Whanau: lo sport educativo che parte da Milano e mette al centro i ragazzi
Quando si dice che lo sport fa bene, si tende a darlo per scontato. Ma non sempre è così: senza un contesto educativo sano, anche lo sport può trasformarsi in un luogo di pressione, frustrazione e insicurezza. È da questa consapevolezza che nasce Whanau, impresa sociale che lavora tra Milano e la Lombardia per promuovere un modo più attento, inclusivo e consapevole di vivere lo sport.
A raccontare la visione del progetto è Giuditta Domenichini, cofondatrice, psicologa dello sport e psicoterapeuta, che insieme al suo team ha scelto di fare dello sport un vero strumento di crescita personale e sociale, soprattutto per i più giovani.
«Si dice spesso che lo sport fa bene, ma non è sempre vero: lo sport può fare anche molti danni se non viene accompagnato da un contesto educativo».
È una riflessione che tocca un tema molto attuale. Per Whanau, infatti, il punto non è solo far praticare attività fisica ai ragazzi, ma accompagnarli in un percorso in cui allenamento, relazioni, emozioni e autostima possano crescere insieme.
L’impresa offre formazione, consulenza e supporto psicologico alle società sportive e agli allenatori, con l’idea di costruire ambienti più sani e davvero educativi.
«L’allenatore è una figura di riferimento enorme per un bambino», racconta Domenichini. «Se un allenatore dice a un ragazzo che non è capace, quel ragazzo spesso gli crede, perché sta cercando il suo riconoscimento».
Per questo, secondo Whanau, l’allenatore non dovrebbe limitarsi a insegnare la tecnica, ma diventare anche un educatore, capace di leggere le fragilità, rispettare i tempi di crescita e gestire le emozioni proprie e del gruppo.

Un’impresa sociale che vuole costruire qualcosa di stabile
Whanau è nata nel 2022 come impresa sociale in forma di Srl, una scelta non scontata e più impegnativa rispetto a quella di una classica associazione. Ma è stata una decisione precisa: costruire una realtà solida, capace di generare valore economico da reinvestire interamente in attività a impatto sociale.
L’utile, infatti, non viene distribuito tra i soci, ma rimane dentro il progetto per sostenere nuove iniziative e allargare il raggio d’azione.
«Il volontariato in Italia è straordinario, ma non può essere l’unico pilastro del sociale. Non è inclusione se le persone più fragili devono sperare che ci sia uno psicologo o un medico che lavora gratis».
È qui che si coglie uno degli aspetti più interessanti del progetto: non limitarsi a “fare del bene” in modo episodico, ma provare a costruire un modello sostenibile, in cui i professionisti possano lavorare in modo continuativo e la comunità possa contare su servizi reali.
Il sogno di Casa Whanau
Tra i progetti più importanti c’è Casa Whanau, immaginata come una sede stabile e aperta alla comunità. L’idea è quella di uno spazio di circa 200 metri quadrati, con studi professionali per le attività psicologiche e un’area più ampia dedicata ai percorsi di gruppo.
Qui potrebbero convivere attività diverse già vicine al mondo di Whanau: ju-jitsu, psicomotricità, yoga, pilates, danza, scacchi e arteterapia, in una logica di incontro tra discipline, persone e bisogni differenti.
Non un semplice centro di servizi, quindi, ma un luogo in cui il benessere possa diventare esperienza condivisa e quotidiana.
«Oggi la cura non può esaurirsi nello studio di uno specialista», spiega Giuditta. «Esco dallo studio e torno da solo nel mondo. Serve invece uno spazio dove le persone possano sentirsi parte di una comunità».
L’idea include anche uno spazio conviviale, informale, pensato per favorire relazioni, scambio e socialità. Un aspetto che, soprattutto nelle grandi città, può fare la differenza.
Una rete che parte da Milano e guarda oltre
Oltre alla futura sede, Whanau vuole costruire una rete di società sportive formate sugli stessi principi educativi. Le attività non riguardano soltanto Milano, ma coinvolgono già anche altre realtà in Lombardia, tra cui Como, Lecco e Monza.
L’obiettivo è diffondere nel tempo un’idea diversa di sport: meno schiacciata sulla prestazione a tutti i costi e più attenta alla persona, alle emozioni e al lavoro di squadra.
«Vorremmo formare allenatori e associazioni creando una rete che vada nella stessa direzione. Non è facile, perché anche nel terzo settore spesso ognuno difende il proprio spazio. Noi invece crediamo molto nel lavoro insieme».

Il significato del nome Whanau
Il nome scelto per il progetto racchiude bene la sua filosofia. Whanau richiama infatti l’idea di una famiglia allargata, di una comunità che cresce insieme e si sostiene. Un concetto che ben rappresenta l’identità dell’impresa sociale.
Anche il logo, una W stilizzata, richiama l’idea di un movimento condiviso, di più traiettorie che avanzano nella stessa direzione senza lasciare indietro nessuno.
«Per noi Whanau significa andare tutti nella stessa direzione senza lasciare nessuno indietro», spiega Domenichini.
Un progetto ancora in costruzione, ma con una visione chiara
Whanau è ancora in una fase di crescita. Il modello è in costruzione, i tempi per raggiungere un equilibrio economico non sono brevi e oggi è soprattutto Giuditta la socia impegnata a tempo pieno nel progetto, mentre le altre collaborano affiancando anche altre attività professionali.
Ma proprio questa fatica racconta la serietà della scommessa: provare a dimostrare che un’altra idea di sport è possibile, e che il benessere delle persone può diventare il centro di un progetto capace di stare in piedi anche nel tempo.
«Aprire un’impresa sociale significa anche assumersi la responsabilità di far funzionare il modello economico. Se i professionisti non vengono pagati, dopo un po’ non possono più farlo».
La sfida di Whanau è tutta qui: fare dello sport un motore di benessere, inclusione e comunità, partendo da Milano ma con lo sguardo rivolto a una rete più ampia.
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