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Gianfranco Trezzi: vittima di un rapimento

trezzi 1Da un quartiere della periferia di Milano a una villa nel cuore del Pavese, la drammatica vicenda del sequestro di Gianfranco Trezzi rappresenta uno dei tanti lati oscuri degli anni Ottanta.

Il 19 settembre 1988 Gianfranco Trezzi, piccolo imprenditore milanese che gestiva un’azienda specializzata in tubi e materiali siderurgici, uscì verso le sette del mattino dalla sua villa presso il naviglio Martesana per recarsi al lavoro nel suo ufficio a Vimodrone.

Ma a mezzogiorno i dipendenti della fabbrica si accorsero che l’uomo non era ancora arrivato nel suo ufficio e, presi del panico, contattarono la moglie Mercedes e i figli Massimo, Paolo e Cristina, che lavoravano nell’azienda da anni.

Nel frattempo alcuni impiegati, dopo lunghe ricerche, avevano trovato l’auto di Trezzi presso il numero 4 di via Rubattino, con le chiavi nel cruscotto e i finestrini alzati.

Ormai non c’erano più dubbi sul fatto che l’imprenditore fosse stato rapito, ma i motivi del rapimento restavano ignoti alla polizia di Milano, dato che l’azienda era in una difficile situazione economica e quindi ogni richiesta di riscatto era da escluderci.

Ma pochi giorni dopo arrivò alla famiglia Trezzi una lettera, cui era allegata una foto di Gianfranco con in mano il giornale del 22 settembre, dove si chiedeva per la liberazione dell’uomo cinque miliardi di lire.

Alla notizia, la famiglia affidò a un legale l’incarico di mediatore con i rapitori e si chiuse in un rigoroso silenzio stampa.

Ma il 26 ottobre ci fu un colpo di scena; presso l’Idroscalo venne trovato il cadavere di Valerio Affiaiato, morto dopo essere stato percosso più volte con una mazza.

L’uomo era già nel mirino degli inquirenti in quanto era stato visto nei dintorni della casa di Trezzi pochi giorni prima del rapimento.

Dopo il delitto fu facile per la polizia risalire al nome di Bruno Mario D’Alessandri, un insospettabile orefice, che non solo confessò la sua partecipazione al delitto, ma anche di essere stato uno dei capi della banda incaricata del sequestro Trezzi.

In un lungo interrogatorio l’uomo confessò che l’imprenditore milanese era stato tenuto prigioniero presso la villa della Tana del Lupo, vicino a Cassolnovo, in provincia di Vigevano, ma che era stato ucciso subito dopo la richiesta di riscatto.

E, infatti, il 10 dicembre venne trovato nel giardino della villa, grazie alle indicazioni fornite da D’Alessandri, il cadavere di Trezzi, tagliato in una settantina di pezzi e chiuso in un sacco della spazzatura.

trezzi 2Nel frattempo la polizia continuò a cercare Giuseppe Sanzone, capo della banda, e Renato Danne, un piccolo imprenditore milanese, indagato come complice in quanto proprietario della villa.

Solo il 30 dicembre, dopo una lunga e difficile trattativa, i due furono arrestati presso un appartamento di viale Suzzani, dove convivevano con due ragazze da alcune settimane.

Nel 1990 cominciò il processo alla banda, che sarebbe terminato con le condanne di Danne, Sanzone e Antonio Sbordone, che era stato il responsabile materiale del delitto Trezzi, all’ergastolo, mentre il basista della banda Pasquale Bergamaschi fu condannato a trent’anni, D’Alessandri a diciotto e Mario Sidoti, che aveva fornito le armi per il rapimento, venne assolto per non aver commesso il fatto, ma dovette scontare per porto d’armi due anni e un mese di prigione.

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