Skip to main content

La Befana a Milano: origine, leggende, tradizioni e curiosità

La Befana: tradizione dell’Epifania con calza, scopa e sacco dei doni
La Befana è una figura popolare legata all’Epifania: tra sacro e tradizione, porta dolci (e un po’ di carbone).

A essere sincero me lo aspettavo. Cosa? Che anche la Befana, dopo Santa Lucia e Babbo Natale, si facesse viva per avere la sua parte di notorietà.

Questa volta il suo scritto mi è arrivato volando… ma non come a Harry Potter con un bel gufo: tramite un corvo che, transitando sopra il mio cortiletto, mi ha lasciato cadere una busta. Aperta la lettera, ho capito subito l’antifona. E quindi eccomi qui: a raccontarvi anche di lei.

Da Epifania a Befana: da dove viene il nome

Parto da una precisazione sul nome Befana, che deriva da Epifania: parola di origine greca che significa “manifestazione” e che, nella tradizione cristiana, è legata alla festività dei Magi, guidati dalla stella fino a Gesù Bambino.

Da qui, nel passaggio tra lingua colta e parlato popolare, si arriva al volgare latino Befanìa, e poi al nome che tutti conosciamo. In molte zone d’Italia, per secoli, la Befana è stata anche un modo “concreto” di rappresentare la festa: un fantoccio, un simbolo, una presenza immaginata che si aggira tra case e camini.

Leggende e riti: il fantoccio e i desideri “di buon auspicio”

Diverse sono le leggende e le tradizioni che rivendicano l’appartenenza della Befana. In alcune terre vige ancora l’uso di bruciare un fantoccio “a mo’ di Befana”: un rito popolare visto come ben augurante, quasi un saluto all’inverno e un modo per propiziarsi la stagione che verrà.

È affascinante perché racconta una cosa semplice: la Befana non è soltanto “una che porta i dolci”, ma una figura che si muove tra sacro, natura e immaginario contadino, con quel sapore di tradizione che resiste anche quando cambiano abitudini e calendari.

Identikit della Befana: scopa, sacco e un’ombra di stregoneria

Questa figura femminile si vuole, salvo rarissime eccezioni, vecchia, curva, vestita miseramente, con un cappellaccio nero (o un fazzoletto) sul capo, capelli bianchi in disordine e uno scialle sgualcito sulle spalle. Porta con sé una scopa di saggina che le fa da “destriero”: cavalcioni, con un sacco sulle spalle, se ne invola per raggiungere paesi e città.

La somiglianza iconografica con la strega è evidente (e in parte voluta). Ma attenzione: la Befana, nella tradizione popolare, non è per forza cattiva. È una figura “ruvida”, sì, ma spesso giusta: distribuisce dolci e piccoli doni, ma ricorda anche che ogni gesto ha conseguenze.

La calza: dolci, piccoli doni e il carbone “educativo”

Il suo compito è portare piccoli regali, soprattutto dolciumi, ai bambini e alle bambine che fanno trovare una calza (un tempo spesso sul caminetto). E c’è la clausola più famosa: un po’ di carbone a chi non è stato proprio buono. Attenzione al termine: buono, non “bravo” nel senso di perfetto. È un dettaglio che dice tanto della tradizione, più educativa che punitiva.

Oggi in commercio si trovano calze già confezionate e impreziosite, ma in passato si ricorreva alle calze di lana fatte in casa, soprattutto in montagna e nelle campagne: un gesto semplice, che diventava festa proprio perché era “di famiglia”.

Filastrocche, canzoni e un sorriso (con misura)

Moltissime sono le filastrocche dedicate alla Befana. Io cito quella che ricordo dai tempi dell’asilo:

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
coi rattoppi alla sottana
viva, viva la Befana.

Simpatica è anche la canzone di Nicola Palladino dal titolo “La Befana”, così come la poesia di Gianni Rodari dedicata ai bambini: “Alla Befana”. E sì: non mancano aneddoti e barzellette su questa figura, purché restino nel rispetto. Visto che l’ho detto, ve ne regalo qualcuna.

  • Ciao, potresti inviarmi una tua foto? I miei amici non credono che io conosca di persona la Befana. (Anonimo)
  • Cara, tra le carte ho trovato questo documento con la tua foto. L’intestazione dice: A.B.I. Associazione Befane Italiane. Ne sai niente?
  • Oh bella, io pensavo che la festa delle donne fosse solo l’otto marzo, invece scopro che è anche il 6 gennaio! Non si finisce mai d’imparare!

Una parola meneghina: “mòffa strangòssera”

Prima di terminare vi lascio un termine meneghino che la apostrofa così: “mòffa strangòssera”, che tradotto vuol dire “vecchia deforme, Befana”. Il senso è chiaro: la protagonista non è una bella e giovane signora, ma una figura d’età vetusta, quasi “fuori moda” per definizione… e proprio per questo indimenticabile.

Comunque sia: buona Befana a tutti i bambini.

  • Ultimo aggiornamento il .