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Paolo Ruffini a teatro con Il Babysitter: intervista sullo spettacolo

C’è un paradosso curioso che accompagna il successo di Paolo Ruffini: mentre il mondo corre verso una digitalizzazione sempre più fredda, lui ha conquistato il pubblico partendo da un podcast che mette al centro l’elemento più semplice e imprevedibile che esista: il cuore dei bambini.ruffini1

Da quell’esperienza è nato anche il teatro. Con la stagione 2025/2026, lo spettacolo “Il Babysitter – Quando diventerai piccolo capirai” continua il suo percorso in tutta Italia, trasformando il palco in uno spazio di incontro tra improvvisazione, gioco e stupore. Tra momenti condivisi con il pubblico e letterine a Babbo Natale, Ruffini non si limita a intrattenere: invita gli adulti a recuperare uno sguardo più libero e autentico.

Sul palco, insieme a lui, con la regia di Claudia Campolongo, ci sono piccoli “maestri” come Isabel, Nicholas e Leonardo, che non seguono semplicemente un copione, ma portano in scena la loro spontaneità. Lo abbiamo intervistato per capire come si possa, in un mondo che spesso ci vuole cinici e schematici, riscoprire il talento di essere se stessi.

Dal podcast al teatro

Paolo, tutto è iniziato con un podcast molto seguito. Com’è stato vedere quelle voci e quelle storie prendere corpo e arrivare a teatro?

«Guarda, la trasformazione in spettacolo è venuta un po’ da sé. C’era questa forte volontà di capire che cosa può accadere se la spontaneità, l’estemporaneità e il valore che hanno i bambini possono essere trasferiti in uno show. E la risposta è stata un “sì” clamoroso: lo show ha avuto molto successo e quest’anno l’abbiamo trasformato ancora di più».ruffini2

Che cosa i bambini sanno ancora fare

Dici spesso che noi adulti non crediamo più a nulla, nemmeno a ciò che abbiamo sotto gli occhi. Che cosa hanno i bambini che noi perdiamo crescendo?

«Siamo convinti che uno dei valori più belli che emergono dalle conversazioni con i bambini sia la loro capacità di avere fede, la loro capacità di credere. È una cosa che da adulti si perde assolutamente. Gli adulti non credono più nemmeno alla realtà, nemmeno a quello che vedono; infatti si inventano dimensioni quasi per anestetizzarsi o per credere in qualcosa di ancora più artificiale. I bambini invece credono anche alle favole, a Babbo Natale, a Dio, agli unicorni».

Le letterine a Babbo Natale sul palco

Hai chiesto ai piccoli spettatori di portare la loro letterina per Babbo Natale. Che ruolo ha questo momento nello spettacolo?

«Babbo Natale è un simbolo al quale si esprimono preghiere e desideri. Io raccolgo queste letterine e alcune le leggo improvvisando con il pubblico e con i bambini che hanno voglia di salire sul palco. Queste letterine possono diventare dei veri e propri momenti di spettacolo, l’interazione è grandissima. È un modo per prendere i loro desideri e farli diventare protagonisti».ruffini3

I piccoli talenti in scena

Sul palco con te ci sono piccoli talenti incredibili, come Nicholas o Leonardo. Qual è la lezione più grande che hai imparato stando al loro gioco?

«Cerchiamo di far emergere i loro talenti naturali: c’è Leonardo che chiede un microfono perché è un imitatore, Nicholas che chiede un libro di Freud perché è uno “psico-piccolo psicologo” in erba, o Isabel che inventa storie meravigliose. La lezione è lasciarli essere ciò che sono. I bambini del pubblico possono partecipare attivamente, e vedere i nostri piccoli attori interpretare i propri desideri è pura magia».

Tornare bambini senza perdere sé stessi

Una bambina ti ha detto che i piccoli non sono “vecchi”, ma “nuovi”. Come si fa a mantenere quella freschezza anche quando gli anni passano?

«Questa cosa mi ha colpito molto: mi ha detto “perché i vecchi si chiamano vecchi e i bambini non si chiamano nuovi?”. Essere bambini, o meglio tornare bambini, vuol dire proprio questo: mettere in campo la novità che abbiamo dentro. Significa avere una confidenza col divertimento e con lo stupore che spesso si perde nei meandri di una quotidianità a volte sterile o legata a dimensioni banali».

Il messaggio finale di Paolo Ruffini

“Diventare piccoli” è un invito quasi terapeutico. Qual è il messaggio finale che vorresti lasciare al tuo pubblico?

«Come diceva il maestro Battiato, l’obiettivo è “invecchiare senza mai essere adulti”. È difficile, ma possibile. Bisogna avere il talento di tornare a essere bambini con più gusto, limitando la nostra consapevolezza per lasciarci stupire dalla meraviglia della vita. Alla fine, si tratta solo di recuperare la capacità di giocare e di avere una relazione vera con la meraviglia».

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