Mario Giacomelli a Milano: la mostra a Palazzo Reale per i 100 anni
A 100 anni dalla sua nascita, Mario Giacomelli è un respiro che continua a muovere la luce e l'ombra, ad armonizzare i pensieri e a far cantare la poesia.
Giacomelli non era solo un fotografo, era un poeta che ha trovato nelle lenti e nella carta una voce per i suoi versi.
La voce dell'anima
A Milano, Palazzo Reale si apre come un libro antico, non solo per mostrare, ma per far rivivere.
Tra le sue sale, Giacomelli si rivela non come un artista distante, ma come un delicato amico, un narratore che ci parla del suo profondo amore per la poesia, prendendo in prestito celebri versi italiani e stranieri come titoli delle sue serie. In “Io non ho mani che mi accarezzino il volto” racconta la vita dei seminaristi nel seminario di Senigallia, dove, ospite grazie all’amico rettore, documenta momenti di divertimento e spensieratezza di questi giovani che affrontano un percorso impegnativo per diventare sacerdoti. Si tratta di un reportage unico che, quando uscì negli anni ’60, suscitò scalpore e scandalo.
Sembrava non dignitoso vedere questi giovani seminaristi non chini nello studio o nella meditazione, ma impegnati in attività ludiche. Ma nel titolo del servizio, un verso di padre David Maria Turoldo che si fa carne nel bianco e nero dei suoi scatti, si evince invece tutta la poesia di quei sorrisi spensierati che noi oggi, con altri occhi, cogliamo.
La mostra è un viaggio intimo tra foto d'epoca, lettere e documenti che sono i sentieri del suo mondo interiore.
Un vagabondo a casa
Nato povero, orfano a nove anni, ha imparato a leggere il mondo non sui banchi di scuola, ma nella tipografia dove lavorava fin da ragazzino. Non aveva maestri, se non la sua curiosità, e una macchina fotografica in mano come gioco, che è diventata il suo strumento di comunicazione. Giacomelli viaggia a Lourdes nel 1957, dove fotografa la fede e la speranza accesa negli occhi dei malati che pregano e invocano. Ma presto si accorge che i suoi universi sono a Senigallia, dietro l'angolo: i volti segnati della gente contadina o della gente di mare, la speranza accesa nello sguardo delle anziane della casa di riposo, dove recita “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
La sua vecchia macchina, una Kobell Press tenuta insieme da spago e nastro, era il simbolo di un cuore che non aveva bisogno di perfezione, ma di verità.
Il silenzio che canta
Per Giacomelli, lo scatto era solo l'inizio. “L'orgasmo vero” era la stampa, il momento in cui l'immagine prendeva vita, cominciava a respirare. Le sue fotografie sono poesie visive: gli alberi in “L’infinito” sono scariche elettriche, le loro ombre mappe di un mondo segreto. I fili aggrovigliati in “Bando” sono capricci dell'anima, e le altalene sospese in aria di “Passato” sono fantasmi che ci ricordano che l'amore, come il tempo, brucia la vita. L’accostamento ai cinque grandi nomi del Novecento, attraverso cinque sale al primo piano di Palazzo Reale, mette così in luce il profondo dialogo che Giacomelli ha instaurato con la sua generazione.
Non era un ingenuo, non un ribelle senza causa. Era un anarchico dal cuore gentile, un sognatore che ha reso visibile l'invisibile. È stato un maestro che non si è mai sentito tale, un genio che ha saputo raggiungere tutti, perché la sua arte non era solo per gli occhi, ma per l'anima.
E oggi, a cento anni dalla sua nascita, il mistero appassionato della sua arte è ancora vivo per noi, in ogni ombra, in ogni raggio di luce, in ogni verso.
L’imperdibile mostra, curata da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, è visitabile fino al 7 settembre.
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