Il lavoro femminile tra il 1900 e il 1950 in Lombardia

macchina da cucire pixabayL'articolo vuole portare in evidenza il faticoso lavoro femminile tra il 1900 e il 1950 nella nostra Lombardia.

Dico faticoso e molto spesso misconosciuto, sottopagato e a volte oscuro, cui le nostre donne lombarde, ma non solo, hanno dovuto subire per riuscire a mantenere la propria famiglia e  sopperire anche ai lavori domestici.

Citerò alcune realtà lavorative del periodo e le fabbriche in cui la manodopera era presente.

La filanda era un'attività riservata quasi esclusivamente alle donne e, in terra lombarda ve ne erano parecchie, ad esempio a Palazzolo sull'Oglio, in provincia di Brescia, tanto che il tessile contribuì non poco all'industrializzazione, sorse persino la Lega Operaie Tessili per difendere il lavoro delle operaie. Sempre a Palazzolo, aprì la ditta Sefferheld e nel 1877 la Niggeler & Schmid, poi Küpfer, o l'italiana Fratelli Zanelli & C. Inoltre il Comune fu anche sede del primo bottonificio italiano, aperto dal milanese Edoardo Tacchi, e del Calzificio Ambrosi che vedeva moltissima manovalanza femminile.

Alla data del novembre 1918 nei vari stabilimenti ausiliari di Bresciani erano impiegate circa 4900 donne.

A Cellatica, siamo sempre nella provincia bresciana, la filanda Trebeschi occupava operaie bambine.

All'interno della città di Brescia operava l'Industria birraria Wührer, che vedeva un largo impiego di manovalanza femminile.

Anche l'industria del tabacco annoverava, nel primo novecento, più di 12.000 operaie. Partivano molto presto al mattino, a piedi o in bicicletta dalla città di Mantova per recarsi alle fabbriche, ad esempio quella di Castelgoffredo.

Nel comune di Virle Treponti, oggi separato, sorgeva la fabbrica di marmi "Lithos e Marmi", che vedeva impiego femminile con il compito di lisciare i quadrotti di marmo.

Altro impiego esclusivamente femminile era quello della bambinaia presso famiglie benestanti.

Ovviamente vi erano lavori anche più remunerati, come ad esempio quello delle infermiere, maestre, segretarie e, con l'arrivo del promettente settore telefonico e telegrafico, aumentò l'occupazione femminile, anche se purtroppo la paga era di 3 – tre – lire al giorno, una miseria.

Anche la lavorazione del "baco da seta" vedeva impiegate molte donne, anche bambine di appena dodici anni, lavorando sotto la minaccia di non commettere errori, altrimenti arrivava la punizione.

Purtroppo si constata la presenza femminile persino nelle miniere, infatti, dovevano caricare a badilate i carrelli esterni.

Il Lago di Garda, lo sappiamo, produce ottimi limoni, ebbene anche in questo caso erano impiegate donne che dovevano provvedere alla cernita dei limoni.

Lavoro faticoso e mal pagato era quello delle mondine; quante nonne e bisnonne si sono logorate la schiena e le gambe a forza di stare chinate nell'acqua!

Nel corso della prima guerra mondiale gli stabilimenti siderurgici, meccanici e ferroviari videro una forte partecipazione di manodopera femminile, impiegate nella saldatura o nella lavorazione delle ogive. Come ad esempio il reparto fonderia e officina meccanica della S.A.M.C. di Monza.

La Società Generale Italiana Elettricità, nella sua fabbrica di lampade elettriche a Milano, annoverava personale femminile.

La sartoria era un altro lavoro tipicamente femminile, e gli stabilimenti assumevano donne. A Sesto S. Giovanni ne sorgeva uno.

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Mancando manodopera maschile le donne erano assunte come tranviere oppure come postine.

Essendo l'Italia un paese prettamente agricolo, non mancava il lavoro nei campi, dove uomini e donne si trovavano a svolgere anche i lavori più faticosi: seminare, coltivare, mietere, fare il fieno, accudire agli animali, e in più per la donna, preparare pranzo e cena, lavare i panni nell'acqua fredda della fontana, stirare, dedicarsi ai figli... che vita ragazzi!

Molte cose sono cambiate, e meno male, comunque chi non rende onore e merito alle fatiche delle donne è un... lascio a ciascuno il termine.

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