Letizia Forever a Teatro Verdi

  • Viviana Gariboldi

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Qual è la natura del teatro? Se eliminiamo gli orpelli, ciò che rimane è una storia. Vi è qualcuno che la narra, agendola di fronte a noi o semplicemente raccontandocela in quel modo speciale che solo gli affabulatori conoscono, e vi è qualcuno che ascolta. E ascoltando partecipa. Bastano solo due persone, l'attore e lo spettatore, per creare la relazione della quale il teatro si nutre.

Inoltre nella narrazione che ogni teatrante fa di se stesso e del proprio lavoro, vi è sempre una certezza: il teatro è una lente, vuoi fedele o vuoi deformante, del mondo. E il mondo, ovviamente, è tangibile, esperienziale, relazionale (ancora), comprensibile ... reale. È il suo limite e la sua essenza.

Cosa succede allora se l'attore narra seduto per tutto il tempo su una sedia, in un luogo indefinito in cui si ritrova forzatamente, ad un pubblico che forse esiste e forse no, ma che comunque vividamente viene evocato, immaginato, problematizzato, riconosciuto come altro da sé? Cosa succede se vengono scardinati quei punti fissi che costituiscono l'essenza del teatro e della narrazione dei noi stessi nel mondo? Se la relazione è solo immaginata e la realtà è inaccessibile?

A Teatro Verdi fino all'11 febbraio va in scena Letizia Forever, di Rosario Palazzolo, una produzione indipendente siciliana che si presenta alla platea milanese forte di numerosi riconoscimenti, ultimo dei quali il Premio ANCT 2016 per la drammaturgia.

La storia è semplice: Letizia si narra. Con le sue passioni, i suoi paradossi, la sua ignoranza, la sua parlata sgrammaticata e viva. Narra della sua nascita, dell'infanzia, del matrimonio con Salvatore, della “fuitina” e del trasferimento a Milano.

Ma Letizia, che ricorda come da bambina fosse bella come una porcellana, è interpretata da un uomo barbuto, l'ottimo Salvatore Nocera, il cui aspetto stride con quell'immagine di confetti rosa. Comincia a delinearsi già quello slittamento di piani tra narrazione e esperienza che costituisce il nucleo di una riflessione sull'identità. Chi è Letizia? Non vi è risposta, poiché l'individualità non è incasellabile. Letizia è semplicemente Letizia, e tanto basta.

In realtà non basta. La società non accetta chi sfugge alle categorie e chi minaccia la conoscibilità della Verità. Da qui prende le mosse l'intervista, che tale non è, in questa solitudine della mente e del corpo.

Letizia non narra in modo fluido. Il suo racconto oscilla tra le ritrosie e i silenzi di un presente da reclusa, e l'impeto del fluire verbale risvegliato dalla musica. Si tratta di brani dei favolosi anni 80 che "iddi", gli scienziati, hanno selezionato all'interno di un progetto di terapia della canzone volto a stimolare l'inconscio per giungere infine ad appurare la Verità in merito ad un fatto di sangue.

Ma il rapporto con la musica è di fatto anche l'unica relazione non distonica nella vita di Letizia. Tolto il movimento, tolto il pubblico, tolta l'affidabilità della narrazione, ciò che rimane è il rapporto fisico con la musica e con il registratore.

Ricorda Beckett, questo personaggio immobile e recluso. Lo aggiorna affrontando l'esclusione dell'uomo/donna da sé stesso e dalle bussole relazionali, la madre che la rifiuta, il marito che non le parla, la figlia che non la vuole più vedere, "iddi" che rimangono sempre e solo "iddi", distanti.

In un tempo in cui ciascuno di noi vive diverse vite sulle piattaforme sociali, e basa la percezione di sè anche sul numero di contatti di cui si può fregiare, è assolutamente significativa una riflessione sulle relazioni. Quelle vere.

Teatro Verdi

Via Pastrengo, 16 Milano

Dal 7 all'11 febbraio

Orari: Da martedì a sabato ore 20.30

Prezzi: 20/14/10 euro - giovedì posto unico 10 euro

Info e prenotazioni:  Tel: 02 6880038 – 02 27002476 prenotazioni@teatrodelburatto.it

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