Gesù: un profeta

bagatti valsecchi peruginoNell'orizzonte biblico è possibile leggere la figura di Gesù alla luce dei movimenti profetici, ma prima di tutto è necessario uno sforzo per defamiliarizzare il familiare, cioè per rileggere in chiave storica concetti, che oggi hanno acquisito significati specifici differenti rispetto a quelli di partenza.

Innanzi tutto delle precisazioni tecniche: la nostra Bibbia ha acquisito la sua forma corrente col Concilio tridentino, dunque la struttura del Secondo o Nuovo Testamento è divenuta canonica solo durante l’epoca moderna, sebbene una sua costituzione coerente con quella odierna è attestata già in un’epistola pasquale di Atanasio di Alessandria, risalente al 367.

Precedentemente si assiste a divergenze in merito al riconoscimento, in quanto canonici,  di due testi: Il Pastore di Erma e Didachè.

In secondo luogo il nostro Primo o Antico Testamento non coincide totalmente con le Scritture ebraiche, abbreviate TaNaK, che raccolgono, Torah, quindi Pentateuco – Genesi, Esodo, Deuteronomio, Levitico e Numeri – Nebi’im, cioè libri profetici  e Ketubi’im, in quanto il canone ebraico non comprende i testi sapienziali di redazione greca.

In ultima istanza dobbiamo tenere conto che i vangeli non sono un’opera storica, sebbene la teologia liberale di XVIII secolo abbia tentato questa lettura, ma in essi gli elementi storici si compenetrano con il kerygma, cioè l’annuncio, che per i primi secoli coincide con l’annuncio della morte e resurrezione di Gesù.

Terminato questo filone di riflessioni, ci accostiamo alla tematica principale disambiguando i termini profeta, profezia e azione profetica.

Profeta è un prestito greco, che traduce l’ebraico nabi, il cui significato principale, dato dalla radice nb, è “colui che parla al posto di” o “colui che parla di fronte a”.

Lo stesso orizzonte di significato è mantenuto dal greco, in cui il preverbo pro, accostato alla radice phe indica “parlare per qualcuno”.

Risulta, dunque, valida la definizione data da Paolo in 1Cor XIV,3, cioè “colui che edifica, esorta e conforta”.

Egli non è, perciò, un veggente, non fa previsioni del futuro, ma annuncia il dabar Jhwh, cioè la parola di Dio, legata a una indissociabile realizzazione in quanto Dio è fedele per sempre.

Certamente la realizzazione non è vincolata all’immediato: la profezia, cioè il messaggio che Dio rivolge al suo popolo mediante il messaggero, è escatologica, dunque si lega strettamente al presente, del quale fornisce una interpretazione in chiave metaforica, e ne presenta le conseguenze.

Talvolta questi eventi sono anticipati attraverso segni, cioè realizzazioni pratiche o profezie gestuali, queste sono le cosiddette azioni profetiche.

Le narrazioni di questi gesti sono caratterizzati da tre sequenze: l’oracolo, col quale Dio impartisce l’ordine, l’esecuzione dello stesso – spesso omessa, in quanto resa superflua dal mandato – e, infine, la spiegazione del gesto compiuto.

Tutti i profeti del Primo Testamento utilizzarono questa strategia comunicativa, in particolare Geremia ed Ezechiele.

A proposito di Geremia appare interessante esaminare il capitolo 16, che ci presenta un divieto, che sembrerebbe negare al profeta la possibilità di svolgere gli incarichi propri del suo compito: partecipare alla vita comunitaria, confortando e gioendo con i compagni di assemblea. Su tutto il testo domina l’atmosfera tetra creata dalla morte violenta che incombe, segno dell’epoca di crisi in cui visse il profeta. È interessante rilevare che nel passo si parla di “pane dell’afflitto” e “calice della consolazione”: queste espressioni introducono riferimenti a elementi tipici di ogni banchetto giudaico, in quanto propri della produzione alimentare e accessibili a tutti; inoltre, ci presentano il valore terapeutico del cibo, in particolare del vino.

Passando al Secondo Testamento la prima figura che incontriamo, fil rouge con il Primo Testamento, è il profeta Giovanni, il Battista, poiché proprio con il battesimo si apre la vita pubblica di Gesù.

Egli è presentato come un profeta del deserto, esponente di un movimento battista, non unico ai suoi tempi, nei quali erano diffuse correnti di richiamo al pentimento e alla conversione.

È importante sottolineare che ciascuno dei quattro evangelisti ha presentato l’episodio in maniera differente, arricchendo o modificando alcuni particolari: questo ci da garanzia di storicità sulla base dei criteri della molteplice attestazione e dell’imbarazzo, in quanto, allontanandosi cronologicamente dall’evento, si è manifestata la necessità di giustificare razionalmente le possibili controversie relative a una sottomissione di Gesù a Giovanni.

Il passo marciano, più antico rispetto agli altri e più semplice, ci offre ottimi spunti per riflettere sulle due figure di Gesù e Giovanni, che si collocano agli antipodi: Gesù parte dal Nord, Giovanni dal Sud, il primo cerca la gente nelle città per annunciare la buona novella, il secondo sta ai margini del deserto, alle foci del Giordano e annuncia un castigo imminente per chi non si pente.

La collocazione di Giovanni permette un collegamento col potere catartico dell’acqua del fiume, che entra in gioco già nel Primo Testamento, in 2Re 5 nella guarigione di Naaman il siro da parte di Eliseo.

L’ultima particolarità di Marco è che tutta la scena finale vede coinvolto soltanto Gesù.

Entrato nella vita pubblica Gesù compì varie azioni profetiche, che fecero nascere attorno a Lui una vasta fama.

«Le azioni di potenza di Gesù sono segni profetici che Dio scaccerà dal mondo umano tutte le malattie, la morte, la fame ed ogni coercizione demoniaca» (H. Schurmann).

Possiamo chiederci a questo punto quale relazione intercorra tra segno e fede: una relazione perfettamente circolare, poiché la fede è presupposto per riconoscere il segno e la presenza perennemente attiva di Dio nella vita quotidiana, ma allo stesso tempo il segno è supporto per la fede, perché si mantenga e cresca.

Esempi di azioni profetiche compiute da Gesù sono: l’istituzione dei Dodici, la guarigione del sordo-muto e l’ingresso in Gerusalemme.

A proposito della prima possiamo rilevare il parallelo tra la figura di Gesù e quella di Mosè, costruito a partire dall’ambientazione: il monte, luogo che simbolicamente indica l’appartarsi per stabilire un rapporto più profondo con Dio, come viene ben sottolineato da E. De Luca in “E disse”.

Il ruolo attribuito ai Dodici è principalmente quello di stare con Gesù, quindi ciò che viene richiesta è un’esperienza di condivisione.

Per quanto riguarda la seconda azione, ci troviamo in territorio pagano, ad indicare che ovunque ci sia fede il miracolo può realizzarsi, ed esso si realizza attraverso una compartecipazione di gesto e parole: con i gesti Gesù pone le dita nelle orecchie del sordo-muto e tocca con la saliva la sua lingua, con le parole dice “Effatà”, il complesso ci riporta al nostro rito dell’apertio aurium, all’interno della liturgia battesimale.

L’ultimo episodio selezionato è l’unico, di questa breve presentazione, tratto dal vangelo di Giovanni, e permette un’apertura verso la cultura ebraica: Gesù viene accolto come si era soliti accogliere i pellegrini che salivano al Tempio in occasione della Pasqua, gli viene cantato il salmo processionale “Osanna”; ma al tempo stesso questa parola è il nome col quale venivano chiamati i rami di palme che si usavano per la festa dei tabernacoli, anch’essa processionale. Gli esegeti hanno perciò posto in dubbio di quale festività si trattasse e ulteriormente se fosse stato possibile reperire tali rami nei pressi della città in tempi brevi al fuori della festa dei tabernacoli.

Tutto l’evento viene interpretato successivamente alla luce della profezia del deutero Zaccaria: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina, che presenta un re mite e pacifico che prende possesso del suo Regno.

In conclusione un sentito ringraziamento e un invito ad andare incontro al Signore che viene con gli stessi sentimenti di pace e umiltà, che animarono tutta la sua vita tra noi.

Anna Chiara Ronchi

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