I corpi che non avremo: la recensione dello spettacolo visto al Franco Parenti
Quando l’anima chiede più spazio del corpo
Quando l’anima chiede più spazio del corpo
Ci sono spettacoli che non si spiegano subito. Non perché siano difficili da capire, ma perché chiedono tempo. Tempo per rielaborare, per far sedimentare ciò che accade in scena, per permettere alle emozioni di trovare un nome. I corpi che non avremo è uno di questi. Uno spettacolo che finisce sul palco, ma continua a lavorarti dentro molto dopo.
In poco più di un’ora intensa e densa, lo spettatore viene attraversato da una quantità enorme di tematiche, fragilità, contraddizioni. All’inizio si ha quasi la sensazione di non comprendere subito dove si voglia arrivare. Ma non è confusione da incomprensione. È troppa realtà tutta insieme. È uno specchio fedelissimo della società di oggi. Delle problematiche vere. Delle fragilità che ci portiamo dentro tutti, chi più chi meno: chi le esplicita e chi le nasconde, ma che spesso implodono dentro di noi fino a farci male.
La semplicità che nasce dal talento
La bravura dei due protagonisti, Fabrizio Calfapietra e Simone Tudda, è disarmante. Una bravura che non cerca mai l’effetto, non strilla il talento, non lo esibisce. Arriva attraverso una naturalezza che potrebbe sembrare semplice, ma che semplice non è affatto. Perché solo chi possiede un talento profondo riesce a rendere naturale un’interpretazione che, in realtà, è emotivamente e tecnicamente complessissima.
Questa naturalezza, così poco artificiosa, è ciò che permette allo spettatore di sentirsi coinvolto, a volte confuso, ma in modo fertile. Non perché non capisca, ma perché si riconosce. Perché quella “troppa roba” che arriva non è eccesso: è realtà. È tutto ciò che la società di oggi ci chiede di essere, di mostrare, di sostenere, spesso a discapito di ciò che siamo davvero.
Il corpo come luogo di verità
La regia di Andrea Piazza sceglie consapevolmente di non eccedere nelle tecniche, di non rifugiarsi negli effetti, ma di raccontare la verità. Una regia che accompagna, sostiene, lascia spazio. Non distrae, non copre, non protegge. E in questo sta la sua forza.
Il testo di Francesco Toscani è profondamente contemporaneo. Corre alla stessa velocità con cui viviamo oggi: veloce, frammentata, sovraccarica. Racconta il rapporto distorto con il corpo, la dismorfia digitale, il bisogno di apparire, la smania di perfezione, il giudizio continuo. Ma soprattutto racconta una mancanza profonda di alfabetizzazione emotiva, una solitudine relazionale spesso mascherata da ipersocievolezza, una tristezza dell’anima nascosta dietro sorrisi perfetti.
Due anime in scena
Tra i momenti più potenti dello spettacolo ci sono quelli che vedono protagonisti entrambi gli attori, ciascuno con una cifra diversa, ma profondamente coerente.
Fabrizio Calfapietra affronta il coraggio della nudità. E quando parlo di nudità, non intendo solo il corpo nudo. Intendo quel momento preciso in cui togliersi i vestiti va di pari passo con il restare nudi nell’anima. In quella scena accade qualcosa di raro: nessuno guarda più il corpo. Si sente solo l’anima. Ed è lì che il talento emerge in tutta la sua verità.
Simone Tudda attraversa uno dei momenti più intensi di teatro danza. E qui lo sento, da amante del teatro e del teatro danza, da praticante per tanti anni. So bene quanto sia difficile arrivare davvero attraverso il corpo in movimento. In quella danza non è il corpo che si muove: è l’anima che danza. Una danza che non seduce. Commuove, soffoca, fa arrivare quel senso di oppressione che nasce da un corpo che mettiamo continuamente sotto stress, da un corpo che non ci piace per com’è, che immaginiamo diverso, che fingiamo di celebrare mentre cerchiamo di liberarci da esso. E quella tensione, quella lotta, quella ricerca di aria, si sente tutta.
La fragilità raccontata dagli uomini
C’è poi un elemento rarissimo, sorprendentemente potente, che rende I corpi che non avremo ancora più umano e ancora più vero. La fragilità viene raccontata da un punto di vista esclusivamente maschile. Sono uomini che parlano di fragilità. Uomini che la attraversano, la incarnano, la espongono senza filtri. E questo, oggi, è un gesto profondamente rivoluzionario.
Non perché la fragilità appartenga a qualcuno più di altri, ma perché, nella narrazione collettiva, quelle poche volte in cui viene portata alla luce, troppo spesso finisce per essere associata alle donne. Come se il sentire, il cedere, il mostrarsi vulnerabili fosse più tollerabile, o più leggibile, solo in un corpo femminile. Qui, invece, questa narrazione viene finalmente scardinata.
In scena cadono i veli, cadono le maschere sociali, e ciò che emerge è una verità scomoda ma necessaria. La fragilità non ha genere, ma il peso culturale imposto agli uomini nel doverla nascondere la rende spesso più silenziosa, più implosiva, più pericolosa. I corpi che non avremo ha il coraggio di mostrarla senza edulcorarla, senza giustificarla, senza addomesticarla.
Ed è proprio questa scelta, lucida, coraggiosa, profondamente umana, a dare allo spettacolo una forza ulteriore, capace di andare oltre il palco e di interrogare direttamente il nostro modo di guardare le emozioni, di concederle spazio, di riconoscerle come parte inevitabile, e vitale, dell’essere umano.
L’urgenza che resta
I corpi che non avremo parla di apparire, di perfezione, di pregiudizio, di insicurezza che non nasce da una mancanza individuale, ma da un sovraccarico continuo di immagini, obblighi, impulsi esterni. Parla dell’invenzione di una vita invece che del viverla davvero, fino a dissolversi, metaforicamente o no.
Questo spettacolo mi ha attraversata. Come essere umano, come emotional coach, come autrice, come scrittrice, come innamorata del teatro. Perché ciò che emerge con urgenza è il bisogno di educazione emotiva. Il bisogno di tornare a chiedersi come sto e come stai, prima ancora di chi sei e cosa fai.
È uno spettacolo da vedere. Da cercare. Da seguire. Da aspettare anche in un ritorno, ovunque in Italia. Perché è uno di quegli spettacoli che non passano. Restano.
Per me I corpi che non avremo è uno specchio difficile da guardare, a volte quasi impossibile, ma necessario. Perché solo riconoscendo le nostre fragilità, io per prima, possiamo smettere di farle implodere dentro di noi. E tornare, finalmente, a sentire.
E poi, diciamolo: al Franco Parenti non si sbaglia mai.
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