Dentro la tela all'Elfo Puccini: Cinzia Spanò e l'eredità di Artemisia Gentileschi
Dentro la tela è uno spettacolo che indaga ed esprime complesse condizioni psicologiche. Cinzia Spanò interpreta Mara Landolfi, una donna senza scrupoli che fa parte di un team che risolve questioni complicate per via extragiudiziale grazie anche a campagne mediatiche che condizionano l'opinione pubblica e una trasmissione televisiva che manipola gli spettatori. Affrontano casi di cronaca e vicende giudiziarie che riguardano uomini sospettati di reati, spesso a sfondo sessuale, e fanno in modo che, anche se sono colpevoli, trovino un modo per uscirne e per non avere nessuna macchia.
Il suo compito è spietato. Ripulire l'immagine, trasfigurare la realtà. E all'inizio la vediamo come deve essere: decisa, brillante, sagace, vincente, spiega tutta la logica del suo lavoro. Fino a quando la realtà non le balza addosso come una belva, perché la persona che sta chiedendo di essere ripulita è la stessa che ha infranto l'infanzia di sua figlia e ha di nuovo abusato di un'altra bambina.
Tutti gli stereotipi che ha applicato fino a quel momento saltano e la professionista affermata e sicura di sé si trova costretta a ribaltare le proprie convinzioni e a reinventarsi radicalmente.
L'emozione diventa palpabile. I nodi che appaiono nel cervello vengono espressi come meccanismi rotti che si sovraccaricano uno sull'altro. Mara non ha più certezze, non pensa più in modo lineare, prova paura e confusione. I suoi abiti perdono la piega.

Il meccanismo scenico però ha bisogno di un oggetto che rappresenti il dramma. E questo è rappresentato da un dipinto che guarda caso la figlia ha voluto riprodurre. Quello del famoso Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi. Un quadro di un crudo realismo, con luci e ombre che lo rendono vivo, che esprime rabbia. Pittrice seicentesca, un momento in cui la pittura era riservata agli uomini, la Gentileschi si riserva di dipingere lo sgozzato Oloferne con le fattezze di Agostino Tassi, l'uomo che la violentò e la costrinse a una convivenza. Vinse il processo, fu ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, si risposò ed ebbe quattro figli, ma Artemisia portò sempre i segni di quello che aveva vissuto, anche perché aveva dovuto subire maldicenze e onta. È diventata recentemente un simbolo femminista, cosa che purtroppo, ancora una volta, essendo uno stereotipo, ha oscurato il suo grande valore artistico.
Immergendosi in quella tela, Mara trova finalmente la forza per vedere i pregiudizi che ancora oggi alimentano la disparità di genere. Violenza e abuso di potere diventano allora evidenti. Al punto che li vive in prima persona quando prova a impedire al suo gruppo di gestire l'ultimo caso. Un problema morale. Che fino a quel momento nessuno si era mai posto. E nessuno dovrà mai farlo. Ma una donna che abbandona la falsa neutralità, come tutte, non può che essere accolta da pregiudizi e critiche. Mara quindi viene espulsa, e la macchina delle finte verità è salva.
Lei non si perderà d'animo e, come Artemisia, cercherà di costruire una puntata successiva per fare in modo che Oloferne non possa più fare del male. E i meccanismi culturali che continuano a consolidare il patriarcato vengano cancellati.
Teatro Elfo Puccini – sala Fassbinder, corso Buenos Aires 33, Milano
Dal 7 al 31 maggio
Orari: martedì-venerdì e sabato 9 maggio ore 20.00 | giovedì 7, sabato 16, 23 e 30 maggio ore 19.30 | domenica ore 16.00
Biglietteria: tel. 02.0066.0606 –
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