Perché crediamo in Dio, negli oroscopi e nel soprannaturale
Per migliaia di anni l'essere umano ha guardato il cielo senza sapere cosa fossero davvero le stelle, ha visto fulmini senza conoscere l'elettricità, ha affrontato epidemie senza sapere nulla di virus e batteri. Dove mancava una spiegazione, spesso ne nasceva una soprannaturale: è anche così che hanno preso forma divinità, superstizioni e astrologia. Ma perché continuiamo a crederci ancora oggi?

A Milano questa doppia natura si tocca con mano. Nei giardini di Porta Venezia c'è il Planetario, dove si spiega il cielo con gli strumenti dell'astronomia; a pochi minuti di distanza, alla Pinacoteca di Brera, è custodito uno dei mazzi di tarocchi più antichi del mondo. E nelle case dei nostri nonni sopravvivevano decine di credenze popolari su fortuna, malocchio e presagi. Scienza e soprannaturale convivono nella stessa città, spesso nella stessa persona.
Ignoranza non significa stupidità
Partiamo da una parola che viene spesso utilizzata male: ignoranza. Ignorare significa semplicemente non conoscere, non significa essere stupidi.
Un uomo vissuto tremila anni fa non era sciocco perché attribuiva un fulmine all'ira di una divinità: non possedeva semplicemente gli strumenti per conoscere elettricità atmosferica, cariche elettriche e differenze di potenziale. Lo stesso vale per moltissime spiegazioni nate nel passato. Quando non si conosce la causa di un fenomeno, una spiegazione soprannaturale può apparire perfettamente ragionevole.
È successo con le tempeste, con le eclissi, con le malattie, con la fertilità, con le carestie e persino con alcuni disturbi neurologici e psichiatrici, interpretati per secoli attraverso concetti come possessione, maledizione o intervento divino. Da questo punto di vista, buona parte della storia della conoscenza può essere letta come un progressivo passaggio dal “non sappiamo, quindi immaginiamo” al “non sappiamo ancora, quindi indaghiamo”.
Va detto subito, però, per non trarne una conclusione sbagliata: ridurre la fede a un semplice tappabuchi della conoscenza sarebbe scorretto. Moltissimi credenti, oggi come ieri, non pensano affatto a Dio come alla spiegazione di un fenomeno fisico ancora ignoto. Su questo torneremo, perché è un punto che cambia parecchio la discussione.
Quando non sappiamo, cerchiamo comunque una spiegazione
L'essere umano sembra sopportare piuttosto male l'incertezza. Davanti a un fenomeno inspiegabile preferiamo spesso una spiegazione imperfetta all'assenza totale di spiegazione.
Se arriva una siccità, vogliamo sapere perché. Se una persona muore improvvisamente, cerchiamo un significato. Se qualcosa di improbabile ci accade proprio nel momento in cui stavamo pensando a quella cosa, siamo tentati di immaginare un collegamento.
Per lunghissimo tempo l'universo è stato così popolato di spiriti, presagi, maledizioni e forze invisibili capaci di dare una causa a ciò che una causa conosciuta ancora non aveva. Non serve andare lontano nel tempo: basta rileggere le superstizioni milanesi tramandate di generazione in generazione per ritrovare un intero sistema di segnali, scongiuri e pronostici applicato alla vita quotidiana.
Molte di quelle spiegazioni sono successivamente scomparse. Non invochiamo più Zeus per spiegare un temporale, non consideriamo un'eclissi un drago che divora il Sole, non attribuiamo un'infezione a uno spirito maligno. Ogni volta che aumenta la conoscenza, almeno una parte dello spazio occupato dalla spiegazione magica tende a restringersi.
Astrologia: una credenza che può essere messa alla prova
È importante non mettere automaticamente nello stesso contenitore religione e astrologia: sono oggetti diversi e vanno trattati in modo diverso, come vedremo tra poco.
L'astrologia formula infatti affermazioni abbastanza precise sul mondo: sostiene, nelle sue diverse versioni, che la posizione dei corpi celesti al momento della nascita possa essere collegata alla personalità, alle relazioni e agli eventi della vita. Queste affermazioni hanno una caratteristica importante: possono essere verificate.
Se essere nati sotto un determinato segno zodiacale producesse realmente caratteristiche psicologiche riconoscibili, gruppi sufficientemente grandi di persone nate sotto lo stesso segno dovrebbero mostrare correlazioni statistiche ripetibili. La verifica più celebre resta quella del fisico Shawn Carlson, pubblicata su Nature nel 1985: in un test in doppio cieco, astrologi indicati dalla stessa comunità astrologica non riuscirono ad abbinare i temi natali ai profili psicologici meglio di quanto avrebbe fatto il caso.
Per correttezza va aggiunto che quello studio è stato contestato negli anni da ricercatori vicini all'astrologia, che ne hanno proposto rianalisi con conclusioni opposte. Il quadro complessivo però non cambia: dopo decenni di tentativi non esiste un corpo di prove solide e replicabili a sostegno delle capacità predittive attribuite all'astrologia.
Perché allora un oroscopo può sembrarci incredibilmente preciso?
L'effetto Barnum
Leggi questa frase:
Sei una persona che desidera essere apprezzata dagli altri, ma in alcuni momenti hai bisogno di stare da sola. A volte sei molto sicura delle tue decisioni, altre volte ti capita di dubitare di te stessa.
Potrebbe sembrare una descrizione sorprendentemente personale. In realtà si adatta a una percentuale enorme della popolazione. È il cosiddetto effetto Barnum (o effetto Forer, dal nome dello psicologo che lo dimostrò in aula alla fine degli anni Quaranta): tendiamo a riconoscerci in descrizioni sufficientemente generiche, soprattutto quando ci viene detto che sono state elaborate appositamente per noi.
Il bias di conferma
Esiste poi un altro meccanismo potentissimo. L'oroscopo annuncia: “Questa settimana potrebbe arrivare una notizia inattesa”. Tre giorni dopo riceviamo una telefonata sorprendente e pensiamo: “L'aveva detto!”
Molto più raramente ricordiamo tutte le previsioni che non si sono avverate. Il nostro cervello tende a notare e conservare le informazioni che confermano ciò che già pensiamo, dando molto meno peso a quelle che lo contraddicono.
Astronomia e astrologia: a Milano si vede la differenza
Le due parole hanno la stessa radice e per secoli hanno indicato mestieri quasi sovrapposti: chi calcolava il moto dei pianeti spesso ne traeva anche pronostici. La separazione è recente e netta, e a Milano c'è un luogo dove si capisce al volo.
Sotto la cupola del Civico Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città dall'editore omonimo e inaugurato nel 1930, le costellazioni vengono mostrate per quello che sono: configurazioni prospettiche di stelle lontanissime tra loro, che ci appaiono vicine soltanto perché le guardiamo da qui. Nessuno spettacolo del Planetario vi dirà cosa vi succederà in amore questa settimana. È esattamente questa la linea di confine.
E l'esistenza di Dio?
Con Dio la questione è molto più complessa. Dire che l'astrologia non supera determinate verifiche sperimentali è relativamente semplice; affermare scientificamente che “Dio non esiste” è un problema completamente differente.
Prima di tutto bisognerebbe stabilire cosa intendiamo con la parola Dio. Un'entità che interviene regolarmente nella natura e produce fenomeni osservabili potrebbe, almeno teoricamente, lasciare conseguenze misurabili. Un Dio definito invece come essere trascendente, esterno allo spazio e al tempo e non rilevabile attraverso strumenti fisici diventa, per definizione, estremamente difficile o impossibile da sottoporre a esperimento.
Questo porta a una distinzione fondamentale: non poter dimostrare che qualcosa non esiste non significa aver dimostrato che esiste. Possiamo immaginare un numero praticamente infinito di entità invisibili e impossibili da rilevare, e l'impossibilità di confutarle non costituisce automaticamente una ragione sufficiente per considerarle reali.
L'onere della prova
Normalmente applichiamo una regola molto semplice. Se qualcuno afferma che nel proprio giardino vive un animale sconosciuto alla scienza, non tocca agli altri dimostrare che l'animale non esiste: è chi formula l'affermazione a dover presentare elementi sufficienti per sostenerla. È il principio dell'onere della prova.
Per questo una posizione razionalmente legittima non deve necessariamente essere “sono certo che Dio non esista”. Può essere semplicemente: “non dispongo di prove sufficienti per concludere che esista”.
Sarebbe però disonesto far credere che la questione finisca qui. La filosofia della religione discute da secoli argomenti tutt'altro che ingenui — dalla domanda sull'origine ultima dell'universo a quella sulle costanti fisiche che rendono possibile la vita — e ci sono filosofi di primo livello su entrambi i fronti. Chi si aspetta che una discussione millenaria si chiuda con una battuta, di solito non l'ha frequentata.
Migliaia di dèi e molte verità assolute
C'è poi un'altra questione difficile da ignorare: nella storia umana sono state adorate migliaia di divinità. Zeus, Apollo, Iside, Ra, Odino, Thor, Ishtar, Quetzalcoatl e innumerevoli altre figure sono state considerate, in differenti epoche e luoghi, realmente esistenti. Per intere civiltà la loro presenza era ovvia quanto può esserlo oggi quella del Dio della propria religione per un credente contemporaneo.
Con il passare dei secoli quelle divinità sono però diventate “mitologia”. Questo pone una domanda interessante: perché una credenza religiosa dovrebbe essere considerata vera mentre quelle delle altre civiltà vengono considerate miti?
Ancora più significativo è il rapporto tra religione e luogo di nascita. La probabilità di crescere cristiani, musulmani, induisti, buddhisti oppure senza religione varia enormemente a seconda del Paese, della famiglia e della cultura in cui si nasce. La convinzione che una determinata fede rappresenti una verità universale viene quindi acquisita molto spesso in un contesto geografico e familiare estremamente specifico.
Attenzione, però, a non forzare l'argomento. Il modo in cui arriviamo a una convinzione non stabilisce se quella convinzione sia vera o falsa: anche la lingua che parliamo e la matematica che abbiamo studiato dipendono da dove siamo nati, e questo non le rende meno valide. L'osservazione sulla geografia della fede non dimostra nulla sull'esistenza di Dio; invita però a una domanda onesta, che ciascuno può porsi da solo: quanto della mia certezza viene da ragioni che ho esaminato, e quanto dal semplice fatto di essere nato qui?
Il nostro cervello cerca schemi e intenzioni ovunque
Per capire perché nascono certe credenze non dobbiamo guardare soltanto alla storia. Dobbiamo guardare anche a come funziona il nostro cervello.
Gli esseri umani sono straordinariamente bravi a riconoscere schemi, ed è una capacità utilissima: vediamo alcune impronte e capiamo che è passato un animale, osserviamo nuvole scure e prevediamo la pioggia, notiamo un cambiamento nell'espressione di qualcuno e immaginiamo che qualcosa non vada.
Ma questo sistema può produrre anche falsi positivi. Vediamo facce nelle nuvole, troviamo coincidenze significative in eventi casuali, pensiamo intensamente a una persona e quella persona ci telefona. Quella coincidenza rimane impressa nella memoria; dimentichiamo invece le centinaia di volte nelle quali abbiamo pensato a qualcuno senza ricevere alcuna telefonata.
Meglio un predatore immaginario che uno vero ignorato
Dal punto di vista evolutivo, questa tendenza potrebbe avere avuto perfettamente senso. Immaginiamo due nostri antenati che sentano muoversi qualcosa nell'erba: il primo pensa che sia soltanto il vento e continua tranquillo, il secondo immagina immediatamente un predatore e fugge.
Se era soltanto vento, il secondo ha corso inutilmente. Se era un leone, il primo potrebbe non avere avuto una seconda occasione. Il nostro cervello potrebbe quindi essere naturalmente predisposto a vedere agenti e intenzioni anche quando non ci sono.
È facile capire come, davanti a tempeste, malattie o eventi inspiegabili, questa tendenza possa contribuire alla nascita di spiriti, volontà invisibili e divinità. Resta un'ipotesi sul come nascono certe credenze, non una risposta sulla loro verità: sono due piani diversi che conviene tenere separati.
Perché abbiamo bisogno di credere?
Ridurre la religione soltanto a un tentativo primitivo di spiegare la natura sarebbe però troppo semplice. Le religioni rispondono anche ad alcuni dei bisogni psicologici più profondi dell'essere umano.
- La paura della morte.
- Il desiderio di rivedere le persone amate.
- La necessità di attribuire un significato alla sofferenza.
- Il bisogno di sentirsi parte di una comunità.
- La ricerca di regole morali condivise.
- Il desiderio che alla fine esista una forma di giustizia.
- La difficoltà ad accettare il caso.
Consideriamo la morte. L'idea che la coscienza possa semplicemente cessare è psicologicamente difficile da accettare; l'idea che esista invece un'altra vita, che i nostri cari continuino a esistere e che un giorno potremo ritrovarli è enormemente più rassicurante.
Ma qui dobbiamo separare due domande che tendiamo continuamente a confondere: “questa idea mi fa stare meglio?” e “questa idea è vera?”. Una convinzione può essere meravigliosamente consolatoria senza essere necessariamente una descrizione corretta della realtà. E, va aggiunto, può essere consolatoria ed essere vera: il conforto che offre non è un argomento né a favore né contro.
La differenza fondamentale con la scienza
La forza della scienza non consiste nel fatto che gli scienziati abbiano sempre ragione. Anzi. La caratteristica rivoluzionaria del metodo scientifico è esattamente l'opposto: ammettere che potremmo avere torto.
Un'ipotesi deve confrontarsi con osservazioni ed esperimenti, altri devono poter controllare i risultati, e se arrivano prove migliori una teoria deve essere modificata oppure abbandonata. Questo processo può essere lento, conflittuale e imperfetto, perché la scienza viene comunque praticata da esseri umani: ma il metodo contiene al suo interno gli strumenti per correggersi.
La verità rivelata funziona diversamente. Se un'affermazione viene considerata vera perché deriva da un testo sacro o da un'autorità infallibile, diventa molto più difficile modificarla in funzione delle nuove osservazioni. È una differenza epistemologica enorme.
Il pensiero scientifico può dire:
“Questa è la migliore spiegazione che abbiamo oggi. Se arriveranno prove migliori, cambieremo idea.”
Il dogma tende invece a partire dalla conclusione. Con una precisazione doverosa: le grandi tradizioni religiose hanno prodotto teologie tutt'altro che immobili, che nei secoli hanno riletto e reinterpretato i propri testi. La rigidità non è una proprietà automatica della fede, ma di un certo modo di viverla.
Una religione può avere valore anche senza essere dimostrabile
Criticare la pretesa di verità delle religioni non significa sostenere che tutto ciò che hanno prodotto sia privo di valore. Sarebbe assurdo: una parte enorme della storia dell'umanità passa attraverso la religione. Architettura, pittura, musica, letteratura, filosofia, feste, tradizioni popolari e persino il calendario sono profondamente legati alle credenze religiose.
Milano lo racconta meglio di qualsiasi argomentazione. Il Duomo non diventa meno straordinario agli occhi di chi non crede, le colonne di San Lorenzo restano un pezzo di città a prescindere dalla fede di chi ci passa davanti, e la Basilica di Sant'Ambrogio è al tempo stesso un luogo di culto vivo e il documento più eloquente di quello che questa città è stata. Il Requiem di Mozart non richiede la fede nell'aldilà per emozionare.
Una storia può essere culturalmente immensa anche senza essere necessariamente una cronaca letterale di fatti realmente accaduti. Possiamo quindi distinguere tranquillamente:
- il valore culturale di una religione;
- il valore personale della fede;
- la verità oggettiva delle sue affermazioni soprannaturali.
Sono tre questioni differenti, e confonderle è il modo più rapido per litigare senza capirsi.
Il valore del dubbio
Forse la conquista più importante del pensiero razionale non consiste nell'avere una risposta per tutto. Consiste nell'accettare che alcune risposte ancora non le abbiamo.
Perché esiste qualcosa invece del nulla? Che cosa c'era all'origine ultima dell'universo? La coscienza è interamente spiegabile dal funzionamento del cervello? Esistono altre civiltà intelligenti nell'universo?
Non lo sappiamo. E questa frase può risultare sorprendentemente difficile da pronunciare, perché un destino, un oroscopo o una spiegazione soprannaturale eliminano immediatamente l'incertezza.
Il pensiero critico ci chiede invece qualcosa di più faticoso: accettare temporaneamente il vuoto. Non credere a un'idea soltanto perché è antica. Non considerarla vera perché milioni di persone la condividono. Non accettarla perché sarebbe bello se fosse vera. Domandarsi invece:
Quali prove abbiamo?
E quando non ne abbiamo abbastanza, avere il coraggio di rispondere: “non lo so”.
C'è un ultimo paradosso che vale la pena segnalare. Il dubbio non è patrimonio esclusivo di chi non crede: buona parte della letteratura spirituale di ogni tradizione è fatta di crisi, domande e notti oscure, e molti credenti lo conoscono bene quanto chi la fede non ce l'ha. Il vero contrario dell'ignoranza, in fondo, non è possedere una risposta per ogni domanda. È essere capaci di dire: “non lo so ancora. Proviamo a scoprirlo.”
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FAQ: religione, astrologia e pensiero razionale
La scienza ha dimostrato che Dio non esiste?
No. L'esistenza di una divinità trascendente non è facilmente sottoponibile al metodo sperimentale. La scienza non dispone però nemmeno di prove empiriche universalmente accettate che ne dimostrino l'esistenza. Per questo esistenza e non esistenza di una divinità non vanno confuse con questioni scientifiche normalmente verificabili in laboratorio.
L'astrologia è scientificamente dimostrata?
Le capacità attribuite all'astrologia non hanno finora trovato conferme affidabili e riproducibili attraverso il metodo scientifico. La sensazione che gli oroscopi descrivano bene la nostra personalità può essere favorita da fenomeni psicologici come l'effetto Barnum e il bias di conferma.
Perché gli oroscopi sembrano spesso azzeccarci?
Le descrizioni astrologiche utilizzano spesso affermazioni sufficientemente generali da adattarsi a moltissime persone. Tendiamo inoltre a ricordare le previsioni che sembrano realizzarsi e a dimenticare quelle sbagliate.
Religione e astrologia sono la stessa cosa?
No. L'astrologia formula numerose affermazioni verificabili sui rapporti tra posizione dei corpi celesti, personalità ed eventi. La religione comprende invece anche questioni metafisiche, morali, culturali e spirituali che non possono essere trattate tutte nello stesso modo.
Il Planetario di Milano si occupa di astrologia?
No: il Civico Planetario Ulrico Hoepli è un'istituzione di divulgazione astronomica. Sotto la sua cupola si osservano stelle, costellazioni e pianeti con il commento di astronomi e divulgatori, non si leggono oroscopi. Astronomia e astrologia condividono la radice della parola e una lunga storia comune, ma oggi sono due cose ben distinte.
Essere credenti significa essere ignoranti?
Assolutamente no. Persone molto istruite possono essere credenti e persone prive di fede possono essere poco informate. L'ignoranza, nel senso utilizzato in questo articolo, riguarda la mancanza di conoscenze disponibili in determinate epoche storiche e il modo in cui gli esseri umani tendono a colmare ciò che non comprendono.
Perché le religioni esistono ancora se la scienza spiega molti fenomeni?
Perché le religioni non rispondono soltanto a domande sulla natura. Possono offrire identità, comunità, consolazione, rituali, regole morali e risposte esistenziali su morte, sofferenza e significato della vita.
Ateismo e scienza sono la stessa cosa?
Sono due piani diversi. L'ateismo è una posizione relativa alla credenza nell'esistenza di divinità; la scienza è invece un metodo per studiare fenomeni osservabili e costruire spiegazioni verificabili. Essere scienziati non implica necessariamente essere atei, e l'ateismo non rende automaticamente scientifico qualsiasi ragionamento.
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