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Villa Clerici a Niguarda

  • Stefano Malvicini


Villa Clerici MilanoLungo Via Ornato, lo stradone che collega Milano a Bresso e, poi, fino a Cinisello, si trova un gioiello settecentesco, la villa Clerici.

Tutto ebbe inizio verso la fine del Seicento, quando, per volontà della famiglia Clerici, di origini comasche, ma arricchitasi a Milano grazie al commercio della seta, si decise di demolire alcuni edifici situati sui terreni della famiglia, che, proprio nella zona che oggi è il quartiere Niguarda, possedeva vari terreni agricoli. La famiglia possedeva già, inoltre, un palazzo in centro città che, di lì a mezzo secolo, diventerà famoso per la decorazione di Giambattista Tiepolo. I Clerici optarono per una villa “di delizia”, ovvero di villeggiatura e di controllo strategico, secondo un termine tipicamente settecentesco, e ne affidarono i progetti, molto probabilmente, a quel Francesco Croce (1696 – 1780) che fu autore anche della guglia con la Madonnina e di molti altri palazzi gentilizi milanesi. Con ogni probabilità la villa fu eretta tra il 1720 e il ’40, visto che il famoso incisore Marc’Antonio Dal Re, nel 1743, la annoverò tra le Ville di delizia di Milano e dintorni e ne fornì un accurato ritratto ad acquaforte. Il primo proprietario della villa fu il marchese Giorgio (1648 – 1736), committente non solo del palazzo cittadino, ma anche della villa Cadenabbia sul lago di Como, oggi ribattezzata villa Carlotta. Villa Clerici passò poi al pronipote Antonio Giorgio, militare e diplomatico al servizio degli Asburgo ma anche mecenate, e, alla sua morte, nel 1768, alla figlia Claudia Caterina. Ai primi dell’800, però, l’edificio, dopo lunghe trattative, passò ai Melzi e, dalla metà del secolo, iniziò una fase di decadenza culminata nella trasformazione della villa in filanda. Un primo restauro avvenne a partire dal 1912, quando Mario Gancini stabilì nella villa la sua fabbrica di materiali e apparecchi fotografici; a questo intervento seguì quello della Compagnia di San Paolo, che, dal 1927 vi stabilì una Casa di Redenzione Sociale per il recupero dei carcerati e che proseguì nella riqualificazione dell’edificio nel secondo dopoguerra, fino a quello che è l’edificio odierno.

Oggi un monumentale cancello (privo dei battenti) su Via Ornato, all’altezza dell’incrocio con Via Bauer, annuncia la villa. Essa si presenta con una struttura a U, con un corpo centrale e due ali laterali perpendicolari, secondo uno schema tipico dell’architettura “di villa” settecentesca (si pensi, per esempio, a Villa Archinto di Robecco sul Naviglio). Alle estremità dei due bracci si trovano due cappelle, una ancora consacrata e dedicata a S. Teresa, decorata da artisti del XX secolo come Aldo Carpi, e una sconsacrata. La facciata si presenta con un sontuoso portico a tre archi a tutto sesto sostenuti da colonne binate tuscaniche: la struttura ha palesi reminiscenze sia manieriste, con il cortile del collegio Borromeo a Pavia del Tibaldi, sia seicentesche, con alcune soluzioni del Richini.

L’interno presenta ancora parte della decorazione originaria, anche se ciò che resta è frutto di interventi decorativi effettuati sotto i Melzi e, pertanto, di linee neoclassiche. Al piano rilazato, infatti, si trovano affreschi dell’ambito di Giuliano Traballesi raffiguranti Il ratto di Ganimede e La giustizia, ma anche monocromi assegnabili alla scuola di Andrea Appiani o di Giocondo Albertolli. Lo scalone presenta balaustre in pietra viva con telamoni con funzioni di sostegno, particolarmente comuni nell’edilizia civile e residenziale del XVIII secolo. Al piano nobile, invece, nei monocromi e nelle cornici in finte architetture a quadratura intorno alle finestre, abbiamo testimonianze del gusto artistico della fine del Settecento, prima dell’avvento di Napoleone.

Una curiosità, in conclusione: per volere della Compagnia di San Paolo, ancora oggi proprietaria dello stabile, negli anni ’50 è stato creato, nella villa, un piccolo museo di arte sacra contemporanea, che comprende pittura, scultura, ceramiche, terrecotte, mosaici e disegni per vetrate di artisti come Aldo Carpi, Libero Andreotti, Giacomo Manzù e Francesco Messina, solo per citare i più noti.

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