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Seicento Lombardo a 360°. Intervista alla curatrice Simonetta Coppa

  • Marco Corrias
intervistabrera6Catalogo e testi alla mano, ci prepariamo a sviluppare un’intervista a trecentosessanta gradi sulla grande pittura lombarda in età spagnola, insieme alla dottoressa Simonetta Coppa: curatrice, insieme alla collega Paola Strada, della mostra “Seicento lombardo a Brera, capolavori e riscoperte”.
 
D: La mostra, curata da Lei e dalla dott.ssa Strada, è stata prorogata fino al prossimo 9 febbraio. Siete soddisfatte del risultato ottenuto?
 
R: Paola Strada mi ha confermato il grande interesse di pubblico, tant’è vero che vi è stata anche la decisione di prorogarla.
 
D: Può illustrare ai lettori lo scopo della mostra?
 
R: Scopo della mostra è consentire la visione da parte del pubblico, a integrazione del ridotto nucleo di opere di scuola lombarda del Seicento in esposizione permanente in Pinacoteca, di una serie di dipinti attualmente sottratti al percorso espositivo per le note carenze di spazio e normalmente conservati nei depositi interni ed esterni, con un arco temporale che dall’età di Federico Borromeo giunge alla seconda metà del secolo, fino agli sviluppi barocchi e alla svolta classicista. Tutto accompagnato da una sezione di disegni, (gli stupendi inchiostri su carta del Morazzone) esposti solo in occasione di mostre temporanee.
 
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D: Per quanto nota anche al grande pubblico, la pittura lombarda del Seicento è stata considerata dalla critica tradizionale alla stregua di un fenomeno artistico “minore”. Eppure le numerose mostre tenutesi negli ultimi anni stanno finalmente dando giustizia a questa fronda di artisti unici e rivoluzionari.
 
R: A partire dal 1973, quando Milano ospitò la prima grande rassegna sul Seicento lombardo, si moltiplicarono sia le manifestazione espositive sia gli studi sulla pittura lombarda del Seicento, con una rivalutazione anche della pittura successiva al periodo di Federico Borromeo: se una volta gli studi si fermavano all’anno fatale 1630 (della peste Manzoniana) in cui morirono tutti i grandi protagonisti della prima stagione, oggigiorno è stata valorizzata anche la seconda metà del Seicento: l’età barocca, che anche noi abbiamo voluto presentare in mostra con i dipinti dei fratelli Nuvolone, Francesco Cairo e G. B Discepoli da Lugano detto “lo Zoppo” (foto n. 2).
 
intervistabrera7D: Cerano, Morazzone, Procaccini i tre “pestanti” (Quadro delle 3 mani, foto n. 3) : a cosa è dovuta la Sua passione per questi “schermidori di sagrestia” (definizione coniata dallo storico d’arte Roberto Longhi in un articolo del 1926) che predilessero uno stile pittorico spirituale e profondo, ma anche dotato di una cruda espressività a lungo biasimata, in particolar modo dai classicisti? 
 
R: Personalmente mi sono sempre occupata principalmente di arte lombarda, anche in conseguenza del mio impegno professionale alla Soprintendenza di Milano, sia come Vicedirettore della Pinacoteca di Brera, ma anche nell’attività di tutela dei beni sul territorio : perciò lo studio dei pittori lombardi del ‘600 e del ‘700 è stato per me naturale.
Circa i pregiudizi che riguardano la stagione barocca, il suo recupero ha riguardato non solo gli specialisti ma anche il grande pubblico, e il successo di diverse mostre negli ultimi decenni ce lo testimonia.
 
D: Carlo e Federico Borromeo: cugini, entrambi vescovi a Milano: il primo fu uomo d’azione, contraddistinto da una santità eroica e militante; il secondo più riflessivo, quasi lo definiremmo un “collezionista contemplativo”.
 
R: Si trattò di due temperamenti, due personalità molto diverse. Certamente San Carlo fu un combattente; un modello di vita per suo cugino. Federico, però, fu anche un uomo di vasti interessi culturali che temperò l’eroismo della fede con altre componenti: l’Accademia ambrosiana da lui fondata con la dotazione di tele prelevate dalle sue stesse collezioni nacque per una formazione culturale, tecnica e religiosa dei giovani artisti su modelli del passato.
 
D: Carlo santo, Federico no? Come mai?
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R: Credo che in passato siano stati comunque avviati dei processi anche per la beatificazione e la canonizzazione di Federico, non andati a conclusione. Certamente a favore di Carlo giocò il suo ruolo di riformatore e protagonista eccellente dell’azione di riforma e attuatore delle aspettative e delle direttive del Concilio di Trento.
 
D: Federico, pur quasi in ombra, mise in primo piano l’attività pastorale del cugino con i celebri quadroni del Duomo.
 
R: Federico Borromeo ebbe un ruolo importantissimo nell’avviare la canonizzazione, in concorso con altre forze religiose e laiche; anche i governatori spagnoli e il sovrano contribuirono alla promozione di un vescovo scomodo in vita, diventato invece una figura di santo ideale solo dopo la morte.
 
D: Citando i Promessi Sposi: “era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti…uno strascico intralciato di rabescate zimarre.” Queste descrizioni corrispondono ai quadroni del Duomo, ma non solo. Manzoni ammirò per certo queste tele?
 
R: Il passo del Manzoni che lei ha citato trova corrispondenza proprio in uno dei quadroni del Cerano, (l’Erezione delle Croci) dove in primo piano abbiamo un turbine di nobili avvolti in abiti spagnoleschi. Manzoni, uomo di fede che frequentava il Duomo e apparteneva alla vicina parrocchia di San Fedele, deve per certo aver visto quei dipinti.
 
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D: Chi tra i pennelli del Seicento lombardo, secondo Lei, ha maggiormente influenzato le generazioni seguenti? 
 
R: Giulio Cesare Procaccini (Foto n. 1), con il suo approccio volto a unire le dolcezze di Correggio e Parmigianino, influenzò i maestri del secondo Seicento. Forse la temperie più dura e drammatica di Cerano non contribuì invece a fare apprezzare il genere ai posteri.
 
D: Fino a un secolo fa anche il “popolo minuto” era in grado di riconoscere i santi attraverso i loro attributi iconografici. Questa capacità in età contemporanea è andata perdendosi, tanto che oggi nei musei necessitiamo di targhette esplicative per capire cosa e chi in un dipinto è raffigurato. Forse che l’uomo moderno abbia definitivamente perduto il suo atavico bagaglio di conoscenze, oltre al senso di certi valori che un tempo scandivano la vita di tutti i giorni?
 
R: L’ignoranza crescente di questa cultura e la perdita di valori da parte del largo pubblico rappresentano una triste verità. La crescente contrazione dell’insegnamento storico artistico nelle scuole è deprecabile. Il patrimonio artistico non è solo dei credenti, ma di tutti: esso fa parte della nostra civiltà e sarebbe giusto che agli studenti di ogni età e grado sia offerta la capacità di conoscere meglio questo nostro patrimonio.
 
Marco Corrias
 
 
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