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Tiepolo, il Settecento tra Venezia e Milano in mostra alle Gallerie d'Italia

La Pittura del Settecento veneziano è la protagonista della nuova grande mostra di Gallerie d’Italia, con un particolare focus sul suo massimo rappresentante, e simbolo, ovvero Giambattista Tiepolo.

La mostra si svolge, negli spazi espositivi di Piazza della Scala, in occasione dei duecentocinquanta anni dalla morte, a Madrid nel 1770, del maestro veneziano. Curata da due grandi studiosi ed esperti di Arte del Seicento e del Settecento, come Alessandro Morandotti e Ferdinando Mazzocca, l’esposizione era stata aperta a fine ottobre, ma subito chiusa a inizio novembre a causa dell’emergenza covid e della seconda ondata di contagi. Da poco, è stata riaperta al pubblico, e fino al 2 maggio è possibile osservare da vicino le opere di un maestro che ha, molto frequentemente, dipinto “all’insù”, lavorando a fresco su soffitti e volte, ma che ha anche lasciato molte opere su tela che, per la prima volta, si presentano, in mostra, così vicine al nostro occhio e al nostro spirito.

Inutile tracciare un profilo biografico di un artista che, nei suoi 74 anni di vita, ricevette una quantità immensa di commissioni, sia da parte di famiglie nobili che di ordini religiosi, ma basti dire che nacque, nel sestiere veneziano di Castello, nel 1696, da un ramo di quella famiglia Tiepolo che diede, alla città e alla Repubblica Serenissima, alcuni dogi. Giambattista, mostrato un talento già da ragazzino per il disegno, venne mandato a bottega da un pittore, Gregorio Lazzarini, ancora legato ai modi seicenteschi e chiaroscurali che segnarono la pittura lagunare del XVII secolo.

Non a caso, il giovane Tiepolo si mosse da questa tradizione, e le sue prime prove pittoriche sono, come le definisce la critica, “tenebrose”, esattamente come quelle del maestro Lazzarini: prova ne sono alcune delle lunette dipinte, secondo la tecnica del telero (dipinti di medio-grandi dimensioni su tela attaccati alla parete a mo’ di decorazione), per la chiesa di Santa Maria dell’Ospedaletto a Venezia. Queste raffigurazioni di apostoli stupirono la critica contemporanea, tanto che, in molti, cominciarono a pensare che, in fondo, a Venezia fosse nata una stella!

Giambattista Tiepolo fu un uomo del suo tempo. Attraversò un secolo, quel Settecento che fu francese per la Filosofia, inglese per la nascita dell’Informazione moderna, ma soprattutto italiano per l’Arte. Tiepolo fu un grande italiano, colui che fece conoscere, anche all’estero, un nuovo modo di fare Arte e Pittura, legato al passato ma proiettato al futuro. Giambattista realizzò, continuativamente, per cinquant’anni, scene di genere, raffigurazioni di Storia e Mitologia e soggetti religiosi, con un brio completamente nuovo: partì dalla lezione seicentesca del Lazzarini, per arrivare alla riscoperta dei grandi della Pittura veneta del ‘500, in particolar modo di quel Paolo Veronese a cui si ispirò per tutta la vita.

La scintilla che lo avrebbe reso il massimo rappresentante del Settecento veneziano fu l’incontro, e l’amicizia, con Francesco Algarotti, raffinato intellettuale e tramite con varie corti del Nord Europa, il quale lo avvicinò all’Ottica di Isaac Newton, da poco tradotta in italiano: dopo aver conosciuto questo testo, la Pittura tiepolesca lasciò definitivamente i modi tenebrosi giovanili per composizioni più luminose e scenografiche, il cui riferimento rimase, costantemente, Paolo Veronese. Per tale motivo, ovvero una lettura anche scientifica della composizione pittorica, Tiepolo fu un anticipatore dell’Illuminismo. Ed è anche per questo che il Settecento è il periodo in cui, dopo il Rinascimento, la Pittura italiana raggiunse le vette più alte, anticipando le novità di fine secolo, ma riprendendo costantemente i modelli del Cinquecento e del periodo Barocco. Tiepolo contribuì, in larga parte, a questo successo.

La mostra di Gallerie d’Italia si sviluppa su due grosse aree: la prima dedicata ai lavori giovanili di Giambattista e al rapporto con i contemporanei in Laguna, mentre la seconda si impernia sui successi milanesi e lombardi del maestro, tra gli anni ’30 e ’40 del secolo, che costituirono la base per le imprese decorative oltralpe della sua piena maturità.

La prima parte si apre con una collezione di disegni, eseguiti da quel gruppo di giovani artisti nati negli anni ’90 del Seicento, a Venezia, che avrebbe rivoluzionato l’Arte veneta. Tra questi spiccano alcuni fogli autografi del giovanissimo Tiepolo, che traccia, con la matita, profili di nudo di titanica grandiosità, vicina alle figure di Tiziano. Svetta anche, accanto ai disegni, una delle prime tele di soggetto mitologico del maestro, quel Ratto di Europa, che definisce, per la prima volta, nel 1720, il giovane artista come un simbolo del suo tempo e un uomo che, sovente, calava il mito nella sua dimensione personale: basti osservare il viso di Europa per notarvi le fattezze della moglie Cecilia Guardi, sposata da circa un anno. Cecilia, anzi la sua Cecilia (Tiepolo fu, in fondo, un inguaribile romantico ante-litteram) sarebbe stata ritratta varie altre volte, sia nella sua vera identità che nelle fattezze di altri soggetti mitologici, come Campaspe. 

Giambattista Tiepolo, Ulisse scopre Achille tra le figlie di LicomedePunto fondamentale per la crescita artistica del Tiepolo furono alcuni grandi cantieri decorativi nelle Venezia degli anni ’20 del Settecento, come la chiesa di San Stae e i due palazzi delle famiglie Sandi e Zenobio. Particolarmente importante fu la chiesa, dedicata a Sant’Eustachio e situata sul Canal Grande, che, nei primi anni del Settecento, per volontà del doge Alvise Mocenigo, venne rifatta secondo il progetto di quel Domenico Rossi che, con il Tiepolo, avrebbe poi lavorato al cantiere del Palazzo Vescovile di Udine. Proprio in virtù di questo rifacimento, si decise di realizzare, per il presbiterio, un ciclo di tele di medie dimensioni, raffiguranti storie dei dodici apostoli: a ogni pittore venne affidata una vicenda di uno dei discepoli di Cristo.

Ne emerse un vero e proprio “cimento” tra due modi di dipingere e fare Arte: da un lato, la vecchia guardia, ancora legata al Barocco e al chiaroscuro, identificata da artisti come Sebastiano Ricci, e dall’altro, quella schiera di giovani pittori destinati a cambiare la Pittura veneta, come Antonio Balestra, classicista ma già brioso nella composizione, o Giovanni Antonio Pellegrini. Tra questi c'erano anche tre giovani artisti che avrebbero segnato la Storia: Tiepolo, Piazzetta e Pittoni. In mostra, sono messi a confronto il Martirio di San Bartolomeo del giovane Tiepolo, teatrale e preciso nello studio anatomico, in cui l’artista dimostra già una notevole capacità di trattare la luce in scena, con il San Giacomo trascinato al martirio del Piazzetta, intenso nella ricerca psicologica del santo che ci segue con la coda dell’occhio. Tra i due artisti, sarebbe nata una rivalità intensa, segnata, per esempio, dal duello per la Gloria di San Domenico per l’omonima cappella nella basilica dei santi Giovanni e Paolo, ma anche casi di collaborazione, come nella chiesa della Pietà. Inutile dire che Tiepolo e Piazzetta (e anche Pittoni, in misura minore, in quanto stilisticamente vicino al primo) rivoluzionarono il linguaggio pittorico veneto, seguendo i modelli di Tintoretto e Veronese, spartendosi commissioni per la Laguna e la Terraferma, dall’Istria fino a Bergamo. 

Il secondo passaggio fondamentale per il Tiepolo fu il lavoro eseguito nei palazzi veneziani di due famiglie di recente nobiltà, i Sandi e gli Zenobio. Giambattista sarebbe diventato il loro rappresentante, un vero punto di riferimento per eternare la grandezza di un titolo nobiliare ottenuto con il lavoro e i servizi alla Repubblica Serenissima. In questo momento, Tiepolo aveva circa venticinque anni e, reduce dal successo di San Stae, era deciso a farsi conoscere. Per Palazzo Sandi, l’artista realizzò un ciclo di tele dedicato alle vicende mitologiche di Ulisse, che, per la sua astuzia e capacità diplomatica, avrebbe dovuto identificarsi con il padrone di casa, l’avvocato Tommaso: ne emerse il primo, pieno, recupero di Paolo Veronese, sia per la scelta cromatica che per la composizione scenografica, come prova Ulisse scopre Achille tra le figlie di Licomede.

Per gli Zenobio, invece, Tiepolo lavorò sull’omonimia tra il cognome del casato, di origini veronesi, e la regina di Palmira, in Siria, Zenobia, che si dovette arrendere all’imperatore romano Aureliano. Zenobia divenne simbolo delle virtù familiari, ovvero la continenza e la rinuncia alla superbia, ma anche per la sua passione per la caccia, esattamente come gli Zenobio. Anche qui, con il Cacciatore a cavallo, Tiepolo filtra la lezione di Veronese attraverso il naturalismo di Paolo Pagani, pittore della Valsolda e maestro del Pellegrini, molto apprezzato in Laguna negli anni giovanili del maestro.

o.giambattista tiepolo il martirio di san vittoreE poi, arrivò a Milano. Correva l’anno 1730. Tiepolo era all’apice della fortuna giovanile, e si era fatto notare da quella nobiltà recente veneta che gli procurò molte committenze. Tramite queste famiglie, una rete di relazioni consentì a Giambattista di giungere nel capoluogo lombardo, varcando, per la prima volta in vita sua, l’Adda e il confine della Serenissima. Il Tiepolo fu a Milano per tre volte, la prima per realizzare gli affreschi dei palazzi Archinto e Casati-Dugnani, la seconda per la decorazione in Sant’Ambrogio e la terza per i palazzi Clerici e Gallarati-Scotti. Il Tiepolo che fu attivo a Milano dipingeva già in maniera diversa rispetto alle origini: aveva scoperto le potenzialità della luce e le sfruttava a pieno per i suoi soffitti affrescati, pieni di figure briose e giocose, scenografiche ma con significati allegorici e morali. A Milano, Tiepolo si affermò come frescante di pareti, e i suoi lavori meneghini furono il punto di partenza per un’ulteriore fortuna legata alla tecnica pittorica di decorazione parietale che lo avrebbe caratterizzato fino alla morte. Particolarmente significativa fu l’impresa che vide Tiepolo protagonista nell’antica basilica ambrosiana: nel Settecento, accanto all’antica struttura romanica, venne eretto un corpus di cappelle e un corridoio di accesso alla sagrestia dei monaci e al Sacello di San Vittore.

Per la decorazione, l’abate, il pavese Giovanni Antonio Gambarana, volle proprio Giambattista Tiepolo, che venne, per l’occasione, affiancato da due artisti milanesi, Porta e De Giorgi: il maestro realizzò la Gloria di San Bernardo per la volta della sagrestia e due scene nel corridoio, il Martirio di San Vittore e il Naufragio di San Satiro, legate a due santi lombardi. Purtroppo, i bombardamenti del 1943, che distrussero i tre quarti dell’opera tiepolesca milanese, polverizzarono il soffitto della sagrestia, esattamente come quello di Palazzo Archinto e di una grossa parte del Gallarati-Scotti, mentre le due storie di Vittore e Satiro vennero staccate a fine Ottocento e trasferite su compensato per sfuggire all’umidità, segnando la loro salvezza, in quanto, per un lasso di tempo, vennero trasferite lontano dalla basilica, sfuggendo, quindi, alle bombe. Fu padre Serviliano Lattuada, nella sua Descrizione di Milano, a esaltare, per primo, il lavoro del Tiepolo, che si avvicina, per costruzione compositiva e scelta stilistica, ai lavori bergamaschi del maestro, come gli affreschi in Cappella Colleoni, realizzati in città alta poco prima dell’impresa ambrosiana. Per l’occasione della mostra, i due affreschi sono stati appositamente restaurati.

Significativi furono anche gli interventi decorativi nei palazzi Clerici e Gallarati-Scotti: entrambi vennero realizzati durante la terza tappa milanese del Tiepolo, ed erano accomunati da un intento celebrativo legato alle fortune delle due famiglie con il potere asburgico in città. Per il marchese Giorgio Clerici, Giambattista affrescò la volta della galleria del palazzo, scegliendo, per la prima volta, il tema universale della gloria dell’Olimpo e dell’esaltazione dei continenti della Terra, su un soffitto di grandi dimensioni: in mostra è esposto un bozzetto che evidenzia i ripensamenti tiepoleschi riguardo alla composizione, realizzata, poi, nella sua complessità, con una luce ormai radiante, frutto dell’assimilazione scientifica del lavoro di Newton.

Inutile dire che Palazzo Clerici sia il precedente più diretto e immediato della decorazione del maestro per la Residenza di Würzburg. A Palazzo Gallarati-Scotti, invece, Tiepolo tornò a formati un po’ più piccoli e scelse, come tema, il Trionfo della Nobiltà e della Virtù, secondo uno schema legato alle sue prove passate veneziane, ma, in cui, le figure si muovono molto più disinvolte, secondo il modello di Palazzo Clerici. L’affresco di Palazzo Gallarati-Scotti fu staccato dalla parete e collocato, come quelli di Sant’Ambrogio, su compensato, per volontà di un membro della famiglia, amante dell’Arte, che lo salvò, per questo, dalle bombe che devastarono il palazzo, distruggendo anche una buona parte della restante decorazione tiepolesca. Anche questo affresco, per la mostra, è stato restaurato ad hoc.

Milano fu il trampolino di lancio per le grandi imprese tiepolesche, dai tre anni trascorsi a Würzburg, tra il 1750 e il ’53, per la decorazione della Residenza, a Palazzo Labia a Venezia e al lavoro a Madrid per Palazzo Reale. Senza i lavori milanesi, Tiepolo, forse, non avrebbe mai valicato le Alpi e i Pirenei. Dopo il suo ritorno a Venezia, mantenne rapporti con la Lombardia veneta, come provano il San Giovanni Vescovo del Duomo di Bergamo, posto in una situazione di confronto con altri artisti, da Pittoni a Cignaroli, simile a quanto avvenuto a San Stae, o le grandi tele per Verolanuova, ma fu grazie ai successi milanesi che poté realizzare quelli che sono i suoi capolavori. A questo, e alla sua eredità, è dedicata l’ultima parte della mostra. Al di là dei bozzetti per i soffitti di Würzburg e Madrid, il vero lascito del Tiepolo è il San Francesco che riceve le stimmate, del 1770: si tratta di un’opera che è un testamento di quella Pittura settecentesca che sta per tramontare, tutta naturalismo e intimità, ormai soppiantata dal neoclassicismo e dal purismo. La tela si trovava su uno degli altari della chiesa di San Pasquale Baylon ad Aranjuez, ed è una delle ultime opere del Tiepolo; purtroppo rimase in loco pochissimo tempo, in quanto venne sostituita da un altro ciclo di dipinti, opera di Anton Raphael Mengs, di sapore già neoclassico e più in voga con la moda del tempo. Il lascito di Giambattista Tiepolo non fu una vera e propria scuola, quanto una moda pittorica, che venne chiamata “tiepolismo”, seguita sia dai suoi eredi più diretti, i figli Giandomenico e Lorenzo, che da coloro che si rifecero alla sua lezione, come Zugno e Lorenzi in Veneto, Raggi a Bergamo e Porta a Milano. La logica conclusione della mostra è proprio il confronto tra il San Francesco del padre e Il banchetto di Antonio e Cleopatra di Giandomenico, ancora memore dello stile di Giambattista, ma con una stesura più morbida e delicata.

Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa

Gallerie d’Italia, Piazza della Scala 6, Milano

Orari: martedì – domenica 9.30 – 19.30; giovedì 9.30 – 21.00; lunedì chiuso

Biglietti: 10,00 € intero, 8,00 € ridotto

Info: www.gallerieditalia.com

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