Un antico gergo milanese: Stuccatori e imbianchini

pennelloCon il termine Gergo s’intende un parlare oscuro, sotto metafora, inintelligibile, lingua furbesca, insomma, un parlare fatto di parole particolari che solo gli addetti al lavoro sapevano decifrare.

Sappiamo che, ad esempio, i Pastori possedevano un loro gergo particolare chiamato “Slacadùra di Tacolér”, ossia parlata dei pastori, così come la possedevano gli spazzacamini, gli stagnari e altri ancora. A questo punto voi direte: e Milano con questa cosa centra?

Ve lo spiego subito, infatti, anche a Milano vi erano due categorie di lavoratori che usavano un linguaggio gergale, precisamente i Facchini e i Brentatori, che erano chi trasportava il vino con la Brenta, cioè con una bigoncia, sulle spalle, e gli stuccatori e imbianchini. Proprio di questi ultimi vi voglio raccontare.

 

, facevano parte, obbligatoriamente, di un’associazione di mestiere che si prendeva cura dei nuovi affiliati dando assistenza e trovando loro un lavoro. Pur svolgendo un lavoro differente, stuccatori e imbianchini, costituivano una medesima corporazione. Va precisato che i Facchini e Brentatori provenivano dal Lago Maggiore e sue vallate, mentre gli imbianchini e stuccatori erano di provenienza milanese.

Per ovvie ragioni non posso riportare l’intero gergo usato, mi limito a far conoscere alcuni termini e alcune frasi. 

- Formadòr, era il decoratore.
- Gessé, era il gessaiolo.
- Stuchèta, lo stuccatore.
- Penelàt, l’imbianchino.
- Cavamàt, il pulitore di pareti.


Ecco adesso alcuni strumenti di lavoro.
- Acagiù, secchio per la pittura.
- Biancòn o bianchèt è il gesso.
- Èndech è la pittura bianca per i muri.
- Formàt, stampino per decorazioni.
- Galànder, filo a piombo.
- Lisciabè è il frattazzo.
- Pastòn, in altre parole colla.
- Pertegòn, è il manico allungabile usato dagli imbianchini.
- Rampèga, rampeghìna e rampegòn, scala, scaletta e scala lunga.
- Raschìt, raschietto.
- Sofitasca, ossia l’impalcatura.
- Sorbènta, spugna per lavare i muri.
- Tapòn, il tampone.

Un aspetto che questi operai dovevano considerare, era il tempo, che così definivano:
- Albaròt è il mattino.
- Scüra è invece la sera, la notte.
- Ciàr, il giorno.
- Longòn è l’anno.

Ecco adesso alcune frasi che caratterizzano la loro parlata gergale.
- Desgropà i sgrèg. Significa lisciare i muri grezzi.
- Instucà la sambrùca. Vuol dire di provvedere a stuccare la fessura.
- Gessé pùrta ‘n segèl dè biancòn. È una frase abbastanza intuibile, infatti, significa: gessaiolo porta un secchio di gesso.
- Stuchèta de sesìn. Era una sottolineatura per uno stuccatore poco capace.
- El cavamàt lè’ndà tùca ora a l’agramìn. Adesso deve intervenire il tappezziere poiché il pulitore di pareti ha terminato il suo lavoro.
- El penelàt lè piombà da la rampéga e lè ‘ntramoià in dè l’acagiù. Tradotto, vuol dire: l’imbianchino è cascato dalla scala finendo nel secchio della pittura.
- La sofitasca lè trabücà. L’impalcatura è caduta.

Come si può ben evidenziare da quanto scritto, è, per i non addetti ai lavori, davvero difficile se non impossibile capire cosa si dicevano, ad esempio, due imbianchini che stavano attendendo alle loro mansioni. È indubbio, almeno per me, che questo parlar gergale abbia un particolare fascino anche se incomprensibile. Purtroppo la sua estinzione è quasi avvenuta, forse è possibile udire il gergo Gaì, cioè dei pastori soprattutto bergamaschi e bresciani, in qualche vallata alpina abbastanza isolata dove vi sono ancora pastori che portano le loro mandrie in alpeggio, anche se l’esprimersi in gergo è tuttora presente nel linguaggio giovanile o legato alla criminalità.

Un aspetto della storia linguistica della nostra Italia e, in questo caso, della nostra terra di Lombardia, che vale la pena di conoscere.

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