Un pomeriggio sul tramvai

tram milanoVi voglio raccontare un pomeriggio sul tram, per la precisione il 14. Trovandomi per alcuni giorni in città, decisi di riservare un pomeriggio per recarmi al cimitero maggiore per visitare la tomba del mio caro babbo. Alle 14,30 ero alla fermata di piazza Tirana in attesa del mezzo, che arrivò a venti alle quindici. Salito in vettura e timbrato il biglietto, occupo posto e inizio il viaggio, già sapendo che sarà piuttosto lungo. Per le prime sei, sette fermate, tutto tranquillo, poi la vettura incomincia a riempirsi piuttosto velocemente, poiché se ne scendevano due, ne salivano almeno cinque.

A questo proposito mi viene in mente quel giochetto che si faceva da ragazzini alle elementari, e cioè quello in cui uno t’invitava a stare bene attento a quel che diceva, e tu allora ti mettevi in ascolto con la massima attenzione. A quel punto lui iniziava: “ c’è un tram che parte dal capolinea con a bordo quindici persone, alla prima fermata né scendono due né salgono sei, alla seconda né scende una né salgono otto, e via di questo seguito per un bel pezzo. Tu che ascolti, per non farti prendere in castagna cerchi di tenere il conto migliore che puoi, e quando finalmente capisci che arriva la fatidica domanda, ti senti pronto a dire quante persone ci sono a bordo, e invece… invece ti senti fare la domanda di quante fermate ha fatto il tram”.  Ovviamente quel conto non l’avevi proprio preso in considerazione. 

Il viaggio di fermata in fermata prosegue, e la gente a bordo comincia a essere davvero tanta. Proprio davanti a me si siedono due mamme con i rispettivi ragazzini, i quali tenevano in mano un gioco elettronico, ultimo modello su cui stavano giocando, incuranti di ciò che poteva esserci attorno. Gli occhi erano perennemente fissi sul marchingegno e le dita si muovevano sulla tastiera con una velocità sorprendente, tanto che un abile pianista avrebbe fatto una brutta figura. Più di una volta una delle mamme, rivolgendo al figlio una domanda, ha atteso invano la risposta; secondo me neppure l’ha sentita. Ritengo che così non sia per niente educativo. Comunque il viaggio prosegue e ormai siamo quasi all’inizio di Via Torino. La gente per la strada è tanta, e poiché siamo a Milano, sono immancabilmente tutti di fretta; non mi meraviglierei se alla nostra città, un giorno o l’altro, dessero il titolo di città dei Bersaglieri. In vettura potevo notare gente di razze diverse, ognuna con alcune caratteristiche tipiche della regione o del continente di provenienza. Facendoci più attenzione era interessante come potevi notare particolari che altrimenti ti sfuggivano, ed erano quasi inevitabili i paragoni. Così come interessante era sentir parlare linguaggi diversi, dico sentire perché oggi non è più come vent’anni fa, dove i passeggeri se parlavano tra loro era perché si conoscevano, oppure perché qualcuno chiedeva un’informazione o aveva voglia di “attaccar bottone”, oggi c’è il telefonino, e si può tranquillamente parlare in ogni momento, ed era quello che stava avvenendo anche sul tram numero quattordici, sei persone su dieci erano in colloquio. Il bello è che la maggior parte perde il controllo della voce, e si lascia andare a un tono di voce piuttosto robusta. Alla faccia della privacy! Che poi a volte, quando senti certi discorsi, ti viene la tentazione di intervenire per rilevare qualcosa o far presente. Quando io ero un bimbo e si sentiva qualcuno che parlava da solo, si additava come una persona con qualche problema psichico, oggi non è più così, e anche se ci fosse, basta che abbia in mano un telefonino… Anche se per essere sinceri, è salito un giovane che, senza telefonino né auricolari, si era messo a parlare da solo. Un amante delle vecchie tradizioni?

Erano le quindici e trenta e il viaggio ancora continuava. Nei pressi di piazza Firenze, passando davanti a un palazzo, mi tornò in mente di quella volta, ormai moltissimi anni fa, che, volontario nella Croce Verde, fummo inviati a prendere un tizio che andava in escandescenze. Arrivati sul posto, notammo questo tale sul marciapiede che agitava le braccia come se fossero ali di un’aquila e blaterava parole difficili da capire. Intorno alla testa aveva una fasciatura piuttosto vistosa, tipo pellerossa per intenderci, ed era attorniato da un manipolo di gente curiosa. Cercammo di avvicinarlo per convincerlo a salire a bordo dell’autolettiga; non ne voleva sapere. Provammo, io, il collega e l’autista a convincerlo in tutti i modi, non c’era niente da fare, non voleva sentire ragioni. A un certo momento arriva un’altra autolettiga di una croce diversa, scende un volontario che pareva un lottatore di sumo, sta un attimo a osservare poi, con uno scatto, si avvicina al “pellerossa”, lo solleva come se fosse un rametto e se lo mette sotto il braccio, avviandosi verso la nostra autolettiga. Questi si mette ancor di più a urlare e agitarsi e, giunto davanti all’entrata dell’autolettiga, divarica le gambe facendo forza, non l’avesse mai fatto, il “lottatore di sumo” gli serrò le due gambe come ramoscelli e lo scaraventò all’interno, richiudendo subito le porte. Ricordo che prima di andarsene ci rimbrottò pure, dicendoci che con il nostro metodo, l’indomani eravamo ancora lì. Guardando dal finestrino mi accorsi che finalmente ero quasi arrivato, infatti, alle 15,57, scendevo dalla vettura e mi avviavo al pellegrinaggio. Più di un’ora di viaggio per la città, che tuttavia è trascorsa anche piacevolmente.

Il Barbapedana

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