Marianna Corona: scrittura, montagna e il bisogno di ritrovare il proprio tempo
In un tempo in cui tutto corre, la montagna può diventare molto più di un paesaggio: un luogo interiore, uno spazio di ascolto, una possibilità di ritorno a sé. Ne parla Marianna Corona, scrittrice e autrice di Rifugi per un tempo sospeso.
Scrittura, natura e tempo interiore
Ci sono libri che non chiedono soltanto di essere letti, ma invitano a rallentare. Rifugi per un tempo sospeso, il nuovo libro di Marianna Corona, appartiene a questa famiglia di opere: pagine in cui la montagna non è semplice scenario, ma presenza viva, memoria, ferita, cura e possibilità di rinascita.
Dopo Fiorire tra le rocce, racconto autobiografico legato alla malattia oncologica e a un percorso di ricostruzione personale, e dopo Le Vèinte, romanzo dai toni più cupi e simbolici, Marianna Corona torna a interrogare il rapporto tra interiorità, natura e scrittura.
Il tema è particolarmente attuale anche per chi vive in città, dove il tempo sembra spesso sfuggire tra impegni, notifiche, lavoro e giornate sempre più compresse. In questo senso, la montagna raccontata da Corona diventa una metafora potente: fermarsi non significa rinunciare, ma imparare a restare.
Per i lettori di MilanoFree, abituati a cercare luoghi, esperienze e storie capaci di aprire una finestra oltre il ritmo quotidiano, questa conversazione offre uno sguardo intimo su scrittura, fragilità, radici e libertà.
L’intervista a Marianna Corona
Dal racconto autobiografico alla narrativa: come è cambiata la tua scrittura?
Marianna Corona: La nostra interiorità è un insieme di emozioni, a volte molto intense. Essendo una persona riflessiva, ho bisogno di scrivere per interpretare la realtà e me stessa.
La scrittura è uno strumento molto potente, che tutti abbiamo a portata di mano. Al di là della pubblicazione, scrivere per sé può dare sollievo, aprire soluzioni, generare idee e portare tranquillità d’animo.
I miei primi due libri sono agli antipodi. Fiorire tra le rocce parla di me, di come ho affrontato la malattia oncologica e di una rinascita che mi ha permesso di vedermi realmente per ciò che sono. È stata una scrittura molto impegnativa.
Con Le Vèinte ho voluto staccarmi dalla scrittura autobiografica per inventare una storia cruda, una fiaba nera, in cui la Natura prevale sull’essere umano per vendetta. Ho inserito personaggi arcaici e riti ancestrali.
Con Rifugi per un tempo sospeso racconti luoghi che sembrano fermare l’orologio. Quanto è importante oggi riappropriarsi del proprio tempo?
Sembra assurdo dover cercare con tutte le forze di riappropriarci del nostro tempo, eppure spesso non sappiamo nemmeno chi o che cosa ce lo tolga.
Quando riusciamo a rispondere a questa domanda, di solito riusciamo anche a vedere e trovare le soluzioni più adatte a noi e alla nostra vita. Per me ha funzionato scegliere: scegliere di stare, di ascoltarmi, di avvicinarmi alla Natura, di non omologarmi e di compiacere il meno possibile.
Ho aperto davvero gli occhi solo dopo aver vissuto un evento traumatico come il tumore al colon. Da lì il tempo ha assunto un valore diverso.
Parli spesso dell’importanza di seguire la propria indole. Come si impara a riconoscerla?
Credo che la nostra indole si nasconda nella quotidianità, nei gesti che ci accompagnano ogni giorno, in quegli spazi che ci sembrano banali o che spesso ci sfuggono dentro la routine.
L’indole non sta nelle azioni eclatanti: abita il silenzio e la solitudine. A volte è una corazza che ci tutela, altre volte è una spugna indolenzita da ciò che ci accade.
Non credo si possa proteggerla del tutto dal mondo esterno, perché l’indole è anche molto curiosa. Entra in relazione, ascolta, assorbe, cambia.
La tua scrittura è intima, raccolta, quasi un dialogo sottovoce. È una scelta consapevole?
Scrivo semplicemente scavando dentro di me, a volte con difficoltà, perché è l’unico modo che conosco per esprimermi senza sentirmi fuori luogo. La scrittura mi impone di dire e lo fa con una necessità quasi fisica, cosa che invece a voce non accade.
Difficilmente sento la necessità di raccontare parlando. Sento invece molto forte l’esigenza di raccontare scrivendo. Anche a scuola preferivo scrivere dieci pagine di tema piuttosto che essere interrogata alla lavagna.
“La montagna ti insegna a restare” è una frase molto potente. Cosa significa oggi scegliere di fermarsi?
La montagna affascina, insegna e viene continuamente idealizzata perché è ricca di contraddizioni. Ha in sé lo yin, lo yang e una miriade di sfumature.
I contrasti sono spesso molto netti. Su una parete di roccia grigia, per esempio, può comparire all’improvviso un fiore sgargiante, come il raponzolo, con colori forti, tra il viola e il verde.
La montagna è come l’animo umano: nella sua ciclicità attinge alla creatività in ogni modo, spiazza e crea meraviglia. In un luogo del genere è impossibile non restare: per capire, conoscere, continuare a meravigliarsi e anche stupirsi dell’ovvio.
Nel romanzo Le Vèinte, il vento e la Natura diventano protagonisti. Quanto contano le radici?
In tutti e tre i miei libri do spazio alla montagna e agli elementi naturali, perché sono cresciuta in un piccolo paese di montagna, dove vivo ancora oggi. Il mio humus creativo si è formato tra rocce e boschi. Per questo motivo questi libri non sarebbero potuti nascere altrove.
Le radici però non trattengono: mandano energia, linfa, permettono al tarassaco di trasformarsi in soffione e di spargere i suoi messaggi al vento. È una sorta di catena di trasformazione, che cerca una libertà espressiva.
Se ci immedesimiamo nel viaggio del soffione, diventiamo consapevoli degli inevitabili cambiamenti che dovremmo assecondare invece di ostacolare. Ma è molto difficile, perché mentre il soffione cambia con calma e ha il tempo di trasformarsi lentamente, spesso l’essere umano subisce cambiamenti violenti e tutti d’un colpo.
Rallentare diventa quindi salvifico e, a volte, l’unica scelta possibile.
Montagna, fragilità e rinascita
Nei tuoi libri emerge una tensione costante tra fragilità e resistenza. È una lezione che arriva dalla montagna?
La montagna mi ha insegnato che contiene in sé sia forza sia fragilità. Prima della malattia oncologica la vedevo solo come esempio di tenacia e avevo idealizzato il dover essere forte a tutti i costi.
Dopo ho scoperto la “montagna fragile”: quella che si disintegra, che ha crepe e baratri. Tutto fa parte dell’insieme.
Per me la parola limite non esiste più nello stesso modo, perché quando si impara ad ascoltarsi il limite diventa cura, consapevolezza e cautela. Di conseguenza perde il significato di qualcosa che impedisce.
Hai detto che ognuno deve trovare la propria voce. È stato difficile costruire la tua identità artistica?
La vera sfida per me è stata, ed è ancora, espormi. Però fa parte anche di una sorta di terapia personale: sono passata dal trattenere le mie emozioni al raccontarle pubblicamente attraverso la scrittura.
Questo mi fa bene. Trattenere, invece, è controproducente. Sono state però le case editrici a cercarmi: io non mi sarei mai proposta.
Il rapporto con Mauro Corona è spesso sotto i riflettori. Come si protegge un legame privato dall’esposizione mediatica?
Bisogna considerare una cosa: il concetto di “personaggio pubblico” è cambiato molto negli ultimi anni. I social, soprattutto, hanno rivisitato il significato stesso di esposizione.
Oggi siamo tutti sotto i riflettori, nessuno escluso. Per questo sapersi ritagliare momenti d’ossigeno, dove starsene in pace, è diventato quasi un lusso.
Guardando al futuro, quali paesaggi interiori senti ancora l’urgenza di esplorare?
Sicuramente la solitudine, la fiducia e anche la capacità di germogliare in continuazione, nonostante tutto attorno venga distrutto.
È forse questo uno dei nuclei più forti della scrittura di Marianna Corona: la possibilità di rinascere non negando la ferita, ma imparando ad abitarla. Come accade in montagna, dove la roccia può spezzarsi e, proprio da una fessura, lasciare spazio a un fiore.
Per chi vive a Milano o in una grande città, il richiamo di queste parole non è lontano: parla del bisogno di fermarsi, respirare, scegliere quali rumori lasciare fuori e quali silenzi tornare ad ascoltare.
Perché questa intervista parla anche a chi vive in città
La montagna, in questa conversazione, non è soltanto un luogo geografico. È un modo diverso di stare nel tempo. Chi vive in città lo sa bene: ci sono giornate in cui tutto sembra chiedere velocità, efficienza, presenza continua.
Le parole di Marianna Corona suggeriscono invece un’altra possibilità: non fuggire necessariamente altrove, ma recuperare dentro la propria quotidianità uno spazio più lento, più autentico, meno condizionato dalle aspettative esterne.
In questo senso, il “tempo sospeso” non è tempo perso. È il contrario: è il momento in cui si torna a capire che cosa conta davvero.
Per chi desidera ritrovare un contatto più diretto con la natura anche partendo da Milano, possono essere d’ispirazione anche alcune mete vicine alla città, dai parchi regionali ai laghi, dai borghi alle valli lombarde. Su MilanoFree abbiamo raccolto diverse idee per organizzare gite fuori porta da Milano tra natura, laghi e trekking e per scoprire luoghi come la Val Masino e la Val di Mello, dove il paesaggio diventa davvero occasione di respiro.
Domande frequenti
Chi è Marianna Corona?
Marianna Corona è una scrittrice cresciuta in un piccolo paese di montagna. Nei suoi libri affronta temi come natura, fragilità, rinascita, radici e rapporto con il tempo interiore.
Quali libri ha scritto Marianna Corona?
Tra i suoi libri ci sono Fiorire tra le rocce, legato a un percorso autobiografico di malattia e rinascita, Le Vèinte, romanzo dai toni simbolici e naturali, e Rifugi per un tempo sospeso.
Di cosa parla Rifugi per un tempo sospeso?
Il libro ruota attorno al rapporto con la montagna, alla memoria, al tempo rallentato e alla possibilità di ritrovare uno spazio più autentico dentro la propria vita.
Perché questa intervista è interessante anche per i lettori milanesi?
Perché parla di un bisogno molto contemporaneo: rallentare, sottrarsi alla frenesia quotidiana e ritrovare un rapporto più umano con il tempo, la natura e se stessi.
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