Andrea Appiani a Palazzo Reale: il Neoclassicismo a Milano
Uno dei massimi artisti del Neoclassicismo europeo è il protagonista della mostra autunnale di Palazzo Reale di Milano.
Ad Andrea Appiani (1754-1817) è dedicata l’esposizione, ospitata nelle sale al piano nobile del palazzo di Piazza Duomo, in relazione anche alla sua attività di frescante e decoratore per alcune sale di quella che era la dimora dei governanti di Milano, andate perdute sotto le bombe del 1943. Curata da Francesco Leone, Ferdinando Mazzocca e Domenico Piraina, la mostra è promossa da Comune di Milano e prodotta da Palazzo Reale, Civita Mostre e Musei, Electa e Mondo Mostre. Dal 23 settembre 2025 all’11 gennaio 2026 è possibile compiere, attraverso le opere del pittore, un viaggio all’interno di quella che è stata la Milano neoclassica, a cavallo tra potere asburgico e l’avvento di Napoleone e dei francesi. Il percorso si muove su binari paralleli, cronologici e tematici, con lo scopo di illustrare, nello stesso tempo, la vita di Andrea Appiani e l’evoluzione del suo stile attraverso i vari generi da lui affrontati.
Andrea Appiani è il più grande e innovativo pittore neoclassico italiano, forse al pari di quello che, negli stessi anni, è stato Antonio Canova in scultura, per i risultati raggiunti nelle sue opere. L’artista nacque nel 1754 nella zona vicina alla chiesa di San Carpoforo, nel cuore del quartiere di Brera, e sin da piccolo mostrò grande talento nel disegno. Per tale motivo, i genitori lo affidarono, come apprendista, a Giovanni Antonio Cucchi, artista piemontese attivo in città e seguace di Mengs. Dopo la fine di questo apprendistato, Appiani si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, dove ebbe come maestri prima Martin Knoller e poi Giuliano Traballesi, entrambi artisti ancora legati alla temperie barocca e rococò ma già anticipatori di alcune tendenze neoclassiche. Grazie a loro due poté conoscere, sviluppare e iniziare a lavorare a quella tecnica dell’affresco che avrebbe fatto rinascere in città, dopo circa sessant’anni dalle opere del Tiepolo, e che lo avrebbe reso famoso nel mondo aristocratico cittadino, legato agli Asburgo ma anche alla Cultura illuminista di Pietro Verri, che lo introdusse in questo contesto, aprendogli grandissime opportunità e commissioni. Appiani è, a tutti gli effetti, uno dei vertici del Neoclassicismo europeo, al pari di figure come Canova, Piranesi o David, ed è grazie all’Illuminismo milanese e alla sua aristocrazia colta e liberale che l’artista può definirsi tale.
Le prime prove di Appiani, che attirarono l’attenzione dei nobili committenti, furono ritratti. La storia dell’arte celebra l’artista come valente ritrattista e, in questo genere, egli si rivelò un grande innovatore: in contemporanea con i suoi omologhi inglesi come Joshua Reynolds o con il nostro Pompeo Batoni, inaugurò la nuova tendenza del “ritratto ufficiale”, ovvero un soggetto che non è più solamente istantanea, ma anche pura celebrazione del potere politico e civile, del quale Appiani — prima con gli Asburgo e poi con Napoleone — fu cantore in immagini. Appiani, sia chiaro, non ritrasse solamente il gotha milanese o i potenti dell’epoca, ma anche se stesso e la sua amata famiglia, con la quale mantenne sempre un senso di discrezione raro all’epoca (sono pochissime le immagini con cui immortalò moglie e figli). Sempre grazie a Pietro Verri, ma anche alla frequentazione dell’Accademia di Brera, Appiani poté conoscere colui che divenne per lui una sorta di guida spirituale, Giuseppe Parini, che ne cantò le lodi in un’ode incompiuta e che segnò, con i suoi versi, una fonte d’ispirazione per le opere mitologiche e allegoriche destinate alla committenza aristocratica. Entrambi oriundi di Bosisio, Appiani e Parini legarono anche in virtù dei comuni interessi verso la classicità, aprendosi all’Illuminismo e ai suoi ideali di uguaglianza tanto cari alla nobiltà milanese.
Tra il 1780 e il ’90 Appiani iniziò una rapida scalata sociale lavorando a vari ritratti ma anche a campagne di affresco in alcuni palazzi milanesi. A queste opere è dedicata la prima parte di mostra, in cui spiccano gli ovali con le Storie di Venere per Palazzo Melzi, oggi scomparso e situato, in origine, su quella che è l’odierna via Manin. L’influenza di Parini si mescola con il mito, rappresentato iconograficamente tramite le fonti antiche, specie Ovidio, ma con uno stile nuovo, più libero e insieme monumentale e statuario: non a caso, in questi anni Appiani viaggiò tra Parma, Bologna, Firenze e Roma, in un percorso di formazione che lo avrebbe arricchito sul piano delle fonti. In questi stessi anni, per la prima volta, Andrea entrò in quello che si chiamava Palazzo Regio-Ducale, lavorando a pannelli decorativi destinati ad abbinarsi, nella terza sala degli arazzi, ai grandiosi tessuti francesi con le Storie di Giasone, eseguiti a Parigi circa vent’anni prima. I suoi pannelli risentirono profondamente della statuaria antica, ma anche delle figure dei Carracci, monumentali e poetiche nelle loro pose, così come — nella scelta della grisaglia a finto bassorilievo — dell’illusionismo ottico della prima parte del Settecento, specialmente bolognese. Di questi anni sono anche le tele, esposte in mostra, raffiguranti le Storie di Europa, eseguite per Palazzo Castelbarco Visconti, in cui la scena del ratto da parte di Zeus, mutatosi in toro, è un omaggio alla Galatea di Raffaello alla Farnesina. Anche negli anni ’90 Appiani proseguì a lavorare ad affreschi per i palazzi di Milano ma anche dei dintorni, come provano le Storie di Psiche per la Rotonda, progettata dal Piermarini, della Villa Reale di Monza, eseguite nel 1792.
Il viaggio fino a Roma segnò Appiani anche nella pittura sacra, che per lui fu genere minore e marginale (nella sua opera sono documentate solo due tele destinate a chiese, una ad Arona e un’altra ad Alzano Lombardo), ma non per questo poco rilevante. In questo senso, fu importante un’altra campagna di affresco che lo vide coinvolto in città, nel Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso. All’interno dell’edificio rinascimentale, dal 1792 al ’95, Appiani affrescò i pennacchi della cupola con le figure degli evangelisti e due arconi laterali con i dottori della Chiesa; ridipinse anche alcune parti eseguite nel Seicento dal Cerano. Di questa impresa grandiosa, apprezzata dalla cittadinanza milanese alla fine dei lavori, in mostra possiamo osservare il cartone in cui uno degli evangelisti, con il suo movimento titanico, pare uscito da un disegno di Michelangelo. Il pregio del lavoro a Santa Maria dei Miracoli, per Appiani, fu l’aver fuso l’influenza — evidentissima nel cartone — delle cupole parmigiane di Correggio e di quelle romane del Domenichino e del Lanfranco, con l’illusione ottica tipica di Giambattista Tiepolo, specie nei suoi lavori perduti per Palazzo Archinto o per la sagrestia di Sant’Ambrogio. E, dopo le imprese di Tiepolo tra anni ’30 e ’40, questa fu forse la più grande campagna di affresco del Settecento milanese.

Andrea Appiani, Apoteosi di Napoleone (cartone per l’affresco della Sala del Trono di Palazzo Reale), 1806-1808 circa Mina di piombo, lumeggiature bianche su carta 2740 x 4750 mm Parigi, Musée du Louvre, Département des Arts graphiques
E poi venne Napoleone. Appiani, di fronte a colui che, in quegli stessi anni, Ugo Foscolo celebrava come liberatore e portatore dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità, seppe — da pittore affermato qual era — sfruttare l’occasione per divenire l’interprete del cambiamento civile e politico cittadino dopo l’avvento dei francesi. Non a caso, il primo ritratto del Bonaparte è proprio di Andrea Appiani, del 1796, sullo sfondo della battaglia di Lodi. I nuovi governanti compresero il suo potenziale e lo resero elemento decisivo per rappresentazioni simboliche, allegoriche e celebrative del loro potere su Milano. In questo periodo l’artista lavorò molto al ritratto, raffigurando le nuove figure politiche e civili e celebrandole in immagini grandiose ma sempre realisticamente istantanee. Appiani ritrasse anche Napoleone, in chiave di liberatore di Milano, e come nuovo governante, nel celebre dipinto del 1803 in cui il Bonaparte è raffigurato come Presidente della Repubblica Italiana. Un netto cambiamento nella raffigurazione del generale si ebbe tra 1804 e 1805, quando Napoleone, da liberatore figlio della Rivoluzione francese, divenne imperatore con la doppia incoronazione a Parigi e a Milano. Da questo momento Appiani iniziò a raffigurarlo, in quanto imperatore, come un dio antico, sacrale e imperturbabile, con un mix tra l’iconografia di Zeus e quella di Augusto.
Ciò risulta evidente in alcuni ritratti ma, ancora di più, nell’ultima campagna di affreschi che lo vide coinvolto, sempre in quello che, allora, iniziò a chiamarsi Palazzo Reale. Già nel 1803-1804 iniziò a lavorare alla volta della Sala delle Cariatidi con l’Apoteosi di Napoleone e, nel 1808, nella Sala del Trono raffigurò sulla volta il Bonaparte in trono circondato da figure allegoriche con un’aura grandiosamente titanica e imperiale, della quale resta il grandioso cartone del Louvre (in mostra), che ci restituisce quanto distrutto nel 1943. Mentre era al lavoro per la Sala della Lanterna, nel 1813 Appiani fu colpito da un’emorragia cerebrale, che lo segnò fino alla morte. In questo ambiente riuscì a realizzare solo due comparti, lasciando incompiute sia la saletta sia la monumentale volta della Sala delle Cariatidi: entrambe furono riprese e terminate, dopo la Restaurazione, da Francesco Hayez e Pelagio Palagi, due tra i più degni eredi di Appiani.
Il pittore riuscì però a portare a termine il fregio dipinto per la Sala delle Cariatidi, eseguito tra il 1800 e il 1807, raffigurante i Fasti di Napoleone, autentico manifesto del Neoclassicismo. Si trattava (purtroppo polverizzato sotto le bombe nel 1943) di un fregio a tempera sul ballatoio con trentacinque scene a grisaglia raffiguranti la campagna d’Italia del 1796 e le vicende imperiali del Bonaparte riguardanti il Nord della Penisola fino al 1807. I Fasti erano uno dei vertici del Neoclassicismo europeo, ispirati dapprima dall’ode di Foscolo e, poi, all’iconografia imperiale romana: l’alternarsi di scene di battaglie con medaglioni allegorici celebrativi richiama i trionfi antichi dell’età giulio-claudia e flavia. Il fregio — e questo è uno dei pregi della mostra — è riprodotto integralmente grazie a una documentazione fotografica eseguita (fortunatamente) prima della Seconda guerra mondiale, proprio nel luogo in cui si trovava, quasi a segnare un lascito storico e artistico alla città e ai milanesi.
Andrea Appiani. Il Neoclassicismo a Milano
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: martedì–domenica 10.00–19.30; giovedì 10.00–22.30; lunedì chiuso
Biglietti: intero 15,00 €; ridotto 13,00 €
Info: https://www.palazzorealemilano.it/-/appiani-neoclassicismo-milano
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