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Bruno Munari: vita, opere e il metodo di un milanese dai mille interessi

Bruno Munari ritratto nel suo studio milanese
Bruno Munari, uno dei protagonisti assoluti del Novecento milanese.

Un milanese dai mille interessi, uno “avanti”. Bruno Munari è una delle figure più importanti e certamente meno definibili dell’intero Novecento artistico: artista, grafico, designer, illustratore, inventore di giochi e metodi didattici. Nato a Milano il 24 ottobre 1907, ha attraversato quasi un secolo di arte italiana senza mai lasciarsi ingabbiare in una definizione.

Gli esordi e il futurismo milanese

Munari nasce a Milano ma cresce nel Polesine, dove la famiglia si era trasferita per lavoro. Torna nel capoluogo alla metà degli anni Venti e viene inevitabilmente coinvolto dal clima futurista milanese: conosce Marinetti e Prampolini, collabora ad alcune mostre e nel 1929 partecipa all’esposizione “Trentatré Futuristi” alla Galleria Pesaro.

Del futurismo condivide due caratteristiche fondamentali: l’interdisciplinarità e l’anti-elitarismo nell’arte. Ma il rapporto è sfuggente: è difficile capire esattamente cosa gli sia rimasto di quell’influenza, come di tutti i movimenti d’avanguardia — dadaismo e surrealismo su tutti — che in qualche modo lo affascinavano. Quello che conta è che proprio in quegli anni sviluppa un metodo tutto suo, che comincia ad allontanarlo da qualsiasi approccio precostituito. La sua formazione non è accademica ma pratica, quasi da autodidatta.

Le Macchine Inutili e l’arte cinetica

Il trampolino di lancio è la Macchina aerea del 1930, considerata il primo mobile nella storia dell’arte. Il “volo” prosegue dal 1933 con le Macchine Inutili, che per definizione non hanno alcuna funzione: strutture in movimento fatte di pezzi di materiali leggeri, dal legno all’alluminio, che fluttuano nello spazio modellandolo. È il primo seme dell’arte cinetica. Ne produrrà una novantina di esemplari nell’arco di quindici anni.

Munari si allontana intanto dalle propagande futuriste, condividendone più i metodi che i contenuti: il distacco diventa definitivo intorno al 1934.

La grafica, l’editoria e gli anni della guerra

Opere e progetti grafici di Bruno Munari

Al lavoro d’artista Munari affianca fin da subito una serie di collaborazioni nel campo della grafica. Nel 1929 lavora in diversi studi e poi si mette in proprio, aprendo uno studio grafico con Riccardo Castagnedi, noto come Ricas, sodalizio che durerà fino al 1937.

Non mancano lavori per riviste e giornali, come il Corriere dei Piccoli, e illustrazioni per libri. La sua educazione anti-accademica lo spinge a esplorare continuamente nuove tecniche e nuovi linguaggi. Gli anni della guerra lo vedono impiegato come grafico per la casa editrice Mondadori, dove è anche art director della rivista Tempo; contemporaneamente inizia a scrivere libri per l’infanzia, dedicati al figlio Alberto. Del 1944 sono le Fotocronache.

Con la fine del conflitto si chiude il periodo del lavoro dipendente e si apre quello della libera professione. Nel 1948 fonda con Gillo Dorfles, Gianni Monnet e Atanasio Soldati il Movimento Arte Concreta.

fantasiamunari

Il design e le ricerche visive

Gli anni Cinquanta sono fondamentali per il Munari designer: si occupa soprattutto di arte tridimensionale e, più che al processo produttivo, al processo di progettazione. La sua fama fa il giro del mondo, toccando Stati Uniti e Giappone.

La passione per le ricerche visive lo porta a sviluppare la tecnica dei negativi-positivi, quadri astratti in cui lo spettatore è libero di decidere quale forma stia in primo piano e quale sullo sfondo, e le macchine aritmiche, in cui il movimento ripetitivo viene interrotto da interventi umoristici. Sono di questo periodo i Libri illeggibili, in cui il racconto è puramente visivo, i Polariscopi sulla scomposizione della luce, e il museo immaginario delle isole Eolie, ricostruzione teorica di oggetti immaginari tra antropologia, humour e fantasia.

Nel 1958 crea un nuovo linguaggio con le forchette parlanti e lavora alle sculture da viaggio. Verso gli anni Sessanta intraprende una serie di viaggi in Giappone, sviluppando un forte interesse per quella tradizione: nel 1965 progetta a Tokyo una fontana a cinque gocce. Seguono opere seriali come Aconà Biconbì, sperimentazioni cinematografiche con i colori della luce, prove visive con la fotocopiatrice e performance come Far vedere l’aria.

L’infanzia e i laboratori

È però alla progettazione didattica per l’infanzia che Munari dedica sempre più attenzione, attraverso giochi, libri, illustrazioni e laboratori. Nel 1977 crea il primo laboratorio per bambini alla Pinacoteca di Brera: nasce così quello che sarà poi conosciuto come Metodo Munari.

Il rapporto con il mondo dei più piccoli attraversa tutta la sua opera, dai libri illustrati agli oggetti come Zizì, la scimmietta che nel 1954 gli vale il Compasso d’Oro, fino al lungo dialogo con Gianni Rodari, di cui illustrò molte copertine.

Gli ultimi anni e l’eredità

Gli anni Ottanta e Novanta lo vedono realizzare cicli di opere come le sculture filipesi, le costruzioni grafiche con i nomi di amici e collezionisti e una serie di grandi sculture in acciaio corten esposte sui lungomari italiani, da Napoli a Cesenatico, da Riva del Garda a Cantù.

Carico di riconoscimenti, Munari termina la sua ultima opera pochi mesi prima di morire, nella sua città natale, il 30 settembre 1998. È sepolto nel Cimitero Monumentale, dove riposa nel Famedio.

Lascia in eredità un nuovo modo di progettare, una nuova estetica e un patrimonio di illustrazioni, grafiche e oggetti che continua a parlare ai giorni nostri. Partendo dall’esperienza futurista, senza tralasciare nessuna avanguardia, ha creato uno stile che lo contraddistingue in ogni disciplina: non si è fatto ingabbiare in alcuna corrente, ma ha attinto a ogni tipo di arte per crearsene una tutta sua.

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