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La Chiesa di Santa Maria del Carmine

  • Stefano Malvicini

chiesa santa maria carmine milanoNel cuore della vecchia Milano, a due passi dall’accademia di Brera e dal Castello Sforzesco, sorge una chiesa ricca di storia e arte: Santa Maria del Carmine.

Innanzitutto bisogna precisare che il nome è legato al primo ordine religioso che si insediò in loco, i Carmelitani. L’Ordine si stabilì in città alla metà del XII secolo ma fu nel 1268 che i Carmelitani scelsero l’area dell’attuale chiesa e qui, il 25 maggio, celebrarono la messa sotto un padiglione sul quale, negli anni successivi, iniziò la costruzione della chiesa. Nel 1330 il primo edificio andò distrutto a causa di un incendio e dal 1331 si intraprese la ricostruzione, anche se di lì a poco i Carmelitani si trasferirono a Porta Comasina.

A fine secolo fu il duca Gian Galeazzo Sforza a interessarsi alla fabbrica, allora in stato di abbandono, e il 5 aprile del 1400 inviò alla corte di Pavia i disegni per la ricostruzione della chiesa e del convento. Per l’attuazione di questi lavori, il duca chiamò proprio quell’architetto, Bernardo da Venezia, che era attivo in quegli anni nella costruzione della grandiosa chiesa carmelitana pavese: egli realizzò un impianto con undici cappelle per lato e presbiterio quadrato esattamente come nell’omonima chiesa di Pavia, simile a quelle cistercensi. Nel 1446, a lavori quasi ultimati, l’edificio improvvisamente crollò e, nel 1449, si iniziò la seconda ricostruzione, stavolta diretta da Pietro Antonio Solari, che utilizzò, oltre all’usuale cotto tipico dell’epoca, materiale proveniente dal vicino Castello e riprese la pianta di Bernardo aggiungendo un’abside al presbiterio. Questa è ancora oggi la chiesa che vediamo oggi, con cinque cappelle per lato. Per tutto il ‘500 la chiesa divenne molto amata dalle famiglie nobili milanesi, alcune delle quali la elessero a loro luogo di sepoltura. Durante il ‘600 l’edificio si arricchì di cappelle barocche e di molti dipinti, ma l’ultima, radicale trasformazione, come per molte chiese milanesi medievali, arrivò a fine XIX secolo, quando, nel 1880, Carlo Maciachini realizzò la facciata, un pastiche neogotico frutto di libera interpretazione dell’architettura tra ‘3 e ‘400. Ambrogio Annoni, infine, nel 1912, restaurò l’interno riportandolo alle forme originarie ed eliminando le strutture barocche.

La facciata del Maciachini, si affaccia su un sagrato (oggi piazza del Carmine), realizzato nel 1490 abbattendo alcune case che erano affacciate sull’attuale Via Mercato. Essa si presenta suddivisa in tre parti, corrispondenti alle navate, ognuna terminante in un arco acuto. Tre sono i portali, di cui quello principale, anch’esso ad arco acuto, è sovrastato da una lunetta con un mosaico. Ogni portale è sovrastato da un rosone: quello maggiore è vicino a quello del Famedio al Cimitero Monumentale. La parte superiore presenta una teoria di archetti pensili, sovrastata da cinque pinnacoli contenenti statue, simili a quelle proposte dallo stesso architetto per la facciata di S. Marco.

L’interno è a croce latina, tre navate e profondo presbiterio absidato, e rispetta i piani del Solari. Le navate sono divise da pilastri cilindrici di cotto che sostengono volte a crociera con cordonature pure in cotto. La chiesa possiede notevoli opere d’arte. Nella navata destra, al secondo e al quarto arco si trovano due tele di Camillo Procaccini, la Circoncisione e La Vergine col Bambino tra i santi Gottardo e Monica. Nel transetto destro troviamo i resti della tomba di Angelo Simonetta (1472 ca.), con un coevo rilievo raffigurante la Pietà, e due dipinti seicenteschi, una Resurrezione di Lazzaro (1618) del Fiammenghino e La Vergine col Bambino tra i santi Francesco, Antonio da Padova, Barbara e Chiara di Carlo Francesco Nuvolone. A destra del presbiterio si apre un gioiello di arte barocca, la cappella della Madonna del Carmine, di Gerolamo Quadrio, iniziata nel 1673 e terminata nel 1730, scintillante di marmi e stucchi, specie nella graziosa cupoletta. Le tele sono sempre del Procaccini. Nel presbiterio si trovano due grandi dipinti di inizio ‘700, di Filippo Abbiati e Federico Bianchi, uno dei sodalizi più duraturi del barocco milanese, un coro ligneo di fine ‘500 e, sull’altare maggiore, una statua del Redentore del ticinese Grazioso Rusca (1757 – 1829). Dal transetto sinistro, ove si trova un’altra opera del Fiammenghino, Il trionfo del Paradiso con incoronazione della Vergine, si accede alla sagrestia, altro capolavoro del Quadrio, del quale sono anche gli splendidi armadi, del 1692.

Nell’attiguo chiostro vi sono resti di sculture romane e medievali, oltre ad altri frammenti forse dei Maestri Campionasi facenti parte di monumenti sepolcrali di nobili in origine collocati nella chiesa.

In conclusione, una curiosità: il tozzo campanile, visibile proprio dal chiostro, venne eretto a inizio Seicento, ma fu fatto mozzare nel 1664, come quelli attigui di S. Simpliciano e di S. Marco, dal governatore spagnolo della città, Ferrante Gonzaga, in quanto di troppo più alto delle strutture di difesa del vicino Castello.

Stefano Malvicini

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