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ARMIR: ottava Armata Italiana in Russia

armir russiaL'ARMIR era il l'ottava Armata Italiana in Russia, formazione del Regio Esercito, inviata sul fronte orientale tra luglio 1941 e gennaio 1943 a combattere la guerra contro l'Unione Sovietica.

La campagna di Russia rappresentò uno sforzo sovraumano per le forze armate italiane scarsamente equipaggiate per l'inverno russo e già messe a dura prova nei Balcani e in Africa settentrionale con ingenti perdite.

Nonostante  Hitler avesse comunicato a Mussolini l'intenzione tedesca di invadere l'Unione Sovietica solo nella notte del 22 giugno 1941, giorno stesso dell'invasione, già dal 30 maggio Benito Mussolini, dando per scontato l'attacco tedesco, aveva espresso l'intenzione di inviare un corpo di spedizione in appoggio all'alleato tedesco. Inizialmente gli aiuti italiani vennero rifiutati da Hiter che non voleva divide con nessuno gli onori della vittoria, ma quando la Wehrmacht venne respinta alle porte di Mosca Hitler accettò ben volentieri l'appoggio italiano.

È l’ambasciatore Von Bismarck a svegliare Ciano e a consegnargli la lunga missiva scritta dal Fuhrer per il suo collega dittatore. Ciano a sua volta sveglia Mussolini che si trovava a Riccione e gli legge al telefono il messaggio: "Vi scrivo questa lettera in un momento in cui, finalmente, dopo mesi di preoccupazioni, di riflessioni e di continua attesa che mi ha logorato i nervi, sono stato portato a prendere la decisione più grave della mia vita [...].
Ho aspettato fino a questo momento, duce, per mandarvi tali informazioni perché la decisione definitiva non sarà presa prima di questa sera alle sette (Hitler ha scritto il messaggio nella mattinata del 21 giugno, nella Reichskanzlei). Qualunque cosa accada, duce, la nostra situazione non può peggiorare a causa di questo passo, essa può solo migliorare [...]. Lasciatemi dire ancora una cosa, duce: dopo che lottando sono giunto a questa decisione, mi sento di nuovo spiritualmente libero l’Unione Sovietica, malgrado l’assoluta sincerità dei nostri sforzi per venire a una definitiva conciliazione, era stato per me assai arduo perché in un modo o nell’altro ciò sembrava contrastare con tutto il mio atteggiamento precedente, con le mie concezioni e i miei precedenti impegni. Ora sono assai contento di essermi liberato di questo "disagio spirituale".

L’adesione di Mussolini è immediata poichè il duce non vedeva l'ora di partecipare al fianco dell'alleato tedesco. Ciano annota nel suo Diario lo stesso giorno: "Cerco di buon mattino l’ambasciatore dei Sovietici per notificargli la nostra dichiarazione di guerra. Non riesco a vederlo sino a mezzogiorno e mezzo perché lui, e con lui tutto il personale dell’ambasciata, se ne era andato candidamente a fare il bagno a Fregene". E aggiunge: "La cosa che più sta a cuore al duce è la partecipazione d’un nostro contingente, ma da quanto scrive Hitler è facile capire che questi ne farebbe volentieri a meno".

Hitler, infatti, gli manda a dire "Il generale Marras mi ha comunicato che voi duce, mettereste a disposizione almeno un corpo di spedizione. Se tale è la vostra intenzione, duce, vi sarà abbastanza tempo per poterla realizzare dato che in un teatro di guerra tanto vasto l’avanzata non può avvenire dappertutto contemporaneamente. L’aiuto decisivo, duce, lo potrete però sempre fornire con il rafforzare le vostre forze nell’Africa Settentrionale nonché intensificando la guerra aerea e, dove sia possibile, quella dei sottomarini nel Mediterraneo".

Mussolini vuole intervenire a ogni costo e il 26 giugno scrive a Hitler: "Sono pronto a contribuire con forze terrestri ed aeree e voi sapete quanto lo desideri. Vi prego di darmi una risposta così che mi sia possibile passare alla fase esecutiva".
Hitler esitante il 30 giugno scrive a Mussolini: "Duce, la lotta che si svolge da otto giorni mi offre la possibilità di comunicarvi già ora un quadro generale [...]. Sono otto giorni che una brigata corazzata sovietica viene attaccata, battuta, distrutta e nonostante ciò non si è rimarcata alcuna diminuzione nel loro numero e nella loro aggressività. Una vera sorpresa è stato un carro armato russo di cui non avevamo idea, un gigantesco carro armato di circa 52 tonnellate, con ottima corazzatura di circa 75 millimetri, contro il quale è necessario l’impiego di pezzi anticarro di grandissima potenza".

Mussolini noncurante della potenza sovietica fa partire tre divisioni, la Pasubio e la Torino di fanteria e la celere Amedeo d’Aosta. Ciano nota "I nostri primi contingenti partiranno fra tre giorni. Il Duce è molto eccitato all’idea di questa nostra partecipazione al conflitto e mi telefona che domani passerà in rassegna le truppe".
Viene così deciso da parte italiana di mandare sul fronte orientale un "Corpo di Spedizione Italiano in Russia" (CSIR) costituito da un corpo d’armata (Ciano rileva "Sono preoccupato di un diretto confronto fra le nostre forze e quelle germaniche. Non per gli uomini che sono, o possono essere ottimi, ma per il materiale. Non vorrei che ancora una volta dovessimo fare la figura del parente povero").

Comandato dal generale Giovanni Messe, il CSIR inizia il trasferimento il 10 luglio. Dispone di 2900 ufficiali, 58 mila soldati, 4 mila quadrupedi, 5500 automezzi 51 aerei da caccia, 22 da ricognizione, 10 da trasporto. Il luogo di radunata è Borsa, in Ungheria. I 225 treni impiegheranno 25 giorni per portare laggiù le tre divisioni. Sul fiume Dnestr, infine, il corpo d’armata italiano si schiera con l’11 Armata tedesca ne fanno parte l’11°, il 30°, il 4° e il 54° Corpo, la 3a Armata romena e reparti ungheresi. Gli italiani verranno impiegati come riserva mobile. Fin dal primo giorno, i carri leggeri di cui disponiamo ci espongono a sanguinose lezioni ma ci sono anche episodi di valore che entreranno nella storia come quello della carica di Isbuscenskij compiuta dal Savoia Cavalleria il 24 agosto 1942, nel bacino del Don e che l’Enciclopedia Britannica" descrive ancora oggi con queste parole: "Forze in campo, il reggimento italiano Savoia Cavalleria (col. Bettoni) e due battaglioni sovietici. Durante la prima offensiva sovietica sul Don dell’estate 1942 il Savoia Cavalleria, raggiunte nel pomeriggio del 23 agosto le pendici di una collina nei pressi di Isbucenskij, viene stretto da preponderanti forze avversarie: con furiose cariche a cavallo, nelle prime ore del 24, gli italiani piombano sui due battaglioni sovietici e li sbaragliano".
All’alba di quel giorno il colonnello Alessandro Bettoni dette l’ordine di sfilare dalla custodia lo stendardo del reggimento e al trombettiere disse di tenersi pronto a suonare la carica.
Tutto intorno, nella pianura, si distinguevano i fuochi dei bivacchi russi: le linee nemiche che Bettoni aveva deciso di infrangere. L’attacco fu portato prima con le armi automatiche e con l’appoggio del gruppo di artiglieria, poi con l’intervento del II squadrone a cavallo.
All’antico grido di "Caricàt" risposero le sciabole sguainate. Come in una esercitazione in piazza d’armi, lo squadrone si allontanò al passo, si mise al trotto e si lanciò contro il nemico.

Il secondo squadrone piombò sul fianco sinistro dei sovietici, che non si attendevano un gesto tanto audace. "Eravamo ormai sui russi –racconterà un protagonista di quella epica carica – che ci balzavano incontro, chi cercando di colpirci, che sollevando le braccia in segno di resa, chi correndo alla cieca nell’illusione di sottrarsi all’urto dei cavalli". Passato l’assalto, i sovietici ripresero il fuoco contro i cavalleggeri, che tornarono gettando bombe a mano. Toccò poi al mio squadrone eseguire una nuova carica. Ancora una volta sorpreso, il nemico finì per sbandarsi lasciando in mani italiane alcune centinaia di prigionieri. La irrompente energia delle tre cariche successive fu tale che i russi si convinsero evidentemente di avere di fronte non un solo reggimento, ma almeno due o tre, e le truppe che avevano attraversato il Don (la loro meta era Rostov, cui dovettero rinunciare rimandando l’azione di alcuni mesi) ripassarono disordinatamente il fiume.
La cavalleria aveva scritto la sua ultima pagina di gloria nello stile degli antichi. Molti degli ufficiali più valorosi erano caduti morti fra i girasoli con i loro fedeli cavalli. Ma il Savoia aveva vinto.
Purtroppo, il 7 novembre del ‘42, anniversario della Rivoluzione di Ottobre, i sovietici scatenarono la tremenda offensiva per occupare Stalingrado. I primi a subire il peso di quest’attacco sono i più deboli, e fra loro gli italiani: il Csir, nell’estate, è stato sostituito da una nuova, grande unità, l’Armir (Armata italiana in Russia), formata da 220.000 soldati e 7000 ufficiali, agli ordini prima del generale Gariboldi, poi a quelli di Messe.
Schierata sul Don l’Armir, dopo una serie di dure e sanguinose battaglie difensive, è investita dalla controffensiva sovietica di novembre che, riuscendo a far breccia fra lo schieramento italiano e quello romeno, costringe l’Amir a ripiegare. Le nostre colonne si ritirano durante dodici giorni e undici notti su un percorso 250 chilometri fuori strada, battendo cioè la pista fra la neve alta, con una media quotidiana di sedici ore di marcia. La fame, il freddo (quasi sempre intorno ai 30 gradi sotto lo zero), la stanchezza e i ripetuti attacchi dei partigiani sovietici aggravano le perdite iniziali per cui dalla sacca riescono a fuggire soltanto 6.500 uomini della divisione Tridentina, 3.200 della Julia e 1.300 della Cuneense.
E un disastro senza precedenti: se nell’estate 1942 oltre duecento lunghe tradotte avevano trasportato dall’Italia alla Russia il corpo d’armata alpino, nella primavera del 1943 ne basteranno soltanto diciassette, e piccole, a rimpatriare i superstiti. Emblema nazionale di quella disfatta nelle nevi del Don saranno le spaventose perdite della Cuneense: la divisione, che al 30 settembre 1942 contava 15.846 uomini di truppa, 542 ufficiali e 681 sottufficiali, registra 13.470 fra morti e dispersi 2.180 fra feriti e congelati, pari a un totale di 15.650 uomini.

Un corpo d’armata alpino mandato allo sbaraglio, senza indumenti invernali, senza armi adeguate, senza nemmeno sapere dove e come sarebbe stato impiegato dai tedeschi soltanto per un altro criminale sogno imperialista di Mussolini: "Caro Messe–ha detto il duce al comandante dell’Armir–: al tavolo della pace peseranno molto i suoi 200.000 uomini".

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