Mostra Robert Mapplethorpe a Palazzo Reale: Le forme del desiderio (date, orari, biglietti)
Uno dei maggiori esponenti della fotografia mondiale del XX secolo è il protagonista di una grande mostra a Palazzo Reale di Milano.
Allo statunitense Robert Mapplethorpe, con il suo stile inconfondibile, estetico e introspettivo, è dedicata l’esposizione nelle sale del palazzo di Piazza Duomo, attigue all’Arengario e al Museo del Novecento. Curata da Denis Curti, prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, nonché promossa dal Comune di Milano in partnership con la Fondazione Robert Mapplethorpe, la mostra, dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, intende esplorare i lati più significativi della fotografia di uno dei maggiori esponenti di quest’arte nel XX secolo. Personaggio poliedrico, geniale ma anche molto controverso per il suo essere sempre in opposizione agli schemi tradizionali e alla società americana del suo tempo, Mapplethorpe è un artista che si muove sempre “in direzione ostinata e contraria”, come cantava Fabrizio De André, e che, con la sua macchina, sa cogliere il Bello ma sempre con un tocco personale che trascina l’osservatore nell’introspezione. Robert non è un fotografo di moda e di pubblicità, come i suoi contemporanei Newton o Avedon, ma, analogamente a loro, coglie la bellezza delle forme e del corpo umano, così come della natura floreale. Si distacca, però, per la sua volontà di non celebrare la Bellezza in senso puro e assoluto, a differenza di quanto fanno i fotografi di moda, ma di esaltarla entrando dentro la mente del soggetto raffigurato, attraverso l’introspezione.
Robert Mapplethorpe nasce a New York nel 1946 da una famiglia numerosa di origine irlandese che, come da prassi, cresce i figli secondo rigidi precetti cattolici, che saranno la base per il suo essere ribelle e anticonformista. I suoi inizi artistici sono da far risalire alla metà degli anni ’60, quando inizia a lavorare, appassionandosi alla pittura, alla scultura e all’architettura, ad alcuni collage dal taglio provocatorio e irriverente. La mostra parte da queste opere, eseguite tra il 1963 e la fine del decennio, in cui l’unione di feticci religiosi, ritagli di riviste erotiche e riferimenti alle Avanguardie, specie al Dadaismo, proiettano la sua opera in una dimensione estatica, intesa come elevazione interiore, ma anche come ricerca dentro di noi, verso quella reazione emozionale, punto di arrivo finale della provocazione nata con il gesto artistico creativo. E, in fondo, Mapplethorpe si pone all’osservatore con lo stesso spirito dei Dadaisti e dei Surrealisti: voler provocare uno shock che provochi un cortocircuito di emozioni e sentimenti.
Per Robert, due sono state le donne di riferimento nella sua vita. La prima è stata quella che ancora oggi è un’icona musicale e poetica, quella Patti Smith da cui hanno tratto ispirazione in tanti, dagli anni ‘60 in poi, dal nascente universo Punk alla Controcultura Undergound per arrivare al Rock anni ‘80, come quello degli U2. Patti, per Mapplethorpe, è amica, amante e musa ispiratrice a partire dal 1967. Nel 1969, in piena contestazione, i due si trasferiscono al Chelsea Hotel di New York, dove, insieme, frequentano il vivace ambiente culturale del quartiere. In questi anni, Mapplethorpe esegue una serie di ritratti fotografici di Patti Smith, che risultano tra i capolavori della sua produzione. Queste foto sono un omaggio, Poesia per immagine, a una donna che è, per il fotografo, un punto di riferimento che va oltre il rapporto sentimentale e sessuale tra i due, e il cui corpo pare quasi, da parte del giovane Robert, oggetto di venerazione. La seconda figura femminile della vita di Mapplethorpe è stata Lisa Lyon, campionessa di culturismo e simbolo di bellezza androgina e misteriosa, nonché primo elemento di esplorazione di tematiche di genere nella sua opera. Ritratta dal fotografo con atteggiamento reverenziale, sempre con tratti chimerici, la donna è un simbolo del cambiamento dell’ottica di Mapplethorpe, nel taglio ambiguamente androgino della sua figura. A questo aspetto, Robert si appassiona, esattamente come, circa quarant’anni prima, un altro grande fotografo come Man Ray si era fatto affascinare da Meret Oppenheim, e lavora sul suo corpo tonico definendolo come una sorta di capostipite di un nuovo genere di bellezza, su cui fondare un’altra Estetica alternativa al canone dominante nelle opere, per esempio, di Newton e Avedon. Lisa è a metà tra statua classica, femminilità non ideale ma idealizzante, dai lineamenti aggraziati, e una muscolarità evidentemente mascolina. Nel corpo di Lisa Lyon, Mapplethorpe vede una forma simile a quelle sperimentate dalle creazioni michelangolesche.

Patti Smith, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission
Con l’inizio degli anni ‘70, grazie a John McKendry, responsabile del dipartimento fotografico del MET di New York, Mapplethorpe poté entrare a diretto contatto con l’archivio storico iconografico del grande museo, iniziando, quindi, ad approfondire le due tematiche su cui si sarebbe svolta la sua opera: da un lato il ritratto, dall’altro le composizioni floreali. Ed è in questo momento che iniziano a delinearsi quelle “forme del desiderio”, a cui fa riferimento il titolo della mostra. Forme grandiose, al limite della perfezione, che non sono pura celebrazione di bellezza ma pungolo per provocare e scoprire gli angoli nascosti del desiderio fisico. Prima di ciò, però, giovi sottolineare che Mapplethorpe lavora molto sul tema dell’autoritratto, senza toni celebrativi, quanto, piuttosto, introspettivi. Con la macchina fotografica, il fotografo cerca di trovare gli angoli nascosti del suo essere profondo. Se la versione di Mapplethorpe con sigaretta in bocca e giubbotto di pelle, un po’ dandy come James Dean, un po’ spirito punk alla Lou Reed, è simbolo del suo essere controcorrente, ancora di più lo sono i suoi autoritratti “en travestì”, in cui la fluidità di genere prende forma. L’autoritratto è, per Mapplethorpe, essere se stesso e mostrarsi nella sua essenza quotidiana, attraverso la sperimentazione che lo porta a omaggiare Duchamp o ad atteggiarsi da finto terrorista con mitra in mano, fino alle ultime prove, del 1988, con il volto scavato dall’AIDS, che lo avrebbe portato alla morte di lì a poco. Gli autoritratti di Mapplethorpe sono un diario per immagini della sua breve vita. Anche nel ritratto, il fotografo è maniacale nella cura della composizione e dell’equilibrio estetico, mirante a segnare il campo per l’incontro e l’intesa tra due anime, quella del creatore e l’omologa del soggetto rappresentato. Nel ritrarre grandi personalità, da Isabella Rossellini a Paloma Picasso, da Andy Warhol a Peter Gabriel, la macchina fotografica è specchio dell’anima e gli consente di creare legami nascosti e connessioni non visibili, evidenti in sguardi fugaci e pose insolite.
A partire dal 1976, anche grazie alla relazione, sia sentimentale che professionale, con il collezionista Sam Wagstaff, inizia a esplorare i corpi maschili, specie quelli di modelli afroamericani, concepiti come simboli di desiderio e portatori di una sensualità primordiale e latente, spesso in parallelo a composizioni floreali dall’alto valore allegorico, specie orchidee, simboli di piacere e di sessualità. Nascono, così, quelle fotografie note come “Nudi e fiori”: l’artista, immortalando il corpo, ci spinge a interrogarci sulle nostre percezioni e sui nostri limiti. Le figure maschili sembrano statue che si elevano, ora estaticamente, a simboli di una bellezza senza tempo e vengono immortalate con uno stile che ne esalta la fisicità e il dinamismo, esattamente come hanno fatto, nei secoli passati, Fidia, Prassitele, Donatello, Michelangelo e Bernini. I nudi di Mapplethorpe hanno il pregio di essere una forma d’indagine artistica sia sul concetto di corpo che sulla reazione di fronte a esso, che implica il superamento di un limite. La sua fotografia è una ricerca per andare “Plus Ultra” (riferimento opposto a quello delle antiche Colonne d’Ercole, il cui motto era “Non Plus Ultra” e monito a non superarle per evitare l’ignoto e le sue conseguenze), svelando tabù, rompendo schemi morali per la rappresentazione maschile ed emancipando quella femminile, togliendole dall’asservimento allo sguardo dell’altro sesso per interpretarne la libertà di essere e la volontà di apparire
Logica conclusione della mostra è un confronto, tutto fotografico, tra i nudi dell’artista e altre sue immagini raffiguranti statue antiche, rinascimentali e barocche. Le statue sono simbolo di passione, con i loro corpi fissati nel marmo o nel bronzo portatori di carica sensuale e le sue foto a tema sono una volontà di privarle della loro staticità per dar loro vita, al pari dei suoi modelli. Un po’ come il falegname Geppetto che crea la figura di Pinocchio e Michelangelo che, plasmando il David, scaglia lo scalpello gridando “Perché non parli?”, Mapplethorpe cerca di trasformare lo statico in dinamico, superando, anche questa volta, un limite e facendo qualcosa su cui l’uomo, fin dall’antichità, si è sempre interrogato e che ha sempre invidiato alla Divinità: proiettare un bagliore vitale in figure ferme nella loro fissità marmorea. Perché questa è la Fotografia di Robert Mapplethorpe: indagare dentro e fuori e, superando un limite, che sia fisico, culturale e morale, stupire, rompere con la consuetudine e, infine, dare vita a ciò che è, perlomeno, ai nostri occhi da profani, inerte.
Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì chiuso; martedì – domenica 10.00-19.30; giovedì 10.00-22.30
Biglietti: 15,00 €, ridotto 13,00 €
Info: www.palazzoreale.it
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