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Milano e la letteratura: intervista a Michele Turazzi

milano letteratura turazzi 1Nato a Treviso nel 1986, Michele Turazzi oggi vive a Milano, dove lavora nell’editoria.

È il cofondatore dell’agenzia letteraria Pastrengo, collabora con lo studio Pym e fa parte della redazione della rivista culturale La Balena Bianca.

Turazzi ha pubblicato articoli e testi narrativi in varie riviste, oltre al racconto lungo La voglia per Intermezzi nel 2014 e il reportage narrativo Milano di carta. Guida letteraria della città, per il Palindromo quest’anno.

Da Bianciardi a Hemingway, da Gadda a Scerbanenco, con Alda Merini e Buzzati, Milano di carta è un viaggio nelle tante facce del capoluogo lombardo raccontate dagli scrittori del secolo breve che l’hanno amata e vissuta, con gli itinerari percorsi dai loro personaggi e le strade descritte nei loro libri...

Si passa dalla Brera bohémien del ribelle Bianciardi, ai caffè preferiti da Hemingway durante la prima guerra mondiale, poi si va con Testori fino a Quarto Oggiaro e lungo il Naviglio con la poesia di Alda Merini.

Ci sono anche le atmosfere torbide di Scerbanenco, i misteri di Buzzati, fino alla quotidianità di Lalla Romano, Gadda, Vittorini, Tadini, che conduce alla Milano del nuovo Millennio e di Expo.

Come si definirebbe?

Una persona che ama le storie e il modo in cui queste storie possono essere raccontate.

C’è stato un episodio, nella sua adolescenza, che le ha fatto decidere di intraprendere la strada della scrittura?

No. In realtà scrivere per me è un’attività parallela e complementare al mio lavoro editoriale, cioè lavorare sulla scrittura altrui.

Quando ha avuto l’idea di scrivere una guida sulla Milano letteraria?

È un progetto che mi porto dietro da tanto. Fin da quando sono arrivato a Milano, tredici anni fa, ho iniziato a esplorare la città seguendo le parole dei libri. Andando alla ricerca delle differenze tra la Milano raccontata e quella che potevo vedere passeggiando. Poi, nel 2014, ho scritto un breve articolo per Studio in cui mettevo insieme un po’ di queste suggestioni, tracciando un breve percorso sulle orme di Hemingway, Vittorini, Bianciardi, Buzzati e Scerbanenco. Ecco, quella è stata in nuce la struttura del libro. Poi c’è stato un lungo lavoro di ricerca e di esplorazione urbana.

Fin da Manzoni, Milano è sempre stata una città fondamentale per il mondo della letteratura italiana e non solo…

Soprattutto nel Novecento, quando Milano è diventato un vero e proprio polo d’attrazione nazionale: arrivavano da tutta Italia giovani e meno giovani alla ricerca di un lavoro, di condizioni di vita migliori, oppure di semplice autoaffermazione personale. A prescindere dal proprio ambito professionale. Chi aveva a che fare con la cultura ha semplicemente seguito il trend: molti intellettuali convergevano qui per lavorare nelle case editrici del territorio, nei quotidiani, nelle riviste… E in tanti, arrivati in Lombardia per necessità, iniziavano a legarsi a Milano, alle sue vie e alla sua scighera, e finivano per raccontarla: è successo, per esempio, a Giorgio Scerbanenco, Lalla Romano, Luciano Bianciardi, Alberto Savinio, Elio Vittorini, e molti altri. Che andavano ad aggiungersi ai meneghini doc: Dino Buzzati, Alda Merini, Giovanni Testori, Emilio Tadini, Carlo Emilio Gadda… Insomma, in città si è sempre respirato un certo, particolare fermento culturale, che ha fornito l’humus su cui sono fioriti parecchi capolavori della nostra letteratura.

Come ha scelto gli autori di cui ha scritto in Milano di carta?

Con una materia così vasta il rischio era quello di perdersi, quindi mi sono dato fin da subito delle regole precise. Ho scelto, innanzitutto, di concentrarmi su un periodo storico ben definito, il Novecento. E di selezionare quegli autori che sono in qualche modo universalmente riconosciuti come capisaldi della nostra letteratura. Certo, spesso il discorso è scivolato verso altri scrittori e altre epoche, ma sempre seguendo la logica della divagazione all’interno di un percorso tracciato in precedenza.

C’è un aneddoto sulla stesura del libro che ricorda con piacere?

Scrivere questo libro è stato innanzitutto un pretesto per passeggiare per la città, alla ricerca dei percorsi e dei luoghi attorno cui costruire i capitoli. Ricordo con piacere ognuna di queste passeggiate, ma se devo scegliere una scena soltanto direi quando mi sono imbattuto, sulla sponda della roggia fangosa di via Argelati, in una signora anziana in grembiule e ciabatte che spezzava una michetta per dare le briciole ad alcuni anatroccoli: sembrava uscita da un’altra epoca. Il tutto a un passo dal Naviglio Grande, che quel giorno – era una domenica d’inizio autunno – brulicava di gente. Sono contrasti di questo tipo a rendere Milano una città estremamente letteraria.

Ritiene che ancora oggi Milano e i suoi dintorni possano essere ambientazione privilegiata per gli scrittori della letteratura italiana contemporanea?

Certo, continua a esserlo. Penso ai romanzi di Giorgio Fontana, per esempio.

Ha un sogno nel cassetto a breve?

Se non sbaglio, i sogni nel cassetto non si possono rivelare. Giusto?

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