La rivoluzione dei Macchiaioli in mostra a Milano
Palazzo Reale di Milano ospita una grande retrospettiva dedicata a uno dei più rivoluzionari movimenti della storia dell’arte italiana: i Macchiaioli.
Dopo varie mostre di rilievo, tra cui quella celebre tenutasi anni fa a Palazzo Zabarella a Padova, la retrospettiva milanese, curata da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Ferdinando Mazzocca, dal 3 febbraio al 14 giugno 2026, è frutto dei più recenti studi su questo gruppo di artisti che segnò la nascita della pittura italiana moderna. Prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura e Civita Mostre e Musei, la mostra ospita capolavori provenienti da importanti musei italiani e da collezioni private, ed è un’occasione più che valida per conoscere da vicino questo fenomeno pittorico.
I Macchiaioli, più che un vero e proprio movimento o una corrente, contrariamente a quanto avvenne per i quasi contemporanei Impressionisti francesi, furono un gruppo di artisti che si ritrovò a Firenze, unito da velleità stilistiche e di rottura con l’Accademia per dirigersi verso una pittura all’aria aperta, diretta e realistica, frutto di sperimentazioni nuove su luce e colore, ma anche da intenti politici e civili. Vari membri del gruppo parteciparono direttamente alle vicende del Risorgimento e delle Guerre d’Indipendenza.
“Macchiaioli” fu un termine coniato, inizialmente con tono dispregiativo, per definire sia un gruppo di giovani pittori prevalentemente toscani che si ritrovavano al Caffè Michelangelo di Firenze, sia una pittura che partiva da una macchia di luce e colore che si espandeva nello spazio fino a creare, grazie alla mano dell’artista, un soggetto e un contesto: un paesaggio o un’atmosfera. La parabola di questo gruppo durò circa vent’anni ed è frutto di un ambiente molto unito, capace di mantenersi compatto di fronte a una critica spesso ostile. Affrontando temi comuni e combattendo le stesse battaglie, i Macchiaioli rappresentarono la prima vera rivoluzione dell’arte italiana, anche in relazione agli eventi politici che li videro protagonisti dal 1848 al Risorgimento. Per loro, ragazzi nati tra il 1825 e il 1836, fu il primo grande passaggio verso quel sogno, caro anche al loro ispiratore Giuseppe Mazzini, di un’Italia unita, libera e indipendente.
Anche il luogo scelto dai Macchiaioli per svolgere le loro ricerche artistiche fu decisivo: Firenze. La città viveva, all’epoca, di un retaggio illuminista proiettato verso il contemporaneo Positivismo e mediato dagli ideali mazziniani, ma affondava nel ricordo del Medioevo dantesco e nell’epopea rinascimentale del Magnifico la sua gloria e il suo vanto. Firenze, giova sottolinearlo, fu la città che, in virtù della sua storia, divenne punto di riferimento per il progetto unitario del Paese.
Il mito dell’epoca dantesca e di quella medicea fu punto di partenza per la pittura fiorentina di metà ’800, a cui i giovani Macchiaioli si ispirarono, e che rappresentò, per la prima volta, un linguaggio unitario in cui riconoscersi per far nascere una nuova Italia. Lo mostrano le opere di Cabianca, con i novellieri medievali, oppure la scena della cacciata del Duca di Atene da Firenze, dipinta da Stefano Ussi con un tocco teatrale. Firenze fu la capitale del neonato Regno d’Italia dal 1865 al 1871 e questo stimolò la presenza di artisti non toscani in città, dai milanesi Induno al veronese Cabianca e al napoletano Morelli.
L’impegno civile e politico dei Macchiaioli ha il suo punto di partenza nel 1848 e, in particolare, nella Repubblica Romana, i cui animatori Aurelio Saffi e Carlo Armellini, insieme a Giuseppe Mazzini, richiamandosi all’antica Roma dei Gracchi ma anche al tribuno medievale Cola di Rienzo, incarnarono il primo tentativo democratico della storia d’Italia. La Repubblica fu difesa da giovani che si arruolarono per sostenere la causa libertaria al seguito di Giuseppe Garibaldi. Le loro gesta furono ammirate da una generazione che individuò proprio nell’ideologo genovese e nel generale nizzardo i punti di riferimento per la nascita di un nuovo spirito nazionale.
La rivoluzione, per uscire dai cardini dell’Accademia, doveva toccare binari diversi da quelli della tradizionale pittura di storia: la rappresentazione del paesaggio e della vita quotidiana contemporanea. Con la Seconda Guerra d’Indipendenza, questi elementi ricevettero un impulso decisivo. La vicenda bellica, intesa come lotta per la libertà, divenne esperienza umana e diretta.
In questo solco iniziarono a muoversi due figure del gruppo del Caffè Michelangelo: il livornese Giovanni Fattori e il romagnolo Silvestro Lega, destinati a diventare tra i simboli della “macchia”. Lega ritrasse Giuseppe Garibaldi come emblema di lotta per la libertà, mentre Fattori rinnovò il genere storico in modo estremamente realistico, pur senza partecipare direttamente alle vicende belliche, diventando un vero e proprio cronista. Lo dimostra Il campo italiano dopo la battaglia di Magenta, dove in primo piano compaiono gli umili fanti, stanchi e frastornati dopo lo scontro con gli Austriaci, e non i generali. Il realismo si unisce a un senso profondamente democratico, evidente anche nelle scene domestiche, come nella dignità popolare della Ricamatrice di Borrani, giovane donna intenta a cucire bandiere tricolori che alludono agli ideali unitari e libertari del gruppo.

Silvestro Lega, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1861, olio su tela, Modigliana, Pinacoteca Comunale “Silvestro Lega”, © Comune di Modigliana, Pinacoteca Comunale “Silvestro Lega”
Il 1861 fu l’anno in cui i Macchiaioli, superata la fase polemica degli inizi, si aprirono a nuove sperimentazioni espressive destinate a inaugurare la stagione più matura della loro pittura, in cui gli ideali democratici e libertari si unirono a un rinnovato dialogo con la natura. Per questa ricerca lasciarono Firenze per sparpagliarsi tra la campagna e il primo Appennino toscano: Borrani si trasferì nei pressi di San Marcello Pistoiese, mentre Fattori, insieme ad altri, scoprì la natura incontaminata e la macchia mediterranea nei dintorni di Livorno.
Si approfondirono le ricerche sulla luce, come in Mietitura del grano nelle montagne di San Marcello di Borrani, dove il profilo delle vette appenniniche si staglia su un cielo azzurro chiaro, quasi grafico. La prima vetrina importante fu l’Esposizione Universale di Firenze, tenutasi nell’autunno di quell’anno, accolta però con freddezza dalla critica, di fronte a un gruppo che non aveva nemmeno un manifesto. Emersero anche altre figure, come Telemaco Signorini, che tradusse l’osservazione diretta della natura in Pascoli a Castiglioncello, capolavoro di luce intensa e vibrante, inizialmente ignorato e perfino deriso (definito “una frittata di vacche in gelatina”), ma oggi simbolo della nuova fase del gruppo.
A questa stagione appartengono anche le opere di Vincenzo Cabianca ambientate nella zona della Spezia. La luce ligure colpisce casette, costa rocciosa e mare creando effetti straordinari, come in Sul mare, con le giovani lavoratrici sulla costa spezzina incorniciate da un muretto a secco, oppure nella scena quotidiana davanti alla chiesa di San Pietro a Portovenere. Inoltre, i Macchiaioli iniziarono a frequentare Castiglioncello e, specie in inverno, i dintorni di Firenze, come Piagentina, dove raffigurarono l’Arno e il Mugnone con un tono poetico unito a un realismo evidente nella resa degli argini.
Anche nel ritratto i Macchiaioli seppero muoversi con disinvoltura, trasformando un genere antico in un atto di fiducia nella realtà e nella complessità dell’animo umano. L’influenza dei modelli antichi si compenetrò con la contemporaneità, anche grazie alla ritrattistica francese da Ingres a Degas, come nelle opere di Raffaello Sernesi e, soprattutto, nei Fidanzati di Fattori, del 1861. Questo ritratto di coppia ha un forte significato: il protagonista maschile è Valfredo Carducci, fratello del più noto Giosuè, convinto patriota e volontario nella Seconda Guerra d’Indipendenza; la futura consorte indossa polsini tricolori che alludono sia al ruolo di Valfredo sia alle vicende storiche del tempo. Sempre Fattori eseguì un piccolo ritratto rettangolare dell’amico Silvestro Lega mentre dipinge sugli scogli: per luce, colore e tecnica è uno dei capolavori macchiaioli. Da questa ricerca sulla luce, per Lega e Borrani fondamentale, discendono anche le prime prove del giovane Giovanni Boldini.
Con gli anni ’70, in contemporanea a una perdita di fiducia che sfociò nel disincanto verso gli ideali socio-politici del Risorgimento, la pittura di paesaggio diventa quasi elegia del reale, con un tono poetico non idealizzato ma di rimpianto, mentre la modernità avanza a ritmo spedito. In questo solco si collocano alcuni capolavori di Silvestro Lega, tra cui L’educazione al lavoro, dove il gesto e il gioco di sguardi tra la maestra (ritratta di spalle, compagna del pittore) e la piccola allieva diventano gesto esemplare volto a nobilitare l’etica del lavoro tipica della borghesia toscana, ma anche intriso di nostalgia. Il disegno è semplice e richiama prove quattrocentesche, così come la luce fioca del mattino primaverile e lo sguardo della bambina. Degno di nota è anche Un dopo pranzo, con la conversazione femminile sotto un pergolato e l’ondeggiare dei cipressi sullo sfondo: una delle prove più alte di verismo nella pittura italiana.
Silvestro Lega, Un dopo pranzo (Il pergolato), 1868, Olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera © Pinacoteca di Brera, Milano - MiC
Logica conclusione della mostra è la fine del sogno macchiaiolo, fatto di arte e politica insieme, nel tentativo di plasmare una nuova Italia. Era il 1872 quando a Pisa morì Giuseppe Mazzini: al capezzale dell’ideologo del Risorgimento corse Silvestro Lega che, dopo aver sempre sostenuto i suoi ideali e aver combattuto per essi, come scrisse Diego Martelli, “dai ricordi presi sul luogo, compose un quadro rappresentante gli ultimi momenti del grande genovese”. Un bozzetto esposto in mostra raffigura, con tratto rapido e incisivo, la testa di Mazzini morente, mentre il corpo è avvolto nel plaid donatogli dall’amico Carlo Cattaneo. Fu un momento di cordoglio nazionale ma anche un discrimine: il gruppo non si riprese più, lasciando spazio alla delusione. La prova più significativa è In vedetta di Fattori: alle grandi tele corali delle imprese di Magenta o Solferino si sostituisce un piccolo formato e l’immagine di un soldato solo, a cavallo, isolato davanti a un muro bianco, simbolo della disillusione e della mancanza di punti di riferimento.
I Macchiaioli
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
Orari: lunedì chiuso; martedì–domenica 10.00–19.30; giovedì 10.00–22.30
Biglietti: intero 15,00 €; ridotto 13,00 €
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