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Liberty a Milano: l'Isola e la zona della Stazione Centrale

  • Stefano Malvicini

Prosegue il reportage sull’architettura liberty a Milano e, dopo il Centro Storico e Brera, parleremo di un altro quartiere interessante: l’Isola, con una piccola divagazione sul quartiere presso la Stazione Centrale.

La zona collocata a nord della Stazione di Porta Garibaldi, in quel quadrilatero delimitato dalla ferrovia, da via Farini, dall’asse di viali Stelvio – Nazario Sauro – Sondrio e da via Melchiorre Gioia, è denominata generalmente “l’Isola”, anche se questo quartiere ruota, propriamente, intorno all’asse di Piazzale Lagosta e di via Borsieri. In origine questo era un quartiere malfamato, zona di traffici loschi, di malaffare, prostituzione e criminalità e, fino all’immediato secondo dopoguerra, mantenne tale fama.

Nonostante la vita culturale del quartiere si mantenesse alta con la presenza del teatro Verdi in via Jacopo dal Verme, il Comune iniziò a riqualificarlo e, negli anni ’90, divenne sede di vari atelier di artisti milanesi che vi si stabilirono. Successivamente, con l’inizio del XXI secolo, l’Isola  divenne anche una zona di movida e di locali (quali il tempio del jazz, il Blue Note, il Cafè Nordest e il Frida), come ancora oggi molti milanesi la conoscono.

Parlando di liberty, la zona, in passato è stata presa poco in considerazione, ma, di recente, le sue tipologie architettoniche sono state rivalutate. Il percorso può tranquillamente iniziare dall’asse vitale del quartiere, via Pietro Borsieri, sul quale si trovano tre edifici interessanti. Il primo è al civico 26 e si tratta di uno dei migliori esempi di neobarocco in città, opera, del 1912, dell’ingegner Arrigoni e dell’architetto Sironi: l’edificio si sviluppa su cinque piani con finestre dalle ghiere aggraziate e pomposamente decorate secondo il gusto in voga nel ‘700. Notevoli sono le balconate del primo piano, bombate e morbide ma solenni nel loro stile. L’ultimo piano presenta, tra le finestre, delle cornici curvilinee in cui stanno scritte le date di costruzione del palazzo.

Altro caso interessante è al numero 28, all’angolo con via Porro Lambertenghi: si tratta di un palazzo di gusto francese, con sviluppo a mansarda sul tetto e con cornicioni e balconate fortemente aggettanti sostenute da mensole di forma leonina decisamente stilizzata.

Proseguendo, all’angolo con Piazza Minniti e via Garigliano, sorge un altro palazzo, degno di nota per i sontuosi mascheroni femminili sugli ingressi e per la balconata a doppie colonne sulla piazza.

 

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Da Piazza Minniti, sulla destra si diparte via Dal Verme: qui, all’angolo con Piazza Carlo Archinto, sorge il più noto edificio liberty del quartiere. Costruito nel 1914, il palazzo si sviluppa innanzitutto in alzato, su sei piani, ma anche nei particolari decorativi. Già nella cornice tra primo e secondo piano una fascia di fiori abbraccia tutta la facciata facendo da contralto alla balconata curvilinea. Il sottotetto è la parte più interessante, in quanto esso è sostenuto da mensole che partono con un particolare vegetale per terminare in morbide e voluttuose figure femminili a bassorilievo che sostengono gli angoli, in pose che ricordano i putti della facciata di Piazza Liberty.

Dalla piazza si diparte via Pollaiolo e, all’angolo con via Porro Lambertenghi, si trova un altro interessante edificio, un castelletto neomedievale, fortemente ispirato a motivi gotici francesi e inglesi. Su quattro piani, il palazzo presenta aperture a sesto acuto per le finestre con ghiere e bow-window con arco a tutto sesto al primo piano e trifore al secondo. Il cotto rimanda alla tradizione medievale lombarda insieme ad alcuni inserti in pietra chiara. L’ultimo piano, incorniciato da motivi a greca, è ingentilito da colonnine accanto alle finestre (triplicate sull’angolo), che sorreggono un cornicione aggettante con coronamento simile a una merlatura.

 

Anche la zona presso la StazioneCentrale presenta interessanti tipologie liberty. Un esempio è casa Bogani, opera del 1906 di Ernesto Pirovano, in via Fabio Filzi angolo via Aminto Caretto, dalle due facciate uguali e simmetriche, con timpani ricurvi che concludono le parti centrali e capitelli fitomorfi in cemento sopra la fascia dell’ammezzato. Notevoli sono anche le ringhiere e le balconate in ferro battuto.

Un po’anteriore al liberty, del 1889, ma che già lo anticipa è l’ultimo esempio che tratterò, casa Viganò, in via Ponte Seveso 17, soprattutto per quanto riguarda le figure demoniache alla base delle lesene e per le fasce di decorazione floreale che caratterizzano l’intera facciata.

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