Personaggi del folclore italiano: Gigiàt, Bisso Galeto e i Benandanti
È noto che il folclore riguarda numerose forme di cultura popolare, comprendendo leggende, racconti, tradizioni e usanze diffuse in tutto il territorio della nostra Penisola. Mi sono reso conto — nell’effettuare questa ricerca per farne un articolo — che sono veramente tante; ho quindi deciso di procedere a tappe, prevedendo più articoli. Proseguendo in questo affascinante cammino di conoscenza, questa volta vi narro di tre nuovi personaggi. Il primo che vi voglio presentare è il Gigiàt (o Gigiàtt).
Il Gigiàt
Nelle tradizioni folcloristiche alpine lombarde, soprattutto in Val Masino (provincia di Sondrio), sarebbe un mostro di proporzioni enormi che, alla sua dieta solitamente vegetariana, non disdegna di cibarsi di escursionisti solitari che hanno avuto l’ardire di entrare nel suo territorio. Il Gigiàt è probabilmente un incrocio fra stambecco, camoscio e cervo, dal pelo molto lungo, dimensioni gigantesche e un’agilità strabiliante. Il nome trae origine dal dialetto valtellinese e significa “cosa strana, indefinita”. L’origine zoomorfa è sicuramente pagana, e il suo scopo era/è quello di guardiano di un territorio e, di conseguenza, giudice delle azioni di chi vi abita o vi transita.
Il Bisso Galeto
Creatura leggendaria originaria delle valli veronesi. Si presenta con corpo e testa di gallo (galéto, in dialetto veneto), grande cresta rossa, ali irte di spine e coda di serpente (bisso). È di dimensioni ridotte, ma ha il potere di aumentare o diminuire la lunghezza del proprio corpo a piacimento, ed è velocissimo. Si racconta che nasca da un uovo deposto da un vecchio gallo e covato per nove anni da un rospo o da un serpente. Può essere confuso con un basilisco. Ha il potere di uccidere col fiato velenoso, di contaminare l’acqua e seccare le piante; il morso è mortale. L’unico modo per ucciderlo è fargli vedere la propria immagine in uno specchio. Ha due “nemici naturali”: la donnola (che però, uccidendolo, muore a sua volta) e i galli, il cui canto lo annienta. In alcuni racconti è paragonato al diavolo; altrove assume un valore positivo, come protettore di agricoltori e pescatori.
I Benandanti
Risalgono alla regione Friuli i Benandanti, letteralmente “buoni camminatori”, in forma arcaica detti anche “Vagabondi”. Erano membri di un culto pagano–sciamanico di origine contadina, incentrato sulla fertilità delle terre friulane: vere e proprie congreghe che si adoperavano per proteggere villaggi e raccolti dall’azione funesta di streghe e stregoni, i Malandanti. Alcuni Benandanti finirono agli onori della cronaca tra XVI e XVII secolo, quando furono perseguiti dall’Inquisizione con l’accusa di eresia e/o stregoneria.
Dai resoconti processuali emerge che i Benandanti nascevano con il velo (il sacco amniotico), il quale dava loro il potere di compiere viaggi extracorporei in giorni specifici dell’anno per combattere i Malandanti. Possedevano inoltre poteri taumaturgici e svolgevano attività di guarigione. In interpretazioni moderne alcuni studiosi hanno ipotizzato un collegamento con fenomeni come la paralisi del sonno; nell’ignoranza scientifica dell’epoca ciò venne talvolta letto come partecipazione ai sabba delle streghe, con conseguenti persecuzioni.
Lo storico e saggista Carlo Ginzburg esaminò i verbali dei processi, pubblicando i risultati nel volume I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, in cui interpreta il fenomeno come un culto della fertilità deputato alla difesa dei raccolti.
Anche per questa volta termino l’“escursione” folcloristica, in attesa della prossima.
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