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La chiesa di San Martino a Lambrate

  • Stefano Malvicini

chiesa san martino lambrate facciataAll’angolo tra le vie Saccardo, Canzi e Conte Rosso, nel cuore del vecchio quartiere di Lambrate, sorge la chiesa parrocchiale del quartiere, dedicata a S. Martino.

Le sue origini sono molto antiche, tanto che un luogo di culto dedicato al santo di Tours è citato in un documento del 1181. Nel 1599 l’arcivescovo Carlo Borromeo elevò la chiesa a parrocchia e la visitò varie volte: in questo periodo S. Martino era una delle parrocchie più grandi per giurisdizione di tutta la diocesi, controllando anche i territori limitrofi dell’Ortica. Quel che è certo è che la vecchia chiesa venne demolita nel 1913 e dall’anno seguente si iniziarono i lavori per costruirne una nuova, in stile neoromanico, su progetto dell’architetto Ugo Zanchetta, che fu portata a termine nel 1928 e inaugurata nel 1931 dal cardinale Ildefonso Schuster. Questo è l’edificio che ancora oggi vediamo.

La chiesa è costruita quasi per intero, secondo la tradizione romanica lombarda, in cotto, ma con inserti in granito, pietra e cemento. La facciata principale, situata su via dei Canzi, è a salienti corrispondenti alle tre navate dell’interno: essa è fortemente ispirata alla soluzione neoromanica proposta da Moretti e Nava per la basilica di S. Sepolcro.

Ai lati dell’ingresso, entro due archi a tutto sesto, si trovano due trifore che illuminano le navate laterali, mentre quella principale è aperta da cinque finestre a tutto sesto e, più in alto, da una finestra a croce ispirata a quelle di S. Michele e S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia. Corona l’insieme una teoria di archetti pensili a tutto sesto, anch’essi di reminiscenza romanica. L’ingresso è un protiro rientrante verso la chiesa, a tre archi a tutto sesto, che, a ben guardarlo, non è d’ispirazione romanica ma bizantina, come attesta la forte somiglianza con l’arco trionfale delle basilica di S. Vitale a Ravenna. Colonnine a base ottagonale sorreggono semplici capitelli a motivi fitomorfi, sopra i quali si trovano due pulvini, elementi a tronco di piramide rovesciata tipici dell’architettura di Bisanzio: tutti questi elementi sono in pietra.  Dello stesso materiale è anche la lunetta del portale centrale, raffigurante S. Martino che dona il mantello al povero, che è un elemento superstite della vecchia chiesa.

A destra della facciata sorge il campanile, originale quattrocentesco per i primi quattro piani, ma completato per la parte con l’orologio e la cella campanaria, contenente cinque campane. 

I fianchi ripetono gli stessi motivi architettonici della facciata, mentre, sul retro, si nota (da via Saccardo), la monumentale abside maggiore, con aperture a tutto sesto sormontate, per ogni campata, da trifore cieche e da una teoria di archetti pensili, secondo i modelli della absidi romaniche di S. Ambrogio, S. Nazaro Maggiore e della basilica di Agliate, nonché delle contemporanee soluzioni per S. Agostino.

Attraverso il protiro si accede all’interno, che subito balza alla vista per una particolarità, unica a Milano: apparentemente si 

tratta di tre navate, ma, a un più attento esame, verso la parte absidale, si nota che due corpi laterali creano altre due navatelle, che, pertanto, diventano cinque.

Subito si nota, entrando, un altro particolare che rimanda alla  tradizione romanica: l’utilizzo di capitelli in pietra, che sono diversi per ogni colonna

Lo spazio longitudinale è marcato da solenni arcate a tutto sesto, sostenute da colonne in pietra che separano le navate. Quella principale è illuminata da oculi nella parte superiore e da trifore, a guisa di matronei, in quella inferiore. 

Il soffitto è a capriate

Concludono lo spazio longitudinale cinque absidi, quattro uguali e una maggiore, intonacate all’interno.

Nella chiesa si trovano anche alcune opere d’arte: nell’abside in fondo alla navata destra c’è uno stendardo affiancato da una statua della Madonna della Cintura, sovrastata da un baldacchino baroccheggiante.

Nell’abside maggiore campeggia un grandioso mosaico raffigurante Cristo benedicente in trono, opera di Trento Longaretti (1982),

mentre nella navata estrema sinistra si trova una tela di Vanni Rossi (1951).

 

 

 

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