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Ma noi ricostruiremo. La Milano del 1943 a confronto con quella del 2020

Come ormai tutti sappiamo, il Covid-19, già da un anno, ha rivoluzionato le nostre vite, le nostre abitudini e il nostro modo di affrontare l’altro, e gli altri in generale. Diciamo che la battaglia per sconfiggerlo continua: lentamente, ma continua.

Palazzo Marino, un vigile del fuoco osserva i gravissimi danni al salone dell'Alessi, causati dall'incendio scatenatosi con i bombardamenti, agosto 1943, Archivio Publifoto

Ma noi ricostruiremo. La mostra alle gallerie d'italia

La nuova mostra fotografica allestita da Gallerie d’Italia è, in fondo, dedicata a questa fase attuale della nostra vita, messa a confronto con un’altra, che molti di noi non hanno vissuto direttamente, ma solo tramite i racconti dei nostri genitori o nonni, altrettanto drammatica, ovvero la Seconda Guerra Mondiale. Da questo parallelismo nasce Ma noi ricostruiremo, esposizione fotografica che trae il suo nome dalle parole dell’ex sindaco di Milano, Antonio Greppi, che, dopo i bombardamenti che devastarono la città nel 1943, usò questa espressione per spiegare, a tutti i cittadini, la volontà di ricominciare e ripartire dopo le tenebre della guerra: “Molto si è distrutto, ma noi tutto ricostruiremo”.

La mostra è curata da Mario Calabresi, ex-direttore della Stampa e di Repubblica: il giornalista ha selezionato, per l’occasione, una settantina di immagini dall’archivio di Publifoto, agenzia il cui corpus è stato acquistato, nel 2015, da Intesa San Paolo, proprietaria di Gallerie d’Italia, e che ne farà il perno per l’apertura della nuova sede di Piazza San Carlo a Torino, nel 2022, in cui troveranno spazio proprio le collezioni fotografiche del gruppo bancario. Fino al 16 maggio 2021, negli spazi di Piazza della Scala, è possibile visitare questa selezione fotografica insieme alla contemporanea mostra su Giambattista Tiepolo.

Si tratta di una mostra che evidenzia gli effetti di due guerre che, a distanza di settant’anni, Milano e il Mondo intero si sono trovati a combattere: da un lato, le immagini dell’archivio Publifoto che ritraggono la città colpita dai bombardamenti alleati del 1943, mentre, dall’altro, a diretto confronto con esse, le immagini del fotografo torinese Daniele Ratti, che ha immortalato gli stessi luoghi delle immagini selezionate da Calabresi, durante il lockdown generale del marzo dello scorso anno.

Si tratta proprio di due guerre a confronto: da una parte, i danni materiali creati dai bombardamenti, con il conseguente scenario di distruzione e quello umano della fuga dei milanesi verso le campagne (motivo per cui le incursioni anglo-americane su Milano non fecero un numero elevatissimo di vittime), mentre, dall’altro, quelli creati dal nemico invisibile e subdolo chiamato Covid-19: strade deserte, negozi chiusi, distanziamento e annullamento della socialità. Ed è curioso notare come, seppur con differenze enormi, la Storia si ripeta, e ritorni ancora lo spirito delle parole di Greppi, con la volontà di ripartire e di tornare alla vita che ci siamo lasciati alle spalle un anno fa. 

La mostra è introdotta dalle parole dello storico Umberto Gentiloni, che racconta come Milano sia stata colpita in quanto capitale economica e industriale d’Italia, oltre che snodo stradale e ferroviario, esattamente come Torino e Genova, con l’obiettivo di mettere in ginocchio quello che restava del fascismo. Gli alleati sganciarono sulla città un quantitativo enorme di bombe, quattromila tonnellate, una vera potenza di fuoco che, un po’ per calcoli sbagliati, un po’ per le condizioni atmosferiche e un po’, anche, per la volontà di colpire la città dove il fascismo nacque, non attaccò solamente le zone industriali e il reticolo di binari che conduce alla Stazione Centrale, ma anche vari monumenti storici milanesi e, anche, edifici pieni di civili, come testimonia l’episodio della strage di bambini avvenuta nella scuola elementare del quartiere di Gorla.

Le bombe non distinsero, come sempre fatto nella Storia, tra obiettivi militari e civili, e i contemporanei episodi di Coventry e Dresda lo testimoniano. Milano e i milanesi, però, seppero dimostrare una grande resilienza, da cui nacque la voglia di ripartire e di ricostruire, simboleggiata, poi, dal grande concerto tenuto, nel teatro alla Scala da poco tornato alle forme originarie del Piermarini, dal maestro Arturo Toscanini. 

Sul pavimento della sala dove sono ospitati gli scatti fotografici di Publifoto e di Ratti, una mappa interattiva mostra le aree dove le bombe colpirono maggiormente, e fa impressione notare come il Centro Storico sia stato ampiamente devastato. E le immagini alle pareti lo testimoniano. Inutile farne un elenco, ma basti ricordare Piazza San Fedele, con l’antico collegio dei Gesuiti sventrato e la chiesa incolume, o ancora Palazzo Reale devastato, motivo per cui si perse l’originaria decorazione di Martin Knoller per la Sala delle Cariatidi, o la Basilica di Sant’Ambrogio, su cui cadde una bomba inglese destinata all’attigua caserma Garibaldi, polverizzando l’antico mosaico del catino absidale e la vicina sagrestia dei monaci, affrescata dal Tiepolo.

Ci sono immagini che narrano di autentici miracoli, come quanto accaduto a Santa Maria delle Grazie: qui, la chiesa e il convento domenicano vennero duramente colpiti, ma un brandello di muro restò in piedi, in un mare di distruzione, e fu quello che ospita, ancora oggi, l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Immagini che parlano da sole e in cui regna il silenzio dopo il boato dell’esplosione, esattamente come parla il deserto urbano immortalato nelle foto di Ratti, con gli ingressi della Cattolica e della Statale privi dell’usuale pullulare di studenti o le strade dello shopping e dello struscio del weekend, da Corso Vittorio Emanuele a Via Manzoni e a Via Torino, completamente snaturate dalle conseguenze del Covid-19.Chiesa di San Fedele, nell'omonima piazza a Milano, gravemente danneggiata dai bombardamenti; sulla destra l'edificio che ospitava la questura della città, completamente distrutto; davanti alla chiesa il monumento ad Alessandro Manzoni intatto, agosto 1943, Archivio Publifoto

La logica conclusione della mostra sono le immagini che ritraggono la vita quotidiana della Milano di agosto 1943, perfettamente descritta da una celebre poesia del siciliano, ma milanese d’adozione, Salvatore Quasimodo. Immagini che rendono il dramma immediatamente successivo alle esplosioni, come testimoniato dalla ragazza che osserva il vigile del Fuoco ancora impegnato a spegnere un incendio, conseguente a una bomba, in una bottiglieria di Brera, oppure lo scheletro di un tram colpito da un ordigno, ma anche la volontà di non arrendersi e andare avanti. Da un lato, l’immagine di chi scappò verso le campagne, portandosi a dietro di tutto, dall’altro chi restò, nella paura di nuove incursioni ma senza, nemmeno, volersi chiudere in casa. In questo senso, due sono le immagini iconiche.

Milano, piazza San Fedele, 2020. Fotografia di Daniele Ratti

La prima è quella che ritrae un tram, un Carrelli 1928 identico a quelli che, ancora oggi, girano sulla rete cittadina, immortalato su Corso Venezia all’altezza di Via Palestro, e carico di gente che si aggrappa anche all’esterno della struttura in ferro pur di non perdere una rara corsa. La seconda, invece, raffigura una Piazza della Scala che, finalmente, torna a popolarsi di persone, che, in questo caso, si spostano su un carretto trainato da un cavallo, ma anche di biciclette, di auto e di tram. Questa immagine è il messaggio che la mostra vuole lasciarci: anche dopo l’emergenza Covid-19, tutti noi, Milano, l’Italia, l’Europa e il Mondo intero, torneremo a vivere quella vita di prima, assimilando la lezione e i moniti che questa pandemia ci ha lasciato. Sì, perché noi ricostruiremo.

Ma noi ricostruiremo.

Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, Milano

Orari: martedì – domenica 11.00 – 19.00, lunedì chiuso

Biglietti: intero 5,00 €, ridotto 3,00 €

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