasferì da ragazzo e, qui, trovò la via creativa. Quella in cui crebbero i tre artisti era la Barcellona di inizio ’900, in cui operavano architetti come Antoni Gaudì e Josep Puig i Cadafalch, i quali contribuirono a trasformare il volto della città in chiave “modernista”, come veniva chiamato in Spagna lo stile da noi denominato “Liberty”. In questo contesto artistico, sospinto anche da un notevole contributo urbanistico della municipalità, che decise di creare nuovi quartieri (chiamati Eixample), insieme a una borghesia imprenditoriale molto determinata e intraprendente, Barcellona divenne la capitale spagnola del Modernismo, anche in virtù di quella tendenza tipicamente indipendentista del popolo catalano, sempre alla ricerca di un elemento di distacco e rottura dalla capitale Madrid e dalla Castiglia. Picasso, a Barcellona, ebbe la vocazione artistica, frequentò i locali alla moda con altri colleghi e aprì il suo primo studio, da giovanissimo e precoce talento, tanto che i ricordi degli anni giovanili catalani resteranno, per tutta la sua vita, impressi in dipinti e disegni eseguiti a Parigi. Il Modernismo, ma anche l’arte parigina di Picasso, ebbero grande influenza sui giovani Mirò e Dalì, in una chiave più classicista e fortemente influenzata dall’autonomismo della regione.
Parigi fu la città in cui i tre Grandi unirono i loro percorsi e intersecarono le rette del loro lavoro artistico. Picasso vi si stabilì definitivamente nel 1904 e non tornò mai più in Spagna per ragioni politiche e, qui, diede vita dapprima al Periodo Blu, in cui le sue opere erano segnate da colori scuri e malinconici e da tratti nervosi, in relazione ai lutti e alle difficoltà da lui affrontate, e poi a quello Rosa, in cui i colori si fecero più tenui, mantenendo gli stessi temi affrontati in precedenza. Ne seguì, dal 1907, la rivoluzione cubista, che segnò la storia dell’arte del Novecento, con la sua volontà di scomporre e deformare volumi e dimensioni, ma che influenzò, indubbiamente, anche Mirò e Dalì. Il primo giunse a Parigi nel 1920 e, ispirato dalla svolta cubista, iniziò a frequentare dadaisti e surrealisti: proprio in virtù di tali legami, la sua pittura perse profondità e il colore divenne puro strumento di espressione sentimentale, in nome di quello che lui chiamò “Automatismo dell’Inconscio”. Per Dalì, invece, Picasso divenne una sorta di fantasia: l’artista dichiarò di aver conosciuto il genio di Malaga nel 1926, in una sua biografia in pieno stile surrealista, nella quale realtà e finzione si mescolano alla perfezione. Di certo si sa che Picasso apprezzasse i primi lavori di Dalì e che lo avesse accolto a Parigi nel 1929, ma il fatto che Pablo non avesse mai risposto alle molte missive di Salvador acuisce l’alone di mistero che permea il rapporto tra i due.
In fondo, i tre Grandi di Spagna sono stati tutti, a modo loro, surrealisti, in quanto questo movimento, quasi come un fiume carsico sotterraneo, permeò le loro opere in nome del superamento della realtà visibile, dell’interesse per l’inconscio e per il simbolo inteso come forma comunicativa, ma anche di una costante tendenza alla libertà, sia dal punto di vista creativo che in quello della denuncia sociale. Picasso, in fondo, fu surrealista a suo modo e senza volerlo: pur non facendo parte del gruppo di Breton, la sua arte, a partire dagli anni ’20, fu frutto di suggestioni oniriche e dell’inconscio, ma anche di deformazioni dei corpi e dei volumi legate a una tensione psicologica causata, tra l’altro, da vicende politiche come l’ascesa dei totalitarismi e dei nazionalismi, che sarebbero poi sfociate, con tutta l’angosciosa potenza, in Guernica. Mirò, invece, partecipò attivamente al gruppo surrealista, calandosi nello spirito del movimento e lavorando a opere con tratti grafici semplici, infantili e primitivi, sempre a cavallo tra sogno e mito: il Surrealismo di Joan non è altro che una ricerca di purezza cosmica ottenuta attraverso un alfabeto dell’anima e una poesia visiva che si genera dalla commistione tra forme semplificate, colori primari e superfici annullate. Dalì fu colui che, aderendo al Surrealismo, portò un approccio radicale al movimento in virtù della sua personalità narcisista e provocatoria. Lontano dalla tragicità di Picasso e dalla semplificazione estrema di Mirò, Dalì fu teatrale e scenografico, fino a divenire icona pop dell’avanguardia del Novecento mondiale, cercando sempre l’eccesso dentro di sé. Attraverso uno stile iperrealista, Dalì manifestò, su tela, il suo inconscio in paesaggi mentali popolati da simboli ossessivi, come i celebri orologi molli, che danno l’idea di uno spettacolo dell’inconscio.
In questo solco, Picasso realizzò una serie di incisioni, tra il 1933 e il ’37, per il mercante d’arte Ambroise Vollard e, per questo, convenzionalmente denominata “Suite Vollard”. Giovi sottolineare che Picasso sia il più grande disegnatore del Novecento e anche il maggiore incisore del secolo, in grado di anticipare graficamente le sue svolte artistiche poi trasferite su tela o su muro. Il pregio della mostra è il fatto di esporre la suite nella sua quasi totalità, con lo scopo di farci osservare da vicino la padronanza di Picasso con le varie tecniche incisorie, la sua volontà di usare la stampa come mezzo di diffusione artistica più democratico rispetto alla tela, ma anche la varietà dei temi affrontati. Si tratta di un costante omaggio ai maestri del passato, dalla classicità, spesso citata con busti o statue, a Tiziano, specie nei fogli con le modelle sdraiate sul fianco, come delle Danae, e a Rembrandt, raffigurato come una specie di guru orientale barbuto simbolo di saggezza. Picasso, però, inserì nella Suite anche riferimenti alle sue opere contemporanee, dal simbolo del Minotauro all’atelier dell’artista, in un costante dialogo tra creazione artistica e riflessione sull’inconscio, sull’amore e sulle metamorfosi. La Suite Vollard è un diario visivo in cui l’artista riversò tutte le sue riflessioni di quegli anni. Per Picasso, il decennio segnò anche la nascita di un linguaggio politico e sociale universale, segnato da due grandi opere: Guernica e le incisioni satiriche chiamate Sueño y mentira de Franco, entrambe di quel fatidico 1937. Il genio di Malaga reagisce alle inquietudini generate dalle ascese di regimi totalitari, guerre e nazionalismi con un linguaggio etico e non più soltanto estetico. Da Parigi seguì da vicino le vicende della sua Spagna in guerra, partecipando idealmente alla difesa della democrazia. Testimonianza di ciò è la satira, già antesignana del fumetto, chiamata Sueño y mentira de Franco, ferocissima nei confronti del dittatore fascista, che viene ritratto come una creatura mostruosa, erede della fase cubista e surrealista, sempre sospeso tra potere e follia, combinando ironia e denuncia delle stragi belliche. Fu, però, con il bombardamento dell’aviazione nazifascista sulla cittadina basca di Gernika (Guernica in spagnolo) che Picasso poté amplificare, su un grande formato, un murale di tre metri per sette, quanto già sperimentato nei fogli incisi satirici contro Franco, con motivi che riappaiono, come la madre piangente mentre tiene tra le braccia il figlio morto oppure il cavallo imbizzarrito. Si tratta, nel suo formato in bianco e nero, di un grido muto antifascista e contro le guerre, in cui la frammentazione cubista e la suggestione onirica surrealista divengono una realtà cruda di denuncia, un linguaggio che esprime una ferita collettiva, ma anche un monumento alla pace e alla memoria che, dopo la fine della dittatura di Franco, è tornato in Spagna, come da volontà dell’artista, al Museo Reina Sofia di Madrid. Importanti sono i bozzetti esposti in mostra, che testimoniano il turbine creativo di Picasso, una specie di laboratorio mentale alla base di una delle opere più iconiche dell’arte del Novecento che, insieme alla serie di incisioni satiriche contro Franco, potrebbero essere definite come un atto di responsabilità etica da parte dell’artista.
A conclusione della mostra, una parte è dedicata al rapporto tra i tre Grandi di Spagna e le arti applicate. Reduci da un grande successo internazionale nel secondo dopoguerra, le loro strade si separarono: Dalì, in America, divenne icona pop, Mirò mantenne un profilo più schivo, tornando in Catalogna e dedicandosi all’eredità dei suoi primi lavori, mentre Picasso non smise mai di reinventarsi e, nella sua proteiforme capacità artistica, seppe sperimentare nuove tendenze ma anche lavori in relazione con fabbriche di ceramica. Basti pensare a quanto svolto da lui a Vallauris, nel sud della Francia, dove lavorò alla decorazione di vasellame. Si può parlare di “eclettismo tecnico”, in quanto i tre artisti seppero mescolare, in questa ultima fase della loro vita, più tendenze e tecniche. Già negli anni del Surrealismo, i tre seppero lavorare su campi paralleli, addirittura tra più forme artistiche, specie nella collaborazione tra Dalì e Luis Buñuel per Un chien andalou, tra le opere cinematografiche più riuscite del regista, ma è dopo la seconda guerra mondiale che i tre seppero reinventarsi in rapporto ad altre forme d’arte. Di Picasso si è già detto, ma anche Mirò iniziò a dedicarsi al disegno e alla litografia, come espresso, in mostra, dalle copertine di dischi o dal manifesto per i Mondiali di Calcio dell’82 in Spagna, ma anche a scenografie per il teatro e a mosaici per la decorazione di piazze. Dalì, invece, negli Stati Uniti, approfondì la sua passione per il cinema, collaborando anche a cortometraggi di Walt Disney. Infine, fatto degno di nota, quasi a rappresentare l’eredità dei tre grandi di Spagna con la contemporaneità, Picasso realizzò, nel 1961, come opera di arte pubblica, una serie di disegni, esposti in mostra, destinati a essere incisi sulla facciata dell’edificio dell’Ordine degli Architetti di Catalogna a Barcellona.

Suite LINOLEOS, Reproduction after a work by Pablo Picasso, 1958-61, Dos sátiros y cabra, Linoleografia a colori, Ed. Gustavo Gili, Barcelona, 1962, Courtesy Fundación Museo de Artes del Grabado, © Succession Picasso, by SIAE 2025
I tre grandi di Spagna: tre visioni, un’eredità. L’arte di Dalì, Mirò e Picasso
Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano
Orari: lunedì – venerdì 9.30-19.30; sabato, domenica e festivi 9.30-21.30
Biglietti: intero 15,00 €, ridotto 13,00 €
Info: www.navigaresrl.com/mostra/i-tre-grandi-di-spagna/
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