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Milano, 1000 + 1 locali che se la tirano

imgresSe uno paga, specie se paga bene, si presume che gli si spalanchino le porte ovunque. A Milano no, o meglio, non è detto. A Milano, dove chi se la tira lo fa consapevolmente nella duplice presunzione di essere speciale e di esserlo per capacità e meriti tutti suoi, il concetto di aficionado sembra non esistere. Se stazioni sempre in un posto (ovviamente consumando) il gestore non ti è riconoscente, anzi, pensa che tu sia uno sfigato e per di più uno scroccone (gli stai occupando un tavolo che, secondo lui, verrebbe occupato da chissà quante altre persone se non ci fossi tu).

Proprio non arriva al fatto che ogni cliente sia fonte di pubblicità, ma soprattutto che abbia scelto il suo locale tra tanti altri nella convinzione, poi rivelatasi errata, che fosse migliore degli altri anche in virtù della sua accoglienza ed ospitalità.

Così spesso succede che, in maniera più o meno esplicita (più più che meno) ti si cacci dal suddetto locale. Nonostante tu ti sia sempre premurato di consumare, di rimanere al massimo due ore, di non occupare tavoli utili, di andarci negli orari di minor affluenza e, infine, di invitarci amici, di recensirli positivamente su blog vari e di passare parola

Sarò più precisa.

Ho 26 anni e sono (modestamente) educata, gentile, sorridente, carina e pulita, non ho insomma, ammesso che siano importanti, caratteristiche che possano fare di me un individuo pericoloso, sconveniente o semplicemente inopportuno. In quanto freelance, lavoro prevalentemente da pc e tra i vari progetti su commissione impartisco anche lezioni private di scrittura creativa a signore dai 60 anni in su, le quali, prudenti, preferiscono sedersi di fronte a un tè in un posticino pubblico e accogliente invece di portarsi estranei in casa.

Io, frequentatrice abituale del Bistrot del Tempo Ritrovato, in via Foppa 4, che amavo proprio per il fatto di essere un caffè letterario nel quale poter leggere e lavorare per ore, ho proposto loro di fare lezione lì, ovviamente nella maniera più discreta possibile.

Dopo anni di frequentazione e dopo averci portato a pranzo e per merenda almeno 15 persone diverse, a loro volta divenute clienti fissi, un giorno mi è stato chiesto di alzarmi perché erano le 2 e un ipotetico "qualcuno", ancora inesistente, avrebbe potuto avere bisogno del tavolo. Ero arrivata da mezz'ora e il mio succo d'arancia caro come il fuoco (3.50€) mi era appena stato servito ed era ancora mezzo pieno.

Nessuna scenata, solo molto dispiacere. 

Passo al prossimo, il mio, un tempo adoratissimo, Ostello Bello, del quale ho tessuto le lodi fino a una settimana fa.

Dopo due mesi di lezioni con A., una delle signore a cui faccio lezione (un solo giorno, 2 ore la settimana), il più attempato dei ragazzi che lo gestiscono esclama a gran voce e davanti a tutti la seguente frase: "A fine mese mi pagate l'affitto eh". Mi si gela il sangue perché immagino come possa prenderla A., anni 65 e molto discreta. Lei gli si avvicina e gli chiede: "Le duole che noi veniamo una volta alla settimana? Eppure consumiamo, parliamo a bassa voce, prendiamo sempre il tavolo più esposto, dove non si siede mai nessuno perché dà sulla porta ed entra l'aria gelida" e lui risponde: "Questa non è la casa dello studente, è un bar, se proprio volete venire venite, però sappiate che in altri bar non potreste fare così". Così cosa, sedersi, consumare e chiacchierare nel mentre?

L'ultimo episodio, per ora, è quello di G., 24 anni, che si è permessa di criticare su Facebook l'organizzazione di una serata venuta male del Roll Over Beethoven, di cui lei e altre sue amiche, note agli organizzatori, erano habitué. Risultato? La pr M. vedendo una di loro, intima al buttafuori di cacciarla dal locale. Motivo? Ha osato criticarli (peraltro senza trascendere, i toni erano stati educati). Notare che alle serate Roll Over, istituite da un gruppo di giovani hipster pugliesi, ti si valuta di volta in volta non tanto per l'adeguatezza del tuo abbigliamento, ma per il fatto di essere più o meno degno di far parte del loro mondo. Insomma, se non sei nel giro e non sei hipster, gay o dutch/danish/swedish non entri. Inconcepibile.

Senza contare i mille casi di illegalità in cui locali ben avviati e di un certo successo non rilasciano lo scontrino fiscale. In quel caso, vi prego, pretendetelo e poi segnalateli, magari anche nei commenti qui sotto, in calce all'articolo.

Il punto è: possibile che un avventore, non solo non sia ben accetto e quindi poco riverito, ma venga anche cacciato? E ancora: possibile che non si accorgano che il loro successo dipende dalle persone che ci vanno, senza le quali chiuderebbero l'indomani?

Sarà che loro, la tanto famigerata crisi, non l'hanno mai sentita.

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