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Il Matto: il caso Pinelli e la forza della verità

il matto okÈ uno spettacolo sferzante, aggressivo, dai toni a tratti irriverenti quello in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa. Uno spettacolo che non può certo lasciare indifferenti, che spinge quasi con violenza a prendere parte in uno dei processi più discussi della storia della repubblica. Quello relativo alla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli «ucciso innocente nei locali della questura di Milano il 16-12-1969» come recita la celebre lapide che ogni cittadino milanese può vedere ancora oggi in Piazza Fontana, luogo della vile strage che diede inizio a quella che gli storici ebbero a definire «strategia della tensione», uno dei momenti più bui e difficili della storia d'Italia.

Il titolo dello spettacolo è Il Matto ovvero Io non sono Stato, una produzione de I Mercanti di Storie, scritto e recitato dal bravo Massimiliano Loizzi che, unico attore in scena, celebra ex novo il processo Pinelli di cui interpreta tutti i personaggi: giudice, avvocati, testimoni, persino lo stesso Pinelli che viene evocato dall'accusa a testimoniare sui suoi ultimi attimi di vita.

Al pubblico viene lasciata la parte della giuria e, paradossalmente è proprio il ruolo assegnato al pubblico a generare le riflessioni più interessanti. Di spettacoli sull'argomento ne sono stati proposti molti. Non si può non ricordare, ad esempio, il celebre Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo. Ciò che, tuttavia, il Matto ha di peculiare rispetto alle precedenti trattazioni dell'episodio è la volontà di chiamare in causa, quasi in correità, gli spettatori la cui indifferenza è il vero imputato messo sotto processo.

L'attore, infatti, tenta a più riprese durante tutto lo spettacolo, di coinvolgere il pubblico, invitandolo a partecipare prima con discrezione, poi con insistenza e infine provocandolo pesantemente, nella disperata speranza di scuoterlo dalla sua passività, di ottenere una reazione, quale che sia.

Chi scrive non ha potuto fare a meno di avvertire in sè stesso una sorta di senso di colpa per non aver colto, se non nel finale, l'opportunità di lasciarsi coinvolgere e trascinare dalla vicenda. Del resto, l'abitudine di questa nostra epoca a essere spettatori «televisivi», da salotto, quasi anestetizzati a tutto, rende difficile vincere la sfida interiore a smettere di guardare per decidersi ad agire.

La domanda è: perché anche solo per manifestare indignazione, abbiamo bisogno di un imbonitore che ci mobiliti, che ci regali parole che da soli non siamo più in grado di trovare? Non dovrebbe bastare la forza della Verità a farci balzare in piedi dalla sedia?

Il Matto ovvero Io non sono Stato è in scena al Teatro della Cooperativa dal 20 al 29 marzo (dal lunedì al sabato ore 20.45, domenica ore 16.00, giovedì riposo)

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