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Ermanno Olmi mette in scena Mantegna a Brera. Ed è subito polemica

  • Marco Corrias

breraolmi2Lo scorso giovedì 12 dicembre la Sala della Passione del palazzo di Brera ha ospitato il dibattito sul nuovo e discusso riallestimento della Pietà del Bellini e del celebre “Cristo in scurto” di Andrea Mantegna: un vero e proprio processo pubblico gremito di gente, che ha visto critici e cittadini divisi tra le idee di Ermanno Olmi e del presidente del Fai Carandini.

Ripercorriamo gli inizi della tortuosa vicenda.
Alla mostra dedicata al Seicento Lombardo, a Brera si è da poco aggiunto il riallestimento studiato dal regista Ermanno Olmi per i due capolavori indiscussi del Rinascimento veneto: la Pietà di Giovanni Bellini e il Cristo Morto di Andrea Mantegna.
 
La rivisitazione, studiata dal celebre regista bergamasco per le tele braidensi, ha destato non poco scalpore, ma anche sentita ammirazione.
 
Le due opere d’arte, sistemate per anni all’inizio del corridoio dedicato alla pittura veneta, risultavano a dir poco standardizzate: quella del Mantegna, in particolare, sminuita dalla luce scarsa e da una cornice limitante. 
Invece di rivolgersi, come da consuetudine, a un architetto, la soprintendente Sandrina Bandera ha pensato di coinvolgere un regista pluripremiato: Ermanno Olmi, forte di una lunga carriera nel mondo del cinema, della fotografia e della sceneggiatura, si è posto di fronte alle due opere in cerca d’ispirazione. 
 
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Olmi ha spostato la Pietà del Bellini alla fine del corridoio, esaltandola con una prospettiva a cannocchiale e incastonandola in un pannello metallico, come fosse una pala d’altare. Alle sue spalle, nella penombra, un grande pennello nero sostiene il Cristo Morto del Mantegna: privato di cornice e posto a 67 centimetri dal suolo, per ottenere un forte effetto illusionistico.
Ne è scaturito un ideale dialogo tra i due dipinti: scabro il Mantegna, sentimentale Bellini, ma entrambi dotati di una carica drammatica dirompente, che il progetto di Ermanno Olmi ha inteso valorizzare. 
Il bisogno di ricollocare i capolavori sotto una nuova luce era davvero sentito; ma sperimentare comporta anche grossi rischi.
Alla realizzazione è seguita, puntualmente, la polemica. L’operazione, a detta di alcuni rivoluzionaria, da molti è stata criticata al punto da richiedere un pubblico chiarimento: un vero e proprio duello tra il Presidente del Fai Andrea Carandini e il regista stesso, di fronte a una commissione d’eccezione che ha visto tra gli altri il filosofo Giovanni Reale e i critici Vittorio Sgarbi e Giovanni Agosti.
“Questo quadro non è stato dipinto per essere esposto alla vista del mondo”, ha spiegato Olmi, “bensì destinato a restare nascosto a ogni sguardo estraneo, per volontà dello stesso autore”.
La ricollocazione, con luci basse da icona sepolcrale, ha puntato su una lettura emotiva e meditativa; Olmi l’ha immaginato come doveva viverlo il pittore, in maniera intima e devozionale: pregandoci davanti, in ginocchio, ai piedi del letto, come silenziosi interlocutori.
Con la sua rilettura, il regista ha strappato applausi degni della Scala: una visione religiosa che non ha però convinto il presidente del Fai Carandini. “Se l’unico mezzo di cui l’uomo dispone è la ragione” ha risposto “allora è sbagliato doversi inginocchiare”. In un museo, un luogo pubblico, bisogna assolutamente evitare che il “Cristo in scurto” diventi un’icona da baciare. Infine ha concluso, provocatoriamente, che l’opera debba trasferirsi in chiesa, augurandosi che l’allestimento possa essere solo temporaneo.
 
breraolmi1La Soprintendente Bandera, cercando di smorzare i toni, ha sostenuto che parlar d’arte davanti a tanta gente sia stata già di per sé una buona cosa: come per dire, il fenomeno mediatico alla fine, è stato comunque ottenuto. Inoltre ha annunciato che la collocazione attuale, in realtà, costituisce solo una piccola parte della futura operazione museale che riguarderà almeno una cinquantina di capolavori. Poi ha difeso l’esecutore: perché “sperimentare è giusto” ha detto, e paragonando il genio di Olmi nientemeno che a quello dello stesso Mantegna.  

Giusto per restare in tema di icone, al di là dei bizantinismi di Olmi e di Carandini, i problemi sono altri: è giusto disporre un quadro eliminando il contesto espositivo che è la ragione sociale di un’istituzione museale?
 
Inoltre, un museo in cui le altre stanze sono allestite in modo tradizionale, questo intervento isolato rasenta l’effetto dell’installazione, peraltro accentuando drammaticamente il problema dell’affollamento davanti al Cristo Morto (soprattutto durante le visite guidate).
Esposto a meno di un metro da terra, il Cristo di Mantegna è abbassato al livello di una tv in camera, perfetta per fruirne da sdraiati, meno per la funzione pedagogica di educazione e rispetto per la tradizione iconografica e per le funzioni di un museo.
Forse che, in fin dei conti, la vera intenzione sia stata stupire e piacere ai giovani?
Ai posteri l’ardua sentenza.
 

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