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Nuova stangata per il ticket licenziamento: l’Inps fornisce indicazioni errate e i datori di lavoro pagano

Una nuova tegola si abbatte sui datori di lavoro, che si trovano a districarsi nel labirinto delle circolari Inps, che aggravano e rendono il lavoro sempre più complicato.

Oggi Manuela Baltolu cdl e autore per il quotidiano lavoro del  Sole 24 ore, ci parla del ticket di licenziamento.

Ticket licenziamento: cos’è?

E’ un importo che i datori di lavoro devono versare all’Inps ogni volta che cessa un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, per causa diversa dalle dimissioni del lavoratore, quando lo stesso ha potenzialmente diritto a percepire la NASPI (ex indennità di disoccupazione).

Tale importo è rapportato all’anzianità di servizio del lavoratore presso l’azienda nella quale avviene la cessazione, e non può essere ridotto in caso di rapporto di lavoro part-time.

Quando va versato?

In tutti i casi di cessazione del rapporto che non rientrano nelle dimissioni volontarie: il ticket è dovuto anche nel caso di dimissioni del lavoratore per giusta causa, in caso di licenziamento per giusta causa, in alcuni casi di risoluzione consensuale e in caso di dimissioni avvenute durante il divieto di licenziamento per la tutela della maternità (entro il compimento di un anno del bimbo/a).

A quanto ammonta?

È pari al 41% del massimale mensile NASPI, che, per il 2021, è pari di € 503,30 per ogni anno di anzianità, fino ad un massimo di 36 mesi (quindi € 1.509,90); o meglio, questo era il valore noto fino all’emissione della circolare “incriminata”!

Cosa è accaduto di grave con la circolare 137/2021?

L’Inps ha ribaltato le modalità di calcolo precedentemente illustrate.

Infatti, mentre nella circolare 44/2013, l’Istituto aveva affermato, in contrasto con quanto stabilito dall’articolo 2, c.7 della legge n.92/2012, che il parametro su cui calcolare la NASPI fosse la soglia di riferimento per determinare l’importo della prestazione mensile spettante al lavoratore, ora, nella circolare 137 del 17/09/2021, dopo ben 8 anni, afferma invece che il parametro corretto è il massimale annuale NASPI (come peraltro correttamente indicato nel riferimento normativo di cui sopra).

L’importo del massimale è naturalmente maggiore della soglia di riferimento, pertanto scaturisce un maggiore importo dovuto dai datori di lavoro, i quali, fino all’emissione della circolare 137/202,1 non avevano fatto altro che applicare pedissequamente le disposizioni contenute nella circolare 44/2013.

Cosa rischiano le aziende?

L’Inps provvederà con successivo messaggio a fornire istruzioni per recuperare le differenze.

Per fare un esempio, in caso di licenziamento di un lavoratore a tempo indeterminato in forza 3 anni, avvenuta a dicembre 2020, il contributo versato è stato di € 1.509,90;

alla luce di quanto esposto dalla circolare 137/2021, l’importo corretto è invece di € 1.642,54, con una differenza dovuta di € 132,64.

Considerando che l’importo è dovuto in misura doppia in caso di licenziamento collettivo, e addirittura tripla in caso di licenziamento collettivo senza accordo, si intuisce facilmente la portata di tale cambiamento di rotta, con possibili ulteriori aggravi di interessi e sanzioni.

Dal momento che i datori di lavoro hanno correttamente versato seguendo le istruzioni che lo stesso Istituto ha diramato, sarebbe auspicabile mettere un punto fermo a quanto accaduto prima della circolare 137/2021, senza recuperare alcunché, dato anche il delicato momento storico nel quale operano le aziende che, dopo il blocco causato dal Covid, cercano di riprendersi dalla crisi con tutte le limitazioni ancora in vigore.

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