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Antichi Mestieri nella Milano di un tempo

el caff del geneouggScritti su antichi mestieri che si svolgevano una volta anche nella nostra Milano, ve ne sono parecchi, tuttavia desidero anch’io scrivere la mia su alcuni di questi mestieri ormai definitivamente tramontati. Siccome però non voglio fare un elenco, mi limito alla descrizione di alcuni di questi.

  • El caffettee del caffè del genoeucc. El caffettee è ovviamente il venditore di caffè, ma le ginocchia cosa centrano? Adesso ve lo racconto. La tradizione risale all’Ottocento e si protrae per tutto il periodo della prima Guerra Mondiale quando, pur essendoci in città rinomati locali, si poteva vedere in piazza del Duomo, una sorta di trespolo sulle ruote gestito da un ambulante, il quale vendeva caffè caldo a operai che si recavano presto al lavoro o per chi rientrava nella tarda serata, o aveva pochi spiccioli e non poteva permettersi di gustarlo in un vero bar. Diciamo subito che era un caffè dei poveri, non certo paragonabile a quello che si poteva gustare al Cova o al Caffè dei Servi. Infatti, il caffè rifilato da quest’ambulante, era ricavato dai fondi che recuperava nei bar limitrofi, che poi metteva in un recipiente che era scaldato, e, posto in basso, un rubinetto da cui si spillava l’annacquato caffè. Così arriviamo al ginocchio, infatti, il cliente per spillare la bevanda, a volte doveva inginocchiarsi e così, l’arguto popolino, pensò bene di apostrofare il nostro venditore, “el caffettee del caffè del genoeucc”. Un’altra versione vuole che il nome derivi dal fatto che per gustare il caffè, poggiavano, seduti sui gradini della piazza, la tazzina sul ginocchio.
  • El scovinatt.  La parola richiama l’attrezzo scopa, e di questo proprio si tratta, infatti, era chi fabbricava e vendeva scope. Ovviamente le scope erano un po’ diverse dalle attuali, per la precisione la scopa più conosciuta è quella fatta di ramaglia di nocciolo, betulla, bambù, e definita come scopa delle streghe o usata da Harry Potter per i suoi spostamenti e giochi, l’altra più nota è quella in saggina. Le scope vendute dal nostro scovinatt erano queste. Portava però con sé altri due utili strumenti per le massaie, una era la “scovetta”, piccola granata – altro nome della scopa – con cui si rasentavano i panni, e lo “scovin de piuma”, che si usa per levare la polvere dai mobili o, alla bisogna, per sfrattare il ràgn e la sua ragnèra.
  • El lampedee di fabbrich. Tradotto in lingua corrente, si tratta del lampionaio, ossia di chi era el lampioneeaddetto all’accensione dei lumi a petrolio o a gas.  La sera, armato della sua bicicletta, di una lunga pertica e degli strumenti necessari si avviava a dare luce alle strade, soprattutto dove vi poteva essere un pericolo, e la mattina ritornava a spegnere ciò che aveva acceso la sera precedente. Cosa non si fa per guadagnarsi la pagnotta! I lampioni potevano essere su pali di ghisa, pendenti da un muro o attaccati a una parete. Un personaggio che condivideva con lui il lavoro, era il polidòr, il pulitore, il quale, agganciato a una scala, si dava da fare per pulire i vetri dei lampioni. Nella nostra città di Milano, la prima illuminazione a gas si ha nel 1832 nella galleria De Cristoforis, alla quale in seguito seguì quella pubblica. La galleria in questione è quella che collega via San Pietro all’Orto e Piazza Liberty a Corso Vittorio Emanuele.

  • El impastador de avvis. Per intenderci, quel che tacca foeura i avvis sul mur. Il suo mestiere era di attaccare manifesti sui muri o sugli appositi spazi allo scopo riservati. I suoi attrezzi del mestiere erano una scala a traversini, un sidèll con denter ona pàsta vis’ciòsa, vùn o duu pennèll. Inoltre era dotato di una divisa comprensiva di calzoni, giacca e cappello.

  • El gambaree. Ossia il gamberaio, quell di gamber, che prima andava a pescarli nel Lambro, Lamber in dialetto, ottimo fornitore della materia prima, e poi li andava a vendere col suo cavàgn sòtta èl bràsc, on scossàa, e sòra la cràppa ona bombètta. Odoardo Ferrari, nel suo repertorio di canzoni milanesi, ha dedicato a questa figura una canzone dal titolo “ L’è quell di gamber”. Riporto solo la prima strofa.

E quell di gamber va in su la fera
con la stadera, con la stadera
e quell di gamber va in su la fera
con la stadera e col borsin.

  • L’ancioatt.  Ossia, il venditore di acciughe, anche detto “ciuee”.  L’acciuga nel nostro dialetto si dice inciòda, mentre per il termine acciugata si dice salsa de inciòd. Questo lavoratore girava le vie della città, munito di un carrettino su cui facevano bella mostra di sé alcuni barili dove vi erano poste, sotto sale, le acciughe, le sardine, magari qualche altro pesce e del tonno, venduto, quest’ultimo nelle scatolette che teneva a parte. Dice il Cherubini, l’ancioatt vendeva alle massaie acciughe sparate per lungo e tagliuzzate a filolini. Questo è un mestiere che sui mercati di oggi si trova ancora,ovviamente non con un carretto, ma le acciughe e le sardine si trovano ancora nei barili, o nelle latte, tenute sotto sale. Vi cito un modo di dire milanese che includeva il nostro acciugaio, dice: La suocera gh’ha pocch de cattà foeura, ghe l’ha su’ con l’ancioatt o cont la noeura.  Detti sulle acciughe ve ne sono moltissimi, uno l’ho trovato curioso e ve lo voglio citare, quando andate da un venditore di libri antichi, se vi vuole rifilare un libro antico che invece è solo vecchio, dategli pure dell’acciugaio, così, infatti, erano definiti.
  • El Gigi de la gnaccia. Ovvero el castagnàtt, el maronèe, colui che  vende il castegnàccia o gnàccia. Il castagnaccio altro non è che farina di castagna cotta al forno con l’aggiunta di pinoli, uvetta, o mandorle o altri ingredienti. Il nostro venditore si piazzava in angolo della piazza o della via e, usufruendo di una specie di tavolino su cui poggiava il dolce, lo vendeva a chi ne faceva richiesta. Pare che i primi venditori giunti nella nostra città arrivavano dalla Toscana, e che il primo in assoluto fu un certo Gigi, e il popolino assegnò il nome a tutti i venditori di castagnaccio. Vi riporto gli ingredienti, dell’impasto toscano, di questo saporito dolce. Uvetta, gherigli di noce, foglie di rosmarino, pinoli, farina di castagne, acqua, sale, olio. Per la ricetta, che è semplice, lascio al lettore la briga di andarla a cercare.  

Con quest’ultimo antico mestiere ho terminato questa breve incursione nella Milano lavoratrice d’un tempo, conoscere il passato ci permette di apprezzare meglio l’oggi. Buon assaggio di castagnaccio a tutti! Ovviamente accompagnato da un buon bicchiere di Vin Santo della Toscana.

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