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Luigi Calabresi: il commissario ucciso il 17 maggio 1972 a Milano

  • Redazione MilanoFree.it

Anni di piombo, campagne d’odio, il “caso Pinelli” e la memoria pubblica: profilo ragionato di una delle figure più discusse della storia recente italiana.

Immagine di repertorio degli anni di piombo a Roma, 1978
Immagine di repertorio degli anni di piombo (non relativa ai fatti del 1972).

Il contesto

Il 17 maggio 1972 il commissario capo Luigi Calabresi viene assassinato a Milano mentre sta salendo sulla sua Fiat 500, parcheggiata sotto casa, per recarsi in Questura, dove era vice responsabile della squadra politica. Siamo nel pieno degli anni di piombo, tra violenze politiche, terrorismo e durissime contrapposizioni ideologiche.

Chi era Luigi Calabresi

Funzionario di Polizia assegnato alla Questura di Milano, Calabresi si trova spesso al centro delle tensioni cittadine. È ricordato anche per aver evitato un possibile linciaggio ai danni di un leader studentesco durante i funerali dell’agente Antonio Annarumma, episodio che esacerbò ulteriormente il clima in città.

Il “caso Pinelli” e la campagna d’odio

Il suo nome resta legato alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura nel dicembre 1969, durante le indagini sulla strage di Piazza Fontana. Nonostante il successivo proscioglimento di Calabresi disposto dal giudice Gerardo D’Ambrosio, una parte del dibattito pubblico continuò a indicarlo come responsabile morale. Sui muri di Milano comparvero scritte ingiuriose e alcuni manifesti firmati da intellettuali resero quel clima ancora più acceso.

L’omicidio

La mattina del 17 maggio 1972, davanti all’abitazione in via Cherubini, Calabresi viene colpito a morte. L’omicidio ha un’eco enorme nell’opinione pubblica e segna una fase cruciale degli anni di piombo. (La vicenda giudiziaria, complessa e lunga, porterà a condanne in sede processuale; restano tuttavia nel dibattito pubblico interpretazioni e letture diverse proprie della storia di quel periodo.)

Ritratto umano e fede

Di Calabresi è spesso ricordata la fede personale, vissuta come sostegno nelle fasi più dure della sua vita pubblica e privata. Diverse testimonianze sottolineano la sua vicinanza a realtà ecclesiali milanesi e la sobrietà dei comportamenti nel quotidiano.

Eredità e memoria

Dopo l’omicidio si apre una progressiva rivalutazione pubblica della figura di Calabresi. Il tema della responsabilità delle parole e delle campagne d’odio resta un monito ancora attuale: la menzogna come arma politica può trasformarsi in una pistola fumante puntata contro gli innocenti.

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