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Il Liberty a Milano: la zona di Porta Venezia

  • Stefano Malvicini

Una straordinaria avventura architettonica, con le più svariate tipologie di liberty che si possano ammirare in giro per Milano: ecco una descrizione in poche parole della nuova puntata del viaggio all’interno dell’arte che, all’inizio del XX secolo, cambiò Milano.

Dopo il Centro, Brera e l’Isola, è la volta di tutta quella zona compresa tra Porta Venezia, Corso Buenos Aires e la Stazione Centrale, che si rivela una delle più interessanti della città proprio per le varie tipologie architettoniche di primo ‘900. In quanto area di passaggio, vicina alla Stazione, e sull’asse viario che dal Centro conduce alla periferia, verso nordest, il quartiere fu interessato da un grande sviluppo edilizio dalla fine dell’800, con la creazione di palazzi grandiosi ed eleganti che facessero da ottimo biglietto da visita per il forestiero che entrava in città.

casa galimberti

Il percorso può tranquillamente iniziare da Piazza Oberdan, luogo dove sorge quella che era chiamata Porta Orientale, poi Porta Venezia. Sulla piazza, all’angolo tra viale Piave e via Paolo Mascagni, si trova l’ex albergo Diana, del 1907, opera di Achille Manfredini, grandioso e austero edificio alla francese, con tetto a mansarda. Entrando nelle vie laterali alla piazza, compaiono i primi gioielli liberty: all’angolo tra le vie Malpighi e Sirtori si trova la meravigliosa casa Galimberti, del 1905, opera di Giambattista Bossi, capolavoro dell’art nouveau milanese per il sapiente uso misto di piastrelle, cemento e ferri battuti della ditta Arcari e Belloni, che giocano uno straordinario effetto cromatico, evidente soprattutto nelle figure femminili in maiolica al primo piano. 

casa guazzoni milano

Dello stesso Bossi è l’edificio che sorge poco più avanti, all’angolo tra le vie Malpighi e Lecco: si tratta di un altro gioiello, casa Guazzoni, del 1903 – 1906. Questa si sviluppa su quattro piani, dei quali il primo straordinariamente decorato e i tre superiori più semplici. Tra le aperture dei negozi campeggiano grandi mascheroni femminili avviluppati in strutture vegetali. Le finestre del primo piano hanno cimase elaborate con elementi fitomorfi e sono coronate da coppie di putti, mentre altri putti fanno da telamoni e sostengono le balconate del secondo piano, in cemento, dalle quali si dipartono altri balconi in ferro battuto sostenuti da esili colonnine ferree. Del Manfredini, invece, è il kursaal Diana, del 1908, all’angolo tra le vie Lecco e Frisi, dalla sontuosa apertura a fiori e nastri sormontato da un mascherone femminile alla sommità del timpano. 

Spostandoci poco più a nord, oltrepassata Piazza VIII Novembre, all’angolo tra le vie Stoppani e Maiocchi, sorge un altro gioiello liberty, questa volta un po’ più tardo dei precedenti: si tratta di una casa del 1927, ma che nelle forme rievoca i fasti di vent’anni prima. Su tre piani, l’edificio gioca sul contrasto tra il cemento e il cotto delle lesene, a cui si sovrappone l’intensità della decorazione, dai mascheroni femminili (molto squadrati contrariamente alle figure briose dei due esemplari di via Malpighi) che sostengono le lesene alle figure demoniache che sostengono i balconi del secondo piano e alle balaustre.  

Oltrepassato un palazzo neobarocco simile a quello su via Borsieri, all’angolo con Corso Buenos Aires sorge un edificio alla francese con mansarda e deliziosi putti appollaiati a coppie sui timpani ricurvi delle finestre del primo piano. Proseguendo, oltrepassata la chiesa di S. Gregorio, a destra si sbocca in via Settembrini, ricca di edifici neomedievali. Al numero 7 è una casa del 1923 – 24, opera dell’ingegner Raggio, che si sviluppa su cinque piani aperti da monofore, bifore e trifore, con balconcini semicircolari ornati di stemmi araldici e con cornicione ornato da gargoyles che fanno “da guardia” al palazzo. All’angolo con via Boscovich si trova uno dei capolavori dell’architetto Giulio Ulisse Arata, casa Felisari, del 1910. Qui i tratti neogotici (molto vaghi) sono concepiti come un mix di materiali pronti all’uso, dal cotto alla pietra e al cemento, mentre la decorazione fa il resto, dalla monumentale balconata del secondo piano, sostenuta da un grifone angolare, al bow window soprastante con colonnine e alle balconate dell’ultimo piano dal sapore decò, così come dello stesso gusto è l’apertura laterale con decorazioni a mosaico e la scritta PATHE. Arata, in questo edificio, creò i presupposti per il suo vero capolavoro, che è il palazzo Berri Meregalli in via Vivaio.

Più avanti, ai civici 24 e 26, sorgono altri due edifici neomedievali: entrambi alternano cotto e cemento e utilizzano finestre arcuate e grandi balconate sostenute da figure mostruose, ma il secondo, opera del Raggio, del 1925, ha un tono più chiaroscurale nelle linee così come nel decoro, dalle solite figure mostruose alle due erme che si stagliano, a guisa di mensole, al centro della facciata, al terzo piano. Oltre via Vitruvio, sorge, sulla stessa via, la casa Hahn, del 1912, con finestra del piano nobile sovrastata da due putti e balconcino, all’ultimo piano, ricurvo, sostenuto da un pavone. Spostandoci verso est, si imbocca via Vitruvio e, poi, da piazza Lima, via Ozanam, dove, al numero 4, sorge casa Frisia, del 1909, opera dell’architetto Boni, dalla stupenda apertura tripartita del piano nobile sovrastata da un altorilievo a foglie e fiori che si ripete anche all’ultimo piano. In fondo alla via si trova Piazzale Bacone, dove, al numero 6, si trova un altro gioiello, un palazzo del 1910, dalla ricca decorazione. 

Questo si presenta su quattro piani, marcati, a metà circa, da balconate in cemento. Ciò che è più interessante sono le finestre sopra queste balconate, che sono accoppiate a due a due e unite, nel mezzo, da bassorilievi quasi “stiacciati” di donatelliana memoria, raffiguranti scene di bacio che non possono non far pensare all’arte di Klimt, che in quegli anni spopolava. Da qui si dipartono lesene che, nella parte terminale, sono coronate da figure femminili sedute che, quanto a posizione e a stile, ricordano quelle del palazzo di piazza Archinto all’Isola. Degni di nota, infine, verso Piazzale Loreto, sono casa Ciapessoni, del 1910, opera dell’architetto Speranza, in via Pergolesi 16, che rievoca, senza i putti, la facciata di Piazza Liberty, il palazzo con putti e festoni di via Stradivari e il bow window con cupola terminale all’angolo tra via Pecchio e viale Abruzzi.

 

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