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Dolce & Gabbana, parla chi c'era: «Non è una crisi, è transizione»

«Ho caricato i camion di Dolce & Gabbana a vent'anni. Ecco cosa vedo che gli altri non vedono — e cosa farei per salvare il brand»

Nota della redazione. Le opinioni, le valutazioni strategiche e le proposte espresse in questa intervista rappresentano esclusivamente il punto di vista personale dell'autore, formulato sulla base della sua esperienza diretta in Dolce & Gabbana nei primi anni 2000 e dell'analisi di fatti pubblicamente disponibili (fonti: Bloomberg, Sole 24 Ore, Sky TG24, Corriere della Sera, FashionNetwork). MilanoFree pubblica il contributo come testimonianza ed editoriale d'opinione. L'autore ha sottoscritto formale dichiarazione di assunzione di responsabilità per quanto dichiarato.

Indice

Pubblichiamo l'intervista a Ivan Lopez, oggi imprenditore digitale, che a vent'anni ha iniziato a lavorare nei magazzini di Dolce & Gabbana. La sua è una lettura del cambio al vertice della maison che si discosta da quella corrente — e che merita di essere letta.

negozi quadrilatero moda milanoIvan, hai iniziato la tua carriera nei magazzini di Dolce & Gabbana a vent'anni. Com'è stato quel primo impatto?

Sai, quando ci penso adesso mi viene quasi da ridere. Avevo vent'anni, diploma in tasca, e rifiutavo di andare a lavorare gratis negli studi commerciali come facevano tutti. Mi sembrava una cosa assurda — lavorare gratis. Non per snobismo, per logica. Se hai qualcosa da dare, qualcuno ti paga. Se non ti paga nessuno, forse non stai nel posto giusto.

Quindi quando è arrivata l'opportunità tramite una cooperativa, ho detto sì senza pensarci troppo. Caricare e scaricare camion. Non era quello che avevo immaginato, ma era concreto. Era reale. E io ho sempre preferito il reale all'immaginato.

Il primo giorno dentro Dolce & Gabbana mi ha colpito una cosa che non mi aspettavo. Non l'eleganza, non il glamour — quello me lo aspettavo. Mi ha colpito il silenzio di certe persone. Intendo dire, c'era un'aria di chi sa esattamente dove si trova, come se ogni cosa avesse il suo posto e il suo senso. Non era un'azienda nel senso che intendevo io fino a quel momento. Era qualcosa di più compatto. Più denso. Come una famiglia che lavora insieme da generazioni — anche se non la conoscevi ancora, la sentivi.

Hai incrociato Alfonso Dolce in quel periodo. Che impressione ti ha fatto?

Alfonso. Sì. Lui è un ricordo preciso, anche se all'epoca non sapevo neanche chi fosse.

Stavo lavorando, concentrato su quello che avevo davanti, e a un certo punto ho avuto la sensazione di una presenza dietro di me. Mi sono girato — e lui era lì. Fermo. In silenzio. Che guardava. Non con quell'aria da chi controlla per trovare qualcosa che non va. Con l'aria di chi vuole capire davvero cosa sta succedendo.

Non faceva rumore quando camminava. O forse ero io che non lo sentivo arrivare — perché le persone come lui non hanno bisogno di annunciarsi. Si muovono e basta. E tu li trovi lì.

Quello che mi ha colpito è che era così con tutti. Non faceva differenza se eri un manager o uno che caricava camion. Ti guardava allo stesso modo. Conosceva i nomi, conosceva le facce. In un'azienda di quelle dimensioni, con tutta quella gente, quella cosa lì non è normale. È una scelta. È qualcuno che ha deciso, probabilmente molto prima di diventare quello che è diventato, che un'azienda la tengono in piedi le persone — non i processi.

Non sapevo esattamente chi fosse. Nessuno me lo aveva presentato. Ma aveva già quell'aria di chi sa esattamente dove si trova e dove sta andando. Certe persone non hanno bisogno del cartellino col nome.

Trent'anni dopo, quell'uomo silenzioso che mi guardava lavorare è il presidente di Dolce & Gabbana. E quando ho letto la notizia, la prima cosa a cui ho pensato è stata quella presenza dietro di me. Quella capacità di stare senza fare rumore. Di osservare senza giudicare. Di aspettare.

Quando hai letto la notizia delle dimissioni di Gabbana, cosa hai pensato?

La prima cosa che ho pensato è che non era una sorpresa. Non nel senso che lo sapevo — non lo sapevo. Ma nel senso che, una volta letta, tutto tornava. Come quando riconosci un finale che hai già sentito da qualche parte.

La seconda cosa è stata il dettaglio del timing. Le dimissioni a dicembre 2025. L'insediamento di Alfonso a gennaio 2026. La notizia che esce ad aprile — quattro mesi dopo, trovata da Bloomberg in un deposito camerale, non comunicata dall'azienda. E nel mezzo, a febbraio, Domenico e Stefano scendono insieme sulla passerella della Milano Fashion Week per salutare Madonna. Sorridenti. Come se niente fosse.

Quella passerella, adesso che sai tutto, ha un peso diverso. Era già dopo. Era già scritto. E loro sono scesi lo stesso, perché così funziona — i panni sporchi si lavano in casa, e fuori si sorride.

Chi non conosce quella cultura dall'interno legge una crisi. Chi la conosce legge una transizione pianificata con cura. Sono due cose completamente diverse.

Tutti parlano di crisi. Tu la leggi diversamente. Perché?

Perché ho visto come funziona quella famiglia dall'interno. E le famiglie del Sud Italia — parlo di una cultura precisa, non di uno stereotipo — hanno un codice che non cambia. I problemi si risolvono dentro. Gli estranei non entrano nella stanza dove si decide. Il controllo rimane di sangue.

D&G è profondamente, irriducibilmente una famiglia siciliana trapiantata a Milano. E lo è nel senso più letterale possibile — non come metafora, come fatto.

La storia vera di Dolce & Gabbana non inizia nel 1985 con la prima sfilata. Inizia prima, in Sicilia, dove il padre Saverio gestiva una sartoria e un'attività nel settore tessile. Domenico, Alfonso e la sorella Dorotea sono cresciuti tra rotoli di stoffa, imparando da bambini cos'è un tessuto, cos'è una cucitura, cos'è il lavoro vero.

Quando Domenico incontra Stefano Gabbana e insieme decidono di fondare il brand, la famiglia non sta a guardare. La struttura produttiva familiare diventa la base operativa delle prime collezioni. Alfonso entra nell'azienda di famiglia molto presto, con un ruolo gestionale. Non è un parente sistemato a fare il nome. È la persona che tiene in piedi la macchina produttiva mentre i due stilisti costruiscono il brand creativo.

Poi arriva anche Dorotea. Poi i nipoti. Una rete di sangue costruita mattone dopo mattone, in silenzio, per decenni. Mentre Domenico e Stefano facevano le sfilate e litigavano con il mondo, la famiglia teneva in piedi la macchina.

Questo è il dettaglio che cambia tutto nella lettura di questa storia. Dolce & Gabbana non è nata da due persone. È nata da una famiglia che ha messo tutto quello che aveva — i soldi, le competenze, la struttura produttiva — perché il sogno di Domenico diventasse reale. Gabbana era il co-fondatore geniale e indispensabile. Ma non era di famiglia. E in un'azienda nata così, quella differenza prima o poi conta.

Quello che vedo io non è un'azienda che affonda. È una famiglia che ha deciso di fare un passo definitivo verso il controllo totale. E lo ha fatto nel modo più ordinato possibile — fine anno, bilanci chiusi, responsabilità azzerate, nuovo capitolo che inizia pulito a gennaio.

Il debito c'è — circa 450 milioni di euro in fase di ristrutturazione con le banche, secondo quanto riportato da Bloomberg — è reale, va gestito. Ma il debito si gestisce. La governance no. E loro hanno sistemato prima la governance.

C'è un momento preciso nella storia di D&G in cui, secondo te, qualcosa si è rotto?

Sì. Il 2011. E quasi nessuno ne parla, ma secondo me è il punto di svolta reale.

Quell'anno chiudono la linea D&G — la diffusion line. Il brand giovane, urbano, accessibile nell'attitudine. La chiudono nel momento in cui stava performando bene, specialmente in Asia e in Russia. I retailer erano spiazzati. Non capivano. Perché chiudi la cosa che funziona?

La giustificazione ufficiale era: vogliamo essere come Chanel, un solo brand, tutto concentrato in alto. Ma quella logica era retail-centrica — due linee sullo stesso scaffale si cannibalizzano. Non capivano che il mercato stava cambiando. Che un brand giovane non era un problema da risolvere, era un ponte verso il futuro.

Da quel momento D&G ha smesso di parlare ai giovani. Ha invecchiato insieme ai suoi fondatori. E quando nel 2018 lo scandalo cinese ha bruciato un quarto dei ricavi in 48 ore, non c'era nessun pubblico di ricambio su cui appoggiarsi.

Il lusso non muore per i debiti. Muore quando perde la capacità di far sognare chi non può ancora permetterselo — ma un giorno potrà. Quella generazione D&G l'ha persa nel 2011. E non l'ha mai richiamata.

E lo scandalo cinese del 2018 — incidente o sintomo di qualcosa di più profondo?

Sintomo. Chiaramente.

Il video con le bacchette e il cannolo è stato discutibile, certo. Ma il problema vero non è stato il video. È stato quello che è successo dopo — i messaggi pubblicati dall'account Instagram di Gabbana, che lui ha poi pubblicamente attribuito a un hackeraggio. A prescindere dall'origine di quei messaggi, il punto strutturale resta: una persona — o un account a suo nome — senza nessun filtro intorno. Nessuna struttura aziendale che intercetta, modera, protegge il brand prima che il danno sia fatto.

La Cina nel 2018 valeva una quota enorme dei loro ricavi. Bruciato in 48 ore.

E quello ti dice tutto sull'altra fragilità strutturale di D&G — la dipendenza totale da due individui in posizioni di potere, senza un sistema di protezione manageriale. Non era un'azienda. Era due persone. E due persone, per quanto geniali, non bastano.

Se fossi seduto al tavolo con Alfonso Dolce domani mattina, cosa gli diresti?

Gli direi tre cose. E gliele direi in quest'ordine.

1. Riportare la linea D&G — ma digitale-first

Riporta il D&G. Non come lo era prima — non hai bisogno di una seconda sfilata a Milano o di un secondo showroom. Hai bisogno di un brand digitale-first. Drop trimestrali, prezzi accessibili ma premium, venduto solo online. Quella generazione che avete perso nel 2011 oggi ha oltre trent'anni in più e può spendere. La conosce il vostro brand, lo ha amato, e lo ha visto sparire dalla sua vita. Richiamarla non costa quanto pensi. E vale molto di più.

2. La Cina si riconquista da dentro

La Cina non si recupera con campagne costruite a Milano. Si recupera andando dentro — con team cinesi che hanno piena autonomia creativa, che parlano quella cultura dall'interno e non la traducono dall'esterno. I valori D&G — il Mediterraneo, la famiglia, la sensualità, il barocco siciliano — in Cina possono funzionare come fascino esotico. Ma solo se li porta qualcuno che capisce davvero il pubblico a cui si rivolge. Altrimenti resta paternalismo vestito di lusso.

3. Il DNA del brand vale oltre la moda fisica

Il DNA di questo brand vale molto oltre la moda fisica. Il barocco, la Sicilia, il colore, il simbolismo — questo vale nei videogiochi, nelle piattaforme digitali, nell'architettura residenziale di lusso. Tu hai già capito qualcosa con Marbella, Miami, Dubai. Ma si può andare molto più lontano con costi molto più bassi.

Ti faccio esempi concreti, perché so che può sembrare fantascienza e invece è già realtà da anni. Balenciaga nel 2021 ha creato una collezione intera dentro Fortnite — il videogioco con centinaia di milioni di utenti nel mondo. Abiti digitali per il proprio personaggio, venduti con soldi veri. Louis Vuitton ha fatto lo stesso con League of Legends. Gucci ha collaborato con Roblox, e le sue borse virtuali hanno raggiunto prezzi paragonabili — in alcuni casi superiori — a quelle fisiche.

Come funziona l'accordo? Il brand cede i file grafici del proprio stile, la piattaforma li trasforma in oggetti digitali acquistabili, le due parti si dividono i ricavi. Zero produzione. Zero magazzino. Zero rischio di invenduto. Per D&G l'estetica barocca, il simbolismo siciliano, i colori accesi funzionerebbero perfettamente in quell'ambiente — anzi meglio che nella moda fisica, perché nel gaming l'eccesso visivo è un valore, non un limite.

Milioni di persone che comprano oggetti digitali D&G a pochi euro generano ricavi rilevanti. Senza cucire nulla. E raggiungono una generazione — la più giovane — che non entrerà mai in una boutique di via Montenapoleone, ma che crescerà con quel brand nel proprio mondo digitale. Tra dieci anni, quando potrà permettersi il prodotto fisico, saprà già chi è D&G. Questo è il ponte che hanno distrutto nel 2011 chiudendo la linea giovane. Le licenze digitali sono il modo più intelligente e meno costoso per ricostruirlo.

Queste tre mosse non azzerano un debito di centinaia di milioni in un giorno. Ma cambiano la posizione da cui si tratta. E la differenza tra trattare da una posizione di forza e trattare da una posizione di necessità, quando hai Rothschild dall'altra parte, vale centinaia di milioni.

Ma c'è un però. La domanda vera è un'altra

Conoscendo D&G dall'interno, conoscendo la loro filosofia, il loro orgoglio, il modo in cui hanno sempre guardato al mondo — devo essere onesto: queste tre soluzioni le hanno già fatte altri. Balenciaga su Fortnite, Louis Vuitton su League of Legends, i drop digitali di Supreme. D&G non ha mai seguito nessuno. Ha sempre preceduto.

Quindi la domanda vera è un'altra: cosa potrebbe fare D&G che nessun altro brand al mondo ha mai fatto? Qualcosa che nasce solo da loro, che non può essere replicato, che porta il loro nome ogni giorno sulla bocca di tutti — non per una settimana, ma per anni.

La risposta che mi sono dato è questa: la D&G Academy.

Non un premio annuale freddo come il LVMH Prize — che esiste dal 2013 ed è già roba di un conglomerato enorme. Qualcosa di completamente diverso. Come il settore giovanile nel calcio: non selezioni chi ha già due collezioni al suo attivo, selezioni il talento grezzo e lo allevi tu, dentro casa tua, con il tuo DNA, con le tue mani.

Una volta l'anno, D&G apre una call globale — under 25, da tutto il mondo, tema scelto da Domenico personalmente. Dieci finalisti vengono a Milano per una settimana di selezione. Tre vengono ammessi. Sei mesi nell'atelier reale, a lavorare con i tessuti veri, con il team creativo vero, con Domenico presente. Alla fine, ognuno presenta un pezzo — prodotto da D&G, venduto in edizione limitatissima, sold out in ore perché il pubblico ha seguito quella persona per mesi.

E il processo — la call, la selezione, i sei mesi in atelier, la presentazione finale — è contenuto. Ogni settimana, un video dall'atelier. Domenico presente. Una storia vera. Su quei decine di milioni di follower che adesso ricevono solo foto di prodotti patinati.

A questo si collega un format televisivo che ho ideato e sviluppato in parallelo: Maschera di Stile. Un format dove un ospite mascherato sfida i talenti dell'Academy a creare un look che rappresenti la sua anima nascosta. Solo alla fine la maschera cade. È televisione. È moda. È D&G. E non assomiglia a niente che esista già nel mondo.

Queste idee non le ho buttate lì. Le ho sviluppate in modo completo — strategia, struttura, analisi costi, format episodio, distribuzione. Perché se un giorno arrivo al tavolo di Alfonso Dolce, voglio arrivarci con qualcosa in mano. Non con consigli. Con una visione già costruita.

La quota di Gabbana — chi la compra e quando, secondo te?

Questa è la domanda che vale tutto.

La mia lettura è che Alfonso vuole comprarla lui. Non venderla a LVMH o a un fondo. Comprarla — portare D&G al 100% nella famiglia Dolce. È la logica conseguenza di quarant'anni di costruzione paziente.

Il problema è il timing. Adesso i conti di D&G sono indeboliti — anni di mercato del lusso in rallentamento e margini ridotti. La quota di Gabbana in questo momento vale relativamente poco. Ma se Alfonso riesce a ristrutturare il debito, stabilizzare i conti, far crescere il beauty che sta già correndo a ritmi importanti — quella stessa quota in poco tempo potrebbe valere molto di più.

Quindi ha un incentivo a muoversi adesso, mentre il prezzo è compresso. E il coinvolgimento di Rothschild è coerente con questa lettura — non solo per parlare con le banche. Per strutturare la transazione in modo che sia finanziariamente sostenibile per la famiglia.

Se invece Gabbana trovasse un compratore esterno disposto a pagare il prezzo pieno — un fondo del Golfo, un grande gruppo — tutto cambia. E quella porta è aperta. Per questo la corsa è già iniziata, anche se nessuno lo dice apertamente. E proprio in questi giorni arriva la conferma: Stefano Cantino — ex CEO di Gucci, con oltre vent'anni tra Prada, Louis Vuitton e i vertici del lusso internazionale — è stato nominato co-CEO al fianco di Alfonso, con effetto dal 13 aprile 2026. È esattamente il modello che mi aspettavo: la famiglia comanda, i tecnici eseguono. Cantino non è un creativo. È un chirurgo manageriale. Lo chiami quando hai bisogno di operare, non di decorare.

Perché hai voluto scrivere questo? Cosa ti lega ancora a quella storia?

Perché D&G è nel mio DNA professionale. Non nel senso romantico — nel senso letterale. È lì che ho capito per la prima volta come funziona davvero un'azienda che ha un'anima. Come si costruisce qualcosa che dura. Come le persone tengono in piedi le cose, non i processi.

Ho vent'anni, carico camion, e mi ritrovo a osservare qualcosa che funziona in modo diverso da tutto quello che conoscevo. Quella cosa lì non ti lascia più. Ti cambia il modo in cui guardi le aziende, le persone, le strutture di potere.

Ho scritto un libro, Tre Porte, che parla di tre relazioni che mi hanno formato. Non è un libro di business. È un libro su come le persone ti lasciano qualcosa addosso anche quando se ne vanno — o tu te ne vai. D&G è un po' così per me. Non ci lavoro più da decenni. Ma mi ha lasciato qualcosa addosso.

E quando una storia che conosci dall'interno diventa notizia — e vedi che tutti la raccontano dall'esterno, con le categorie sbagliate — senti il bisogno di dire la tua. Non per protagonismo. Per onestà.

Domande frequenti

Quando si è dimesso Stefano Gabbana dalla presidenza?

Le dimissioni risalgono al dicembre 2025, ma sono diventate di dominio pubblico solo nell'aprile 2026 grazie a un'esclusiva di Bloomberg che ha rinvenuto l'atto in un deposito camerale. Alfonso Dolce, fratello di Domenico e già amministratore delegato, si era già insediato alla presidenza dal 1° gennaio 2026.

Stefano Gabbana lascia anche la direzione creativa?

No. La nota ufficiale del gruppo precisa che le dimissioni dalla presidenza non hanno alcuna influenza sulle attività creative svolte da Stefano Gabbana, che continua nel suo ruolo di co-direttore creativo del brand insieme a Domenico Dolce.

Chi è Stefano Cantino e che ruolo avrà?

Stefano Cantino è stato nominato co-CEO di Dolce & Gabbana con effetto dal 13 aprile 2026, al fianco di Alfonso Dolce. Ha alle spalle oltre vent'anni in Prada, una direzione comunicazione di Louis Vuitton e, da ultimo, il ruolo di amministratore delegato di Gucci. La sua nomina, secondo la comunicazione ufficiale, accompagna l'evoluzione del gruppo da brand fashion ad azienda lifestyle.

Quanto è il debito di Dolce & Gabbana e come verrà gestito?

Secondo Bloomberg, la maison sta negoziando con le banche la ristrutturazione di un'esposizione finanziaria di circa 450 milioni di euro, con la richiesta di nuovi fondi fino a 150 milioni. Sul tavolo anche la cessione di asset immobiliari e il rinnovo di licenze per rafforzare la liquidità. La banca d'affari Rothschild è coinvolta nelle trattative.

Chi possiede oggi Dolce & Gabbana?

Stefano Gabbana detiene circa il 40% del capitale e starebbe valutando il futuro della propria partecipazione. Domenico Dolce possiede una quota equivalente. Il restante 20% circa è ripartito tra i fratelli Dolce — Alfonso e Dorotea — e altri membri della famiglia.


Chi è Ivan Lopez

Ivan Lopez è una di quelle persone che non si fermano mai — non perché abbiano paura di fermarsi, ma perché hanno sempre qualcosa che brucia dentro. Ha iniziato a vent'anni nei magazzini di Dolce & Gabbana, ha fatto carriera nella logistica fino a diventare Direttore di Filiale in una società acquisita da un grande gruppo internazionale, e da lì ha attraversato settori diversi, sfide diverse, ripartenze diverse — sempre con le mani e con la testa. Ha attraversato un fallimento non suo senza perdere la direzione. Oggi costruisce qualcosa di nuovo nel mondo digitale — perché non ha mai imparato a fare solo una cosa alla volta. È autore del libro autobiografico Tre Porte, una storia su tre relazioni che lo hanno cambiato. Questo articolo nasce da lì — dal coraggio di guardare le cose per quello che sono.

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