Basilica di San Nazaro

  • Stefano Malvicini

basilica san nazaro milanoUna deliziosa piazzetta sul Corso di Porta Romana, con una statua, in origine su un ponte che scavalcava il vicino (ora coperto) Naviglio, dedicata a S. Ulderico, precede uno dei massimi templi della spiritualità milanese, la basilica di S. Nazaro Maggiore.

Detta anche “in Brolo”, per l’antica presenza di un luogo pubblico d’assemblea, la basilica fu una delle quattro chiese fondate da S. Ambrogio al di fuori delle mura cittadine. Venne eretta lungo la via porticata romana che oggi è il Corso e dedicata agli Apostoli in quanto destinata ad accogliere le reliquie di alcuni di loro, oltre alle spoglie del martire Nazaro, nel corso del IV secolo, a pianta cruciforme. Ricostruita in forme romaniche a partire dal 1075, riutilizzando i muri paleocristiani, dal 1512 al ’50 fu ampliata con l’addossamento all’antica facciata della Cappella Trivulzio e la costruzione di quella di S. Caterina, e, dal 1571, fu trasformata per volere di Carlo Borromeo, con la demolizione di alcune cappelle e la rimozione dell’altar maggiore romanico. Altre cappelle furono aggiunte nel ‘600, mentre nel 1830 Pietro Pestagalli diede all’interno una veste neoclassica. Nel 1943, durante i bombardamenti, la basilica subì gravi danni, tanto da richiedere ingenti interventi di restauro, attuati tra il 1946 e il ’63 da Enrico Villa e che eliminarono le strutture barocche e neoclassiche in nome di un “ritorno alle origini”.

L’antica facciata è ancora oggi coperta dalla cappella Trivulzio, mentre degno di nota è il fianco sinistro, su Via Osti e Largo Richini, con la mole quadrata a cupola della cappella di S. Caterina, il campanile cinquecentesco e l’abside del transetto sinistro, che ingloba un portale con archivolto a palmette, del secolo XI. Le teorie di archetti pensili delle absidi, i paramenti in cotto e la loggia di archetti del tiburio sono interamente opera del Villa.

L’interno, eliminate le strutture barocche, è ritornato all’antico splendore romanico – paleocristiano, caratterizzato da un incrocio tra il bianco del nuovo intonaco, il rosso dei costoloni creati ex novo dal Villa e il grigio dei setti in pietra paleocristiani superstiti. Il restauro del Villa comportò l’eliminazione delle cappelle barocche e della struttura neoclassica, il distacco degli affreschi di Giulio Cesare Procaccini nell’abside e l’adattamento dell’antico coro senatorio alla cappella di S. Ulderico. Subito sulla sinistra (anche se vi si accede da un piccolo portale sul fianco) si accede alla cappella di S. Caterina, opera attribuita ad Antonio da Lonate, del 1540 circa, aperta da un arco verso al chiesa scoperto nel 1971. Al suo interno, alle spalle dell’altare, è visibile Il martirio di S. Caterina, affresco capolavoro del piemontese Bernardino Lanino, che, nel paesaggio retrostante, ritrasse se stesso, il maestro Gaudenzio Ferrari e un altro suo discepolo, Giovanni Battista Della Cerva. Nel transetto sinistro si trovano un affresco del XV secolo, raffigurante la Madonna tra i Ss. Benedetto e Cristoforo, l’altare, dedicato a S. Ulderico, di Carlo Giuseppe Merlo (inizio ‘700) e l’epigrafe del vescovo Glicerio (435 – 38), ricomposta con frammenti originali, presso la quale si può vedere anche una tavola di Bernardino Luini raffigurante La Passione di Cristo. Sostengono il tiburio quattro grossi pilastri, in parte originali, con basi paleocristiane e parti superiori romaniche.

Nel presbiterio giganteggia l’altar maggiore in marmo nero settecentesco, opera da Cesare Fiori e Giovanni Ruggeri su disegno di Pietro Francesco Prina, con sculture bronzee di Carlo Francesco Meloni: sotto di esso, in un’urna, si trovano reliquie dei santi Giovanni Evangelista, Tommaso e Andrea, oltre al corpo di S. Nazaro. Sulla sua sinistra è visibile, sopra un sarcofago, un’epigrafe dettata da S. Ambrogio per la fondazione della chiesa, mentre a destra una porticina conduce alla basilichetta di S. Lino, piccolo vano del X secolo ma pesantemente restaurato nel 1948. Nel transetto destro si trovano un bassorilievo di Bonino da Campione (XIV secolo), un altare neoclassico, oltre ad alcuni resti del pavimento paleocristiano, tra cui quello con il monogramma greco di Cristo, ΧΡ, e un’Ultima Cena su tavola del Lanino, ispirata a quella del maestro Gaudenzio Ferrari in S. Maria della Passione. Nella navata, infine, si trovano tele seicentesche del Procaccini, di Daniele Crespi e di Panfilo Nuvolone.

La curiosità di questo edificio è legata al fatto di non avere una facciata, o meglio, di averla, ma completamente coperta da un altro vano sovrapposto: la cappella Trivulzio. Essa è un monumentale parallelepipedo, concepito come mausoleo di Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo al servizio del re di Francia Luigi XII, ma anche come vestibolo di ingresso alla navata. La muratura è in cotto e la copertura a lanterna. Essa fu iniziata nel 1512 da Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, qui straordinariamente (e unicamente nella sua vita, stando ai documenti) architetto, ma fu continuata e terminata nel 1550 da quel Cristoforo Lombardo che fu anche autore della cupola di S. Maria della Passione. Il parallelepipedo esterno è solo un involucro contenente l’ottagono interno, con cupola a spicchi, sostenuta da tre ordini, uno di nicchie, uno di arcosoli e uno di bifore architravate. La sobrietà dell’ambiente, con ogni probabilità, è da imputarsi alla fine dei lavori di Bramantino e alla successiva ripresa, in un mutato contesto storico, del Lombardo. Nelle nicchie si trovano tracce di affreschi, mentre negli arcosoli si trovano i sarcofagi con le statue giacenti dei Trivulzio, dovute ad Andrea Briosco e a Marco d’Agrate (1518 ca.). Quello di Gian Giacomo presenta l’iscrizione latina “Qui numquam quievit, quiescit. Tace!” (Colui che non ha mai riposato, riposa qui. Taci!).

 

Stefano Malvicini

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